Business Unusual Blog

Usabilità e appunti per un'informatica post-autistica

Tutti finocchi col culo degli altri

Posted by Walter su venerdì, 15 maggio 2009

Siamo di fronte a dei campioni del libero mercato, a dei giganti della libera concorrenza:
Class action contro Google

Sentite qui:

Audrey Spangenberg, amministratore delegato della FirePond, facendo una ricerca su Google col nome della sua azienda, lo ha sì trovato in cima alla lista dei risultati, ma preceduto a sinistra dalle inserzioni delle società rivali, che hanno pagato Google per far comparire i loro messaggi pubblicitari ogni qualvolta qualcuno fa una ricerca col nome Firepond, un marchio registrato.

In pratica, la gentile signora Spangenberg si risente perché Google si permette di far comparire il suo Onorato Marchio assieme a quello dei suoi concorrenti, sicuramente gente vile, infida e immeritevole di pubblica attenzione.
Forse, secondo la Spangenberg, le finanziarie concorrenti dovrebbero comparire in ricerche come “ablazione tartaro canino”.

E già che ci siamo, le Pagine Gialle dovrebbero uscire in due edizioni: in una si trova solo Spangenberg, nell’altra tutto il resto del mondo.

A questo punto, forse un produttore di auto, o una banca, potrebbe esigere dai comuni italiani che nessun concorrente possa aprire una concessionaria o un’agenzia nella via (e perché non nel quartiere? o nel Comune?) dove già se ne trova una loro.

Perché invece far passare la sua azienda per un branco di fessi la gentile signora Spangenberg non ha semplicemente reso ai suoi concorrenti pan per focaccia? Dubbio terribile: magari non sapeva che si potesse fare?

E si noti: la Spangenberg non è nemmeno la prima a ritenersi “danneggiata”, altri hanno raggiunto “accordi con Google” presumibilmente per evitare che una ricerca del proprio nome commerciale conduca al reperimento di propri concorrenti: ossia la prima o la seconda cosa che un cliente vuole.

Siamo di fronte a una cretinata da Guinness, o all’ennesimo esempio di qualcuno che fa il paladino del libero mercato a patto di avere il monopolio?

O magari a tutte e due le cose?

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Neanche gli Dei…

Posted by Walter su lunedì, 4 maggio 2009

Serata col tal gruppo informale di networking.
Mi macino un po’ di chilometri perché voglio conoscere meglio quel territorio.
Tanta gente, molta importante, tutti in tiro.

Parla lo sponsor. Si ascolta, anche se magari importa poco: loro ci mettono quei due soldi, tu gli devi quel po’ d’attenzione, fa parte del gioco, magari ti interessa.

Lo sponsor è un grosso gruppo di didattica dell’Inglese. In Inglese faccio le pulci all’accento dei nativi, ma sentiamo che dice.

Dice che loro non insegnano Inglese e basta. Loro mirano alla “excèllens”. (pronunciata proprio così, excèllens).
E hanno pure le slide. Dove ti spiegano che loro ti danno anche il “counceling”.

Occhèi, Jo.

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Bar Sport Alberoni

Posted by Walter su lunedì, 2 marzo 2009

Una moratoria per i giovani Spengano YouTube e chat: al confronto di quest’articoletto, al Grande Fratello sembrano tutti Socrate.

Una moratoria periodica di due mesi l’anno, una cura disintossicante.

Geniale, no? Ma la mia preferita è questa:

La nuova generazione non ha radici, non ha fondamenti etici, non ha cultura né classica, né politica

Quanta verità. Io stesso non ricordo chi abbia detto che è meglio tacere e rischiare di passare per stupidi che parlare e togliere ogni dubbio.

PS
Sarebbe facile dire che, a quasi 80 anni, Alberoni stia rimbambendo. Ma siccome ci sono centenari che invece quando parlano c’è solo da imparare, è chiaro che il problema non è l’anagrafe, è il soggetto.

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Concomitanze

Posted by Walter su domenica, 1 marzo 2009

Nello stesso giorno mi sono imbattuto in due notizie. La prima  è quella secondo cui al Ministero dell’Istruzione (ministero!)

…ci auguriamo che anche il laboratorio di informatica possa trovare spazio tra le attività.

La seconda, quella con cui Microsoft (azienda privata!) si propone di

arrivare a formare due milioni di cittadini americani nell’arco di tre anni.

