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Usabilità e appunti per un'informatica post-autistica

Archive for the ‘Racconti informatici’ Category

Tutti finocchi col culo degli altri

Posted by Walter su venerdì, 15 maggio 2009

Siamo di fronte a dei campioni del libero mercato, a dei giganti della libera concorrenza:
Class action contro Google

Sentite qui:

Audrey Spangenberg, amministratore delegato della FirePond, facendo una ricerca su Google col nome della sua azienda, lo ha sì trovato in cima alla lista dei risultati, ma preceduto a sinistra dalle inserzioni delle società rivali, che hanno pagato Google per far comparire i loro messaggi pubblicitari ogni qualvolta qualcuno fa una ricerca col nome Firepond, un marchio registrato.

In pratica, la gentile signora Spangenberg si risente perché Google si permette di far comparire il suo Onorato Marchio assieme a quello dei suoi concorrenti, sicuramente gente vile, infida e immeritevole di pubblica attenzione.
Forse, secondo la Spangenberg, le finanziarie concorrenti dovrebbero comparire in ricerche come “ablazione tartaro canino”.

E già che ci siamo, le Pagine Gialle dovrebbero uscire in due edizioni: in una si trova solo Spangenberg, nell’altra tutto il resto del mondo.

A questo punto, forse un produttore di auto, o una banca, potrebbe esigere dai comuni italiani che nessun concorrente possa aprire una concessionaria o un’agenzia nella via (e perché non nel quartiere? o nel Comune?) dove già se ne trova una loro.

Perché invece far passare la sua azienda per un branco di fessi la gentile signora Spangenberg non ha semplicemente reso ai suoi concorrenti pan per focaccia? Dubbio terribile: magari non sapeva che si potesse fare?

E si noti: la Spangenberg non è nemmeno la prima a ritenersi “danneggiata”, altri hanno raggiunto “accordi con Google” presumibilmente per evitare che una ricerca del proprio nome commerciale conduca al reperimento di propri concorrenti: ossia la prima o la seconda cosa che un cliente vuole.

Siamo di fronte a una cretinata da Guinness, o all’ennesimo esempio di qualcuno che fa il paladino del libero mercato a patto di avere il monopolio?

O magari a tutte e due le cose?

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Neanche gli Dei…

Posted by Walter su lunedì, 4 maggio 2009

Serata col tal gruppo informale di networking.
Mi macino un po’ di chilometri perché voglio conoscere meglio quel territorio.
Tanta gente, molta importante, tutti in tiro.

Parla lo sponsor. Si ascolta, anche se magari importa poco: loro ci mettono quei due soldi, tu gli devi quel po’ d’attenzione, fa parte del gioco, magari ti interessa.

Lo sponsor è un grosso gruppo di didattica dell’Inglese. In Inglese faccio le pulci all’accento dei nativi, ma sentiamo che dice.

Dice che loro non insegnano Inglese e basta. Loro mirano alla “excèllens”. (pronunciata proprio così, excèllens).
E hanno pure le slide. Dove ti spiegano che loro ti danno anche il “counceling”.

Occhèi, Jo.

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Creatività “giapponese” e produttività “americana”

Posted by Walter su venerdì, 10 agosto 2007

Il mio Maestro mi insegnò il concetto di “creatività giapponese”. Era la prima metà degli anni ’80, e all’epoca lo spauracchio economico dell’Occidente era il Giappone. Il segreto dell’apparentemente inesauribile creatività nipponica, ci spiegò, era molto semplice:

prendete un oggetto qualsiasi; trovate una funzione che la categoria dell’oggetto non contempla; aggiungete la funzione. Ecco un oggetto che nessuno si aspetterebbe.

È incredibile la quantità di “innovazioni” che possano essere ricondotte a questo metodo di creatività meccanica. E proprio il suo essere meccanica ci spiega il reale valore intrinseco di questo tipo di “creatività”, a parte la sorpresa: zero. Gli oggetti prodotto con la “creatività giapponese” sono “carini”, ma non creativi.

La cosa divertente è la categoria della “creatività giapponese” non ha nulla a che vedere con il Giappone in sé, è semplicemente uno strumento utile per valutare le cose del mondo, senza essere annebbiati da quanto ci sorprendono.

