Business Unusual Blog

Usabilità e appunti per un'informatica post-autistica

Archive for the ‘Politiche tecnologiche’ Category

Sviste (?)

Posted by Walter su giovedì, 26 agosto 2010

Per tutta la giornata di ieri e questa mattina, il sito di Repubblica ha ripreso un look molto primi anni ’90, sembrava di essere tornati a Mosaic, se non fosse che mancava lo sfondo grigio. A occhio e croce, qualcosa nel foglio stile non funzionava, magari per un qualche problema con Javascript. Leggi il seguito di questo post »

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Quel che penso di Magic Italy: prequel

Posted by Walter su venerdì, 12 giugno 2009

Datemi il tempo di smettere di vomitare e di mangiarmi una tavoletta di cioccolata.
Poi sarò in grado di esprimermi in modo civile.

(E, naturalmente, lasciatemi fare la riunione che inizia fra poco. Ci sentiamo presto.)

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Concomitanze

Posted by Walter su domenica, 1 marzo 2009

Nello stesso giorno mi sono imbattuto in due notizie. La prima  è quella secondo cui al Ministero dell’Istruzione (ministero!)

…ci auguriamo che anche il laboratorio di informatica possa trovare spazio tra le attività.

La seconda, quella con cui Microsoft (azienda privata!) si propone di

arrivare a formare due milioni di cittadini americani nell’arco di tre anni.

In questo confronto c’è tutto l’abisso in cui il nostro Paese sta affondando. C’è la crisi? In America un’azienda privata rompe il porcellino e semina futuri clienti. In Italia proprio il Ministero che dovrebbe pensare al futuro tira i remi in barca e aspetta che passi.

I soldi per le lavagne multimediali, dice invece il Ministro Brunetta, si troveranno. Giusto per curiosità: a cosa serve, esattamente, una lavagna multimediale?  Attendo lumi (non da chi le vende, grazie).

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Lettera aperta al Ministro Brunetta e alla Sottosegretario Brambilla

Posted by Walter su venerdì, 23 gennaio 2009

Egr. Sig. Ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione
Renato Brunetta
Gent. Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri
Michela Vittoria Brambilla
Loro Sedi

Egregio ministro, gentile sottosegretario,
lo scorso autunno ho letto alcune vostre dichiarazioni che annunciavano nel giro di una settimana il rilancio in grande stile del progetto italia.it.

Appena un trimestre dopo, nuove e più inquietanti notizie mi convincono che a ottobre non si trattava di un problema gastrico, ma di una riedizione di una delle pagine più tristi e stupide degli investimenti pubblici nelle cosiddette nuove tecnologie. Volete veramente rilanciare Italia.it.

Ve lo dico subito: ma perché? Con un Paese che digitalmente scivola nel Terzo Mondo non vi viene in mente niente di altro, niente di meglio?

Vi scrivo:

  1. come persona interessata ai fatti
  2. come operatore ventennale proprio di quel settore delle nuove tecnologie (erano nuove anche allora, ma tengono bene la piega, e dire che le ho usate)
  3. come partecipante al RItalia Camp (quando l’Italia che le tecnologie le conosce e le vive ha cercato di avvertire il governo della mostruosità in cui sperperava pubbliche risorse)
  4. come cittadino che, indipendentemente dalla posizione politica, è stufo marcio di vergognarsi per il proprio Paese.

Leggo dunque che Italia.it sta per rinascere, sotto il nuovo nome di Italia.info. Da subito, quindi, un radicale cambio di prospettiva. Ma se qualcosa rinasce, può servire ricordare cosa è morto.

Italia.it non è stato solo un progetto fallimentare dal punto di vista tecnologico. E’ stato un disastro gestionale, un disastro comunicativo, un disastro culturale, un disastro economico.
Si potrebbero citare Caporetto e Waterloo se solo il senso ultimo di Italia.it, quello per cui merita di essere e verrà inevitabilmente ricordata fosse la tragedia e non piuttosto il ridicolo assoluto, da Re Nudo, una cretinata vergognosa, un’idiozia definitiva da cui ogni persona accorta dovrebbe tenersi lontana non foss’altro che per decenza.

Sarebbe anche facile, ma io non ce l’ho con IBM, o Tiscover; hanno avuto specifiche fumose e controlli inesistenti: perché avrebbero dovuto spendere di più quando lavorando al risparmio potevano adempiere al contratto? E’ il mercato, bellezza. Se tu mi dai una cassa d’oro e io ti do dieci perline buon pro ti facciano. Il problema, quindi, non sono stati i fornitori. Sono stati i committenti. Il nostro governo è stato incapace di esigere ciò per cui pagava.

Spero di spiegarmi bene, Italia.it è stata un disastro politico, e lo è stata per tutti: chi l’ha concepita, chi non ha saputo gestirla, chi ha cercato di difenderla e venderla agli italiani ed è poi stato costretto a rinunciare a suon di pernacchie. Italia.it è stata il simbolo della completa incapacità di una classe politica, quella di cui voi stessi fate parte, di essere all’altezza delle proprie responsabilità politiche.
Lo ripeto: il disastro non è dipeso dalla incompetenza tecnologica di questo o quel ministro, ma dalla loro complessiva incapacità politica di gestire un processo del genere. E’ proprio perché il disastro è stato politico che l’ingegner Stanca non potrà mai scaricare la vergognosa paternità del progetto; è proprio perché il disastro è stato politico che l’onorevole Rutelli non potrà più scollarsi di dosso la maccheronica (e però tristemente adeguata) scenetta con cui lanciava Italia.it alla BIT con le immortali parole “Pliiz vizit mai biùtiful càuntri”. Verrebbe da paragonarlo a Totò e al suo  “Nojo volevàn savuàr”. Solo che se fa il buffone Totò rido. Se si rende ridicolo un ministro della Repubblica, non mi viene proprio da ridere.

Oggi il governo siete voi. Non sentite il bisogno di differenziarvi, non foss’altro che per assicurarvi risultati meno vergognosi? E in quale modo intendete differenziarvi, se lo farete? Perché da fuori, credetemi, non si notano proprio cambi di rotta.

Personalmente non mi illudo né mi importa che un ministro abbia una grandiosa comprensione delle tecnologie in gioco. Certo, lo preferirei, ma non sono competenze che gli siano richieste. Ciò che si chiede alla politica è visione e capacità gestionale: saper immaginare un futuro, saper incaricare persone capaci di realizzarlo, saper predisporre una struttura di controllo che garantisca i risultati. In Italia.it non si è visto niente di tutto questo. Siete sicuri che il vostro prossimo progetto nasca diverso?

Italia.it è stata la dimostrazione della totale, inappellabile incapacità del nostro livello politico di concepire e di gestire un progetto tecnologico di questo secolo. E voi vi ci volete rimettere come se nulla fosse successo? Con che coraggio riuscite a parlare di rilancio di un progetto quando parlate di un progetto nato morto, tenuto in vita artificialmente a spese nostre e infine sepolto in una fossa comune di ridicolo?

Negli Stati Uniti, che da noi si citano sempre purché a sproposito i progetti tecnologici sono prima redatti, e