In questo confronto c’è tutto l’abisso in cui il nostro Paese sta affondando. C’è la crisi? In America un’azienda privata rompe il porcellino e semina futuri clienti. In Italia proprio il Ministero che dovrebbe pensare al futuro tira i remi in barca e aspetta che passi.

I soldi per le lavagne multimediali, dice invece il Ministro Brunetta, si troveranno. Giusto per curiosità: a cosa serve, esattamente, una lavagna multimediale?  Attendo lumi (non da chi le vende, grazie).

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Lettera aperta al Ministro Brunetta e alla Sottosegretario Brambilla

Posted by Walter su venerdì, 23 gennaio 2009

Egr. Sig. Ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione
Renato Brunetta
Gent. Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri
Michela Vittoria Brambilla
Loro Sedi

Egregio ministro, gentile sottosegretario,
lo scorso autunno ho letto alcune vostre dichiarazioni che annunciavano nel giro di una settimana il rilancio in grande stile del progetto italia.it.

Appena un trimestre dopo, nuove e più inquietanti notizie mi convincono che a ottobre non si trattava di un problema gastrico, ma di una riedizione di una delle pagine più tristi e stupide degli investimenti pubblici nelle cosiddette nuove tecnologie. Volete veramente rilanciare Italia.it.

Ve lo dico subito: ma perché? Con un Paese che digitalmente scivola nel Terzo Mondo non vi viene in mente niente di altro, niente di meglio?

Vi scrivo:

  1. come persona interessata ai fatti
  2. come operatore ventennale proprio di quel settore delle nuove tecnologie (erano nuove anche allora, ma tengono bene la piega, e dire che le ho usate)
  3. come partecipante al RItalia Camp (quando l’Italia che le tecnologie le conosce e le vive ha cercato di avvertire il governo della mostruosità in cui sperperava pubbliche risorse)
  4. come cittadino che, indipendentemente dalla posizione politica, è stufo marcio di vergognarsi per il proprio Paese.

Leggo dunque che Italia.it sta per rinascere, sotto il nuovo nome di Italia.info. Da subito, quindi, un radicale cambio di prospettiva. Ma se qualcosa rinasce, può servire ricordare cosa è morto.

Italia.it non è stato solo un progetto fallimentare dal punto di vista tecnologico. E’ stato un disastro gestionale, un disastro comunicativo, un disastro culturale, un disastro economico.
Si potrebbero citare Caporetto e Waterloo se solo il senso ultimo di Italia.it, quello per cui merita di essere e verrà inevitabilmente ricordata fosse la tragedia e non piuttosto il ridicolo assoluto, da Re Nudo, una cretinata vergognosa, un’idiozia definitiva da cui ogni persona accorta dovrebbe tenersi lontana non foss’altro che per decenza.

Sarebbe anche facile, ma io non ce l’ho con IBM, o Tiscover; hanno avuto specifiche fumose e controlli inesistenti: perché avrebbero dovuto spendere di più quando lavorando al risparmio potevano adempiere al contratto? E’ il mercato, bellezza. Se tu mi dai una cassa d’oro e io ti do dieci perline buon pro ti facciano. Il problema, quindi, non sono stati i fornitori. Sono stati i committenti. Il nostro governo è stato incapace di esigere ciò per cui pagava.

Spero di spiegarmi bene, Italia.it è stata un disastro politico, e lo è stata per tutti: chi l’ha concepita, chi non ha saputo gestirla, chi ha cercato di difenderla e venderla agli italiani ed è poi stato costretto a rinunciare a suon di pernacchie. Italia.it è stata il simbolo della completa incapacità di una classe politica, quella di cui voi stessi fate parte, di essere all’altezza delle proprie responsabilità politiche.
Lo ripeto: il disastro non è dipeso dalla incompetenza tecnologica di questo o quel ministro, ma dalla loro complessiva incapacità politica di gestire un processo del genere. E’ proprio perché il disastro è stato politico che l’ingegner Stanca non potrà mai scaricare la vergognosa paternità del progetto; è proprio perché il disastro è stato politico che l’onorevole Rutelli non potrà più scollarsi di dosso la maccheronica (e però tristemente adeguata) scenetta con cui lanciava Italia.it alla BIT con le immortali parole “Pliiz vizit mai biùtiful càuntri”. Verrebbe da paragonarlo a Totò e al suo  “Nojo volevàn savuàr”. Solo che se fa il buffone Totò rido. Se si rende ridicolo un ministro della Repubblica, non mi viene proprio da ridere.