È divertente applicare questo strumento a tanta “creatività” che ci circonda. I tanto declamati oggetti “di design”, per dirne una. O, per rimanere in un territorio familiare, le funzionalità dei software. Tutti sappiamo di usare forse il 20% delle funzionalità del nostro word processor/foglio elettronico/software di disegno/CMS. Eppure abbiamo la vaga convinzione che quelle funzionalità siano lì per un motivo “profondo”, che qualcuno ci abbia pensato e abbia deciso che sì, senza non si poteva proprio fare. Forse se ci riflettiamo un poco potremmo avere qualche sorpresa

Non so perché mi è venuto in mente questo aneddoto, pensando al modo di lavorare dominante di questo periodo: il famoso “always on”. Sembra ormai consolidato che in una riunione di lavoro chi non parla parli al cellulare, smaltisca la mail sul palmare, blogghi o quant’altro.
Sono il primo a propendere per la “augmented reality”, ma bisogna intendersi: avere la possibilità di confrontarsi con i dati non significa derogare al dovere di analizzarli. Il valore di un interlocutore non sta nel fatto che possa citare Wikipedia a volontà, ma in ciò che riesce a dire con le informazioni che raccoglie.

Purtroppo, siamo culturalmente molto al disotto di quello che il nostro tempo richiede. Crediamo ancora che portare il dizionario, o la calcolatrice, all’esame costituisca un vantaggio. E purtroppo molti nostri esami (a scuola e nella vita) sono congegnati proprio per valutare l’erudizione, non la comprensione. Per esempio crediamo che il vero manager sia quello che, fra una mail una chiamata e una bloggata, prende decisioni al volo. Questo management reattivo impazza: a breve termine, essere reattivi e testardi paga, perché qualcun altro cerca di metterci una pezza. Poi però i nodi vengono a galla. Al momento, le soluzioni preferite sembrano essere dello stesso tipo di quella che ha generato il problema: decisioni istantanee e tanta tanta insistenza nel portarle avanti. Il management reattivo è il cancro della società dell’informazione, l’apoteosi della mediocrità. Io credo che la facilità di accesso alle informazioni e agli strumenti di comunicazione porterà col tempo a un altro tipo di sbocco: a constatare che le cose non sono mai semplici come appaiono, e che riflettere prima di decidere è fondamentale.

Molto, molto tempo fa si diceva che ogni problema ha una soluzione semplice, veloce e sbagliata. Mai come oggi mi sembra vero.

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L’importanza di essere backup

Posted by Walter su lunedì, 9 luglio 2007

Milano, settembre 1986. Questa è una storia vera.

Me ne vado verso il Laboratorio di Scienze dell’Informazione, in Via Moretto; caldo assai, meglio procurarsi da bere. Giustappunto hanno appena lanciato la nuova cocacola da mezzolitro, ne acchiappo una. Nella ventiquattrore c’è spazio a volontà, e non la agito nemmeno.

Nella ventiquattrore ci sono anche i dischetti della mia tesi; doppia copia, tanto per essere sicuri. Due bei dischetti floppy doppia faccia doppia densità da ben 360KB (sì Gigetto, trecentosessanta kilobyte, una volta erano più che sufficienti per portare in giro i propri file), anzi era il massimo…

Arrivo in laboratorio. La cerniera della ventiquattrore ha bucato la lattina: i miei dischetti grondano bollicine.

A quel punto, sangue freddo e ho fatto quello che avrebbe fatto qualsiasi altra persona dotata di un sano approccio scientifico al mondo:

  1. ho aperto il rivestimento di uno dei dischetti
  2. ho estratto il disco
  3. ho lavato entrambi sotto l’acqua (fredda; quella calda, si sa, smagnetizza meglio)
  4. li ho asciugati sotto l’asciugamani a getto d’aria (calda, ma è sempre meglio che usare un panno, no?)
  5. ho richiuso con cura il tutto
  6. a questo punto ho fatto un voto al grande Dio dei Dati che mai più nella vita avrei mancato di onorarlo
  7. ho infilato il floppy ricostruito nel drive dell’M24 e…

…ho ricopiato tutto sul disco rigido. Stupore sommo. Oh bella, dico, ‘sti dischetti sono una bomba. Tanto per controllare faccio “DIR A:”: niente. Tutto scomparso.
Di lontano mi è sembrano di sentire un iroso rumoreggiare di tuono, che mi è sembrato più che convincente per non insistere oltre. Non si scherza con gli dei.

Da allora, quando si parla di dati, o parliamo di tripla ridondanza e di collocazioni fisicamente separate, o stiamo giocando.

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