Oggi il governo siete voi. Non sentite il bisogno di differenziarvi, non foss’altro che per assicurarvi risultati meno vergognosi? E in quale modo intendete differenziarvi, se lo farete? Perché da fuori, credetemi, non si notano proprio cambi di rotta.

Personalmente non mi illudo né mi importa che un ministro abbia una grandiosa comprensione delle tecnologie in gioco. Certo, lo preferirei, ma non sono competenze che gli siano richieste. Ciò che si chiede alla politica è visione e capacità gestionale: saper immaginare un futuro, saper incaricare persone capaci di realizzarlo, saper predisporre una struttura di controllo che garantisca i risultati. In Italia.it non si è visto niente di tutto questo. Siete sicuri che il vostro prossimo progetto nasca diverso?

Italia.it è stata la dimostrazione della totale, inappellabile incapacità del nostro livello politico di concepire e di gestire un progetto tecnologico di questo secolo. E voi vi ci volete rimettere come se nulla fosse successo? Con che coraggio riuscite a parlare di rilancio di un progetto quando parlate di un progetto nato morto, tenuto in vita artificialmente a spese nostre e infine sepolto in una fossa comune di ridicolo?

Negli Stati Uniti, che da noi si citano sempre purché a sproposito i progetti tecnologici sono prima redatti, e poi addirittura validati, apertamente, con il contributo di chiunque, nell’industria e nella ricerca, abbia qualcosa di sensato da dire. Laggiù, ci si fa un punto d’onore di spiegare e giustificare i propri criteri di scelta.
Da noi, chi si è sincerato se qualcosa come Italia.it aveva senso? Se rispondeva a qualche esigenza? Da noi, dove erano le specifiche accessibili al pubblico scrutinio? Dove l’adozione di forme adeguate di governo del progetto? Dove i criteri condivisi di validazione per assicurare che il prodotto corrisponda alle aspettative? Vi ricordate, vero, che al suo avvio Italia.it, figlio del ministro Stanca, non rispettava nemmeno i requisiti dello stesso ministro sull’accessibilità? Vi ricordate le pietose conclusioni della Relazione della Commissione di Indagine sul portale Italia.it per la quale oltre alla fumosità delle specifiche era mancato totalmente il controllo del progetto? Cosa che vi fa credere di stare cambiando radicalmente registro?

Leggo nel vostro Protocollo di intesa che istituirete un “Comitato di monitoraggio”.
Bene, è fra quello che chiedevo per Italia.it un anno fa. Leggo che sarà composto da sei membri pariteticamente scelti da voi. Benissimo, ma scelti secondo quali criteri? Con quali competenze? Con quali compiti specifici? Diciamola tutta: con quali responsabilità?
Leggo che partecipare al comitato di monitoraggio non genera oneri. In italiano corrente, significa che il comitato di monitoraggio lavora gratis. E perché? Vogliamo fare una cosa in stile sovietico, alla “mi pagano poco ma lavoro di meno”?
Leggo che il comitato di monitoraggio produrrà un rapporto trimestrale. E cosa monitorizza: la deriva dei continenti? Quanto dura il progetto per giustificare un monitoraggio trimestrale, trent’anni?

Ricapitolando: un gruppo di sei prescelti si incontra gratis periodicamente per “monitorare” un progetto e una volta a trimestre redige un rapportino.
Perdonate, ma io questo non lo chiamo “comitato di monitoraggio”, la chiamo sinecura: al comitato non si paga nulla perché, in fondo, non si chiede niente. Giusto una monitoratina ogni tre mesi, qualche indicazione di massima, poi eventualmente qualcun altro dovrà porsi il problema di fare qualcosa al riguardo.
Scusate, ma stiamo parlando di un comitato di controllo o del Gran Consiglio dei Dieci Assenti fantozziano?

Ecco, mi sfugge proprio una cosa: chi risponderà di cosa in questo vostro progetto?

Distinti saluti,
Walter Vannini

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iSòrata: la grande sfida all’iPhone

Posted by Walter su domenica, 10 agosto 2008

Forse deluderò qualcuno, ma non mi troverete accampato in fila per acquistare il nuovo iPhone 3G. E non perché il mio amico Amministratore Delegato me ne ha fatto avere uno in anteprima. Il fatto è che dell’iPhone non mi importa un fico secco.

Dico: esattamente, di cosa dovrebbe importarmi?

Non mi importa che Apple si sia infine accorta che l’Italia è uno dei principali mercati di telefonia mobile e ci consideri degni del suo prodotto.

Non mi importa che il suddetto prodotto prometta nuove e meravigiose avventure digitali, e non solo ancora più suonerie e sfondi, ma vere e proprie applicazioni con cui gestire il mio tempo, i contatti, gli impegni, … Con tutto questo po’ po’ di organizzazione dovremmo tutti essere efficienti come amministratori delegati finlandesi, invece di twitterare al mondo ogni nostro sbadiglio.

Non mi importa che ancora una volta passi l’idea che Internet via cellulare sia un lusso che il provider di telefonia mi concede un tanto al chilo, un tot per il web, un tot per la posta se proprio non voglio usare la webmail… e usare magari Skype? Ah, per quello serve l’abbonamento extrasupergold. E aprire una shell? Eeeeh no, quello non si può proprio fare, forse non è abbastanza duepuntozzero.

Non mi importa di queste rivoluzioni trimestrali. Lo so che la tecnologia avanza, ma non ogni avanzamento è degno di essere accettato, al di fuori di chi fa ricerca. Come e più che in altri settori, in informatica la maggior parte delle cose si fa perché si può fare, più che per una qualche utilità intrinseca, quindi proprio in questo settore sarebbe fondamentale distinguere il grano dalla pula, o distinguere il valore dal marketing. Quello che pochi sembrano capire è che per un venditore il miglior prodotto è sempre il proprio, mentre chi compra spesso potrebbe arrivare a conclusioni opposte.

I media sono pagati per attirare la nostra attenzione. E non hanno alcun vincolo a presentare tutte e due le facce di una medaglia, specie se quella medaglia li paga in pubblicità. Ergo, più i media parlano di qualcosa più dovremmo esserne consapevoli che stanno scodinzolando dietro a qualche direttore marketing. Invece, soprattutto nel meraviglioso mondo delle tecnologie, si riesce a conciliare una profonda ignoranza di base con una assoluta e acritica disponibilità a credere all’imbonitore che urla più forte. Possiamo pure lamentarci che il Paese affonda, ma ci chiediamo il modo in cui ne dissipiamo le risorse, in privato, in azienda, nel settore pubblico?

Quando un’azienda ha speso i suoi ennemila euro l’anno per mettere in mano l’iPod a un amministratore delegato che si fa stampare le e-mail, quegli euro in che voce li fa ricadere?

Non mi importa di questo always on da poveri di spirito, dove uno non solo si ritiene in dovere di informare il mondo a intervalli di cinque minuti di cosa sta facendo, ma si sente anche un figo perché “condivide con la community” cose che al confronto una puntata del Grande Fratello sembra un seminario di Umberto Eco.

Non mi importa di questo Nulla tecnologizzato. Questa non è evoluzione tecnologica, sono solo ideuzze di marketing, e pure di breve respiro. Non appena lo shopping selvaggio di Google si acquieterà e il mercato della pubblicità online si farà due conti in tasca e vedremo sparire nel nulla tanti di questi “servizi duepuntozzero” il cui modello di business è far parlare di sé, raccogliere una “comunità” e sperare che qualcuno se li compri.

Dice, ma bravo lui che ha capito tutto. Non è che ho capito tutto, ho capito solo che l’idea di pubblicità è nata in un tempo e in un mondo caratterizzati dalla scarsità informativa, e quel tempo e quel mondo sono finiti. E con loro è finita la possibilità di farsi notare semplicemente gridando più forte.

Presto, tutta la pubblicità dovrà essere valutata solo sui risultati di vendita. A quel punto, sperare in Google Ads per pagare anche solo l’affitto del blog sarà ridicolo. E poco dopo saremo di fronte al vero, grande dilemma del nostro modello di sviluppo: non abbiamo bisogno di comprare tutto quello che viene prodotto.

Vivremo, come dicono in Cina, in tempi interessanti.

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Ma che due palle Norman! ( …o no?)

Posted by Walter su giovedì, 26 giugno 2008

Ricevo da un lettore:

Dopo aver letto La caffettiera del masochista ed Emotional design mi sono subito apprestato ad acquistare Il design del futuro e devo dirle sinceramente che i primi due (soprattutto La caffettiera…) mi aveva entusiasmato.
Purtroppo non posso dire la stessa cosa dell’ultima pubblicazione, in quanto ho trovato interessanti pochissime cose (tipo 10 righe a capitolo) e credo che fosse possibile sintetizzare tutto il volume in 10 pagine.
Insomma lo trovo molto ripetitivo ed autocelebrativo. Forse è proprio di questi ‘guru’ della scienza e dell’ambiente in cui operano!? Lei cosa ne pensa? mi sbaglio?
Saluti
Pietro Galasso

Caro Galasso, grazie del pretesto. Anche la legge di gravità è sempre la stessa storia, eppure generazione dopo generazione di ragazzini sui pattini la devono riscoprire a suon di ginocchia. (Le ginocchia perdono sempre, i cortili in cemento vincono sempre).

Ora, se la domanda è: Ma Norman non ripete in fin dei conti sempre le stesse cose?
Io rispondo: sostanzialmente sì, sono concetti generali che trovano applicazione negli àmbiti più diversi

Se invece la domanda è: Ma Norman non dice in fondo delle ovvietà?
Io rispondo: se c’è ancora bisogno che le dica, evidentemente non sono così ovvie per tutti. Specialmente per coloro per i quali dovrebbero essere il pane quotidiano.

Per come la vedo io, il problema non è tanto se Norman si ripete o meno, quanto che vent’anni dopo La caffettiera del masochista quelle “ovvietà” non siano ancora ovvie nella mente di chi si fa affrettatamente chiamare designer.

Ora, secondo me anche questa è una domanda interessante:
come dovremmo chiamare qualcuno che dopo vent’anni ha bisogno di sentirsi ancora ripetere l’ovvio?
Grazie della domanda, e a risentirci.

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Scienza del Design: un primo passo

Posted by Walter su mercoledì, 14 maggio 2008

Questo (a parte il fatto che oggi il loro sito non risponde) è il primo esempio, in cui mi sono imbattuto, di creare finalmente quelle figure poliedriche di cui parla anche Donald Norman. Complimenti a Univpm.

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Il design del futuro – Introduzione: Il design si progetta, non si disegna (v. 2.0)

Posted by Walter su giovedì, 13 marzo 2008

Ecco la seconda introduzione a “Il design del futuro” di Donald Norman, che ho avuto il piacere di adattare in Italiano. Un libro da comprare.

Il design si progetta, non si disegna

Quello che tenete in mano è forse il più bel libro sul design che potrete mai leggere, proprio perché è scritto dal più famoso ridicolizzatore del cattivo design. Proprio quel Donald Norman che, mettendo a nudo il design-come-decorazione ha ricordato ai veri designer la grandezza della loro missione: non glorificare il carino-inutile, ma la reinvenzione del mondo.

E un libro del genere è ancora più importante in questo Paese dove, come dice Edward De Bono, il “Made in Italy” è più bello che creativo. Ossia più superficiale, emotivo, viscerale che realmente portatore di innovazione, efficienza, funzionalità e benessere.

Da noi, ancora troppi giocano a dirsi designer fingendo che estetica e funzionalità possano essere considerate separatamente, e che al designer naturalmente competa solo la prima, mentre le altre questioni siano bassa pratica, “roba da Ingegneri”. Troppi dei quali, per contro, tollerano il lato estetico di un progetto solo come qualcosa di buono per imbonire il cliente e il direttore, ché tanto non hanno voglia di addentrarsi in questioni tecniche.

Ma nel mondo sempre più complesso in cui ci ritroviamo a vivere, questa diatriba fra estetica e funzione è priva di senso, se mai ne ha avuto: è solo lo specchio di un’altra diatriba, quella fra cultura umanistica e cultura scientifica, altrettanto priva di senso ma purtroppo tipica del nostro Paese ancora prigioniero della gerontocrazia di una cultura retrograda, accademica e provinciale fino all’autolesionismo, che parla a vanvera di “due culture”, quando in realtà promuove una sola ignoranza.

La distinzione non è fra estro e razionalità, ma fra buon design e cattivo design, come è sempre stato. I nostri antenati hanno prodotto bellezza immortale perché avevano in mente l’essere umano completo: come direbbe Norman pensavano sia al nostro livello viscerale (oggi diciamo estetico pensando che sia più fine), sia a quello comportamentale sia a quello riflessivo. Le loro opere erano immediatamente belle (il livello cognitivo viscerale), si fruivano con agio (il livello comportamentale) e stimolavano il nostro livello riflessivo. Ma loro, appunto, facevano calcoli con la stessa naturalezza con cui miscelavano i colori, e Norman ci dimostra che anche i designer di domani saranno così.

Il breve periodo storico dell’industrializzazione ci ha permesso di vedere il mondo attraverso le lenti riposanti della specializzazione, ma è giunto il momento di togliercele e realizzare che nemmeno i migliori tecnici sono in grado di risolvere da soli i problemi del mondo globalizzato. Il nostro mondo ci richiede professionalità trasversali, poliedriche: un ritorno, se vogliamo, a una visione più olistica, alla capacità di affrontare i problemi in ogni loro aspetto.

Anche gli architetti, che pure è linguaggio comune associare ai designer come produttori di inutilità sublimi, stanno riscoprendo l’orgoglio di una professione nata per fornire soluzioni complessive, non parziali; profonde, non superficiali. Si ascolta Cameron lanciare il suo famoso slogan “Progetta come se te ne fregasse davvero qualcosa!” e sembra di sentire un altro Norman.

Al difuori di un ambito esclusivamente tecnico, la troppa specializzazione è sempre meno una virtù e sempre più un limite. Vivere nel mondo globalizzato significa affrontare problemi complessi: problemi che non si risolvono affrontandone solo il lato tecnico, per quanta sia la maestria impiegata. “La tua miglior trovata non basta!” è uno dei più famosi slogan di Nielsen, non a caso socio di Norman e non a caso esperto di usabilità, un’altra disciplina nata per affrontare a tutto tondo i problemi, coniugando esigenze estetiche, comunicative, informative, emotive, operative e di mercato.

Fra le discipline considerate (a torto) come unicamente dipendenti dal talento e dalla passione, l’informatica è stata la prima a superare la fase adolescenziale. Se prima valeva l’equazione “informatico=smanettone”, oggi uno smanettone è uno smanettone, mentre da un Informatico ci si aspettano competenze non solo tecniche, ma aziendali, gestionali, organizzative, comunicative e di project management. Gli odierni corsi di Laurea in Informatica e Ingegneria Informatica non si accontentano di produrre ottimi tecnici, ma mirano a forgiare professionisti versatili, adattabili, persone che contribuiscano al ricambio della classe dirigente in Azienda e, un domani, nel Paese. Il moltiplicarsi di corsi interdisciplinari, fra politecnici, università scientifiche e università aziendali ci dimostra che la tendenza non è temporanea.

Norman è convinto che anche il design seguirà questa strada. Una Scienza del Design e un’Ingegneria del Design sono il solo antidoto contro il cattivo design.

Per noi Italiani questo significherà abbandonare il mito del Made in Italy inteso come puro estro, del designer come “artista”. Sì, il design può ancora essere arte, ma sono nel senso in cui può esserlo anche un ponte. Altrimenti non è design, ma decorazione; non siamo di fronte al bello, ma al carino, e purtroppo nella pseudocultura del carino questo Paese rischia di affondare felice.

Nel resto del mondo si pensa in termini sempre più multidisciplinari, mentre noi siamo ancora fermi a un concetto di creatività da sorpresa dell’ovetto Kinder. La piaga non colpisce solo i designer, ma intere aziende, interi settori di mercato, perché anche molti imprenditori sono prigionieri di quella stessa (mancanza di) cultura che non li fa vedere al di là dell’immediato, del superficiale, del carino.

E così molti dei nostri tanto decantati distretti affondano nella palude del meraviglioso inutile: utensili da cucina immancabili in ogni lista di nozze che si rispetti (come soprammobili, poi vai alla Coop e ti prendi un cavatappi, uno spremiagrumi, uno schiaccianoci che funzioni); cappe aspiranti degne di Star Trek che puoi imbrattare completamente con un solo soffritto; cucine monumentali dove un dito di vino versato può correre senza ostacoli per tre metri di piano di lavoro e poi finire pure in terra; banchi da gelateria rotanti che per farti fare un cono devi aspettare che il tuo gusto “esca”, tipo ruota della fortuna.

Certo, tutte cose all’apparenza carine; tutto, all’apparenza, perfetto; poi lo usi e cerchi un sostituto. Ecco cosa sono ridotti a fare i discendenti di Leonardo e Michelangelo: oggetti carini e sciccosi con cui riempire le riviste patinate e le case dei nuovi ricchi. Nel frattempo, nel resto del mondo si progettano cose meno appariscenti ma più funzionali, curando di più i materiali e i costi e vincendo sul mercato.

A questo punto, delle due l’una: o il design è il refugium peccatorum di quanti non riescono a farsi passare per veri artisti, e quindi ha a che fare con le piccole e grandi cose di pessimo gusto raccattapolvere destinate al circuito dei regali di riciclo; oppure il design torna ad avere a che fare con questo mondo, il mondo delle cose da fare, della vita da vivere, dei problemi complessi, degli oggetti che usi per farci qualcos’altro, e che quindi devono anche funzionare.

Nel nostro panorama culturale sembra folle insistere a parlare di design nei termini che una disciplina così pervasiva richiede. Eppure si deve insistere, proprio perché niente è al sicuro dal cattivo design.

I designer per primi non possono più accettare la gabbia dorata del “carino”; devono riprendersi l’anima e affermare per primi che il design moderno è una scienza con un’estetica, un’arte all’interno di un’industria. Non si può prescindere dal dialogo con ingegneri e tecnici di processo e di materiali, amministrativi, marketing, esperti di usabilità ed ergonomia, responsabili dei test e dei focus group e con chiunque sia parte in causa. E per chi proviene dall’Ingegneria, dirsi designer significa riconoscere che si può (e si deve) affrontare in modo formale anche ciò che non è quantitativo.

Nel design, i tempi beati della Scuola d’Arte e del confronto con l’opera dei Maestri sono finiti: dobbiamo cominciare a pensare seriamente alla Scienza del Design, all’Ingegneria del Design come ci indica Norman, e a professionisti capaci di coniugare approccio razionale e senso estetico. Il verbo del design è “progettare”.

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Il design del futuro – Introduzione: Il design si progetta, non si disegna (v. 1.0)

Posted by Walter su venerdì, 7 marzo 2008

Ecco la prima introduzione a “Il design del futuro” di Donald Norman, che ho avuto il piacere di adattare in Italiano. Un libro da comprare.

Il design si progetta, non si disegna

Questo non è un libro sul design edito nel Paese che se ne autoproclama la patria. E’ un libro sul senso reale, profondo del design, edito in un Paese provinciale che ancora lo crede una forma d’arte.

Da noi, si diventa designer pensando che estetica e funzionalità possano essere considerate separatamente, e che al designer naturalmente competa solo la prima, mentre le questioni legate alla bassa pratica siano “roba da Ingegneri”. I quali, per contro, tollerano il lato estetico di un progetto come qualcosa di buono per imbonire il cliente e il direttore, ché tanto non hanno voglia di addentrarsi in questioni tecniche.

La diatriba fra estetica e funzione è priva di senso: è solo lo specchio di un’altra diatriba, quella fra cultura umanistica e cultura scientifica, altrettanto priva di senso ma tipica del nostro Paese e della sua cultura retrograda, accademica e provinciale fino all’autolesionismo. Parliamo a vanvera di “due culture”, quando in realtà c’è una sola ignoranza.

I nostri antenati hanno prodotto bellezza immortale perché avevano in mente l’essere umano completo: come direbbe Norman pensavano sia al nostro livello viscerale (oggi diciamo estetico pensando che sia più fine), sia a quello comportamentale sia a quello riflessivo. Le loro opere erano immediatamente belle (il livello cognitivo viscerale), si fruivano con agio (il livello comportamentale) e stimolavano il nostro livello riflessivo. Ma loro, appunto, facevano calcoli con la stessa naturalezza con cui miscelavano i colori.

I tanti che, blaterando sull’arte del design, magnificano le nostre radici (non accorgendosi che insistere sul glorioso passato corrisponde a riconoscere la marginalità del presente) sembrano ignorare che Leonardo avrebbe riso di gusto di una distinzione così ridicola. E così Michelangelo, e così Francesco di Giorgio Martini: gente che pensava a tutto tondo e progettava per i secoli, mentre questi che si dicono loro discendenti si fanno vanto di cavatappi-pupazzo che si rompono al secondo utilizzo, spremiagrumi che non sfigurerebbero nello studio di un proctologo e progetti urbani i cui designer si guardano bene dall’abitare.

Oggi, appunto, i nostri designer si sentono solo “artisti” e non si riconoscono giurisdizione al di là dell’impressione emotiva immediata. Non chiedetegli di parlare con un ingegnere di caratteristiche dei materiali, per carità. Non chiedetegli che la sua opera abbia una funzionalità effettiva e non solo apparente.

Per questo non conosciamo più il bello, noi ci accontentiamo del carino; e nella pseudocultura del carino affondiamo felici. Nel resto del mondo si pensa in termini sempre più multidisciplinari, mentre noi siamo ancora fermi a un concetto di creatività da sorpresa dell’ovetto Kinder. La piaga non colpisce solo i designer, ma intere aziende, interi settori di mercato, perché anche molti imprenditori sono prigionieri di quella stessa (mancanza di) cultura che non li fa vedere al di là dell’immediato, del superficiale, del carino.

E così molti dei nostri tanto decantati distretti affondano nella palude del meraviglioso inutile: utensili da cucina immancabili in ogni lista di nozze che si rispetti (come soprammobili, poi vai alla Coop e ti prendi un cavatappi, uno spremiagrumi, uno schiaccianoci che funzioni); cappe aspiranti degne di Star Trek che puoi imbrattare completamente con un solo soffritto; cucine monumentali dove un dito di vino versato può correre senza ostacoli per tre metri di piano di lavoro e poi finire pure in terra; banchi da gelateria rotanti che per farti fare un cono devi aspettare che il tuo gusto “esca”, tipo ruota della fortuna.

Dice, e le nuove tecnologie? Peggio che andare di notte. Mentre il mondo parla di collaborazione, di costruzione sociale dei contenuti, i nostri siti Web sono un florilegio di orpelli e superficialità; siamo il Paese al mondo con la maggior quantità di cellulari, e il nostro ruolo in tutto questo sono due o tre modelli di cellulari (stranieri) “firmati” da questo o da quel sarto.

Certo, tutte cose all’apparenza carine, spesso perfino belle. Tutto, all’apparenza, perfetto; poi lo usi e cerchi un sostituto. Ecco cosa sanno fare i discendenti di Leonardo e Michelangelo: oggetti carini e sciccosi con cui riempire le riviste patinate e le case dei nuovi ricchi. Nel frattempo, nel resto del mondo si progettano cose meno appariscenti ma più funzionali, curando di più i materiali e i costi e vincendo sul mercato.

Sì, il nostro Paese resta meta di pellegrinaggi di giovani designer da tutto il mondo; ma per ammirare le vestigia di un passato cui non riusciamo più ad avvicinarci, non per imparare qualcosa dal nostro misero, dimenticabile presente. L’Italia è patria del design solo nella testa dei nostri designer artistoidi, e della cultura artigiana che li ha prodotti, e che non riesce ad accorgersi che il mondo funziona in termini industriali, non artigiani.

Diciamoci le cose come stanno: avere (o attribuirsi) un senso estetico non giustifica produrre oggetti di qualsiasi tipo purché a forma di pupazzetto né inventarsi nuovi, geniali modi per nascondere una maniglia o un interruttore. D’altro canto, avere un senso della funzionalità non giustifica produrre oggetti di qualsiasi tipo purché con angoli retti. L’uno e l’altro approccio sono egualmente responsabili del degrado estetico-funzionale che ci circonda, del tempo sprecato in stupidaggini, del lavoro perso, delle cose e delle vite messe inutilmente a rischio e della crescente marginalizzazione della nostra economia.

La complessità del nostro mondo è tale che possiamo percepirlo e agire al suo interno solo attraverso la mediazione di qualcosa; telefonini e utensili da cucina, siti web e automobili, computer ed elettrodomestici, edifici e uffici. Le cose attorno a noi sono il mezzo con cui interagire con la realtà. Una cosa che non assolve, o assolve male, al proprio compito ci priva di una parte di realtà. Il design riguarda tutto questo, in ogni suo aspetto: estetico, funzionale, economico.

A questo punto, delle due l’una: o il design è il refugium peccatorum di quanti non riescono a farsi passare per veri artisti, e quindi ha a che fare con le piccole e grandi cose di pessimo gusto raccattapolvere destinate al circuito dei regali di riciclo; oppure il design ha a che fare con questo mondo, il mondo delle cose da fare e della vita da vivere, degli oggetti che usi per farci qualcos’altro, e che quindi devono anche funzionare.

Nel nostro panorama sembra folle insistere a parlare di design nei termini che una disciplina così pervasiva richiede. Eppure si deve insistere, proprio perché niente è al sicuro dal cattivo design.

I designer per primi non devono accettare la gabbia dorata del “carino”; devono accettare che il design moderno è una scienza con un’estetica, all’interno di un’industria. Questo significa imparare a dialogare con ingegneri e tecnici di processo e di materiali, amministrativi, marketing, esperti di usabilità ed ergonomia, responsabili dei test e dei focus group e con chiunque sia parte in causa. Per chi viene dall’Ingegneria, fare la propria parte significa riconoscere che si può (e si deve) affrontare in modo formale anche ciò che non è quantitativo.

Nel design, i tempi beati della Scuola d’Arte sono finiti: dobbiamo cominciare a pensare seriamente alla Scienza del Design che Norman indica, e a professionisti capaci di coniugare approccio razionale e senso estetico. Il verbo del design è “progettare”.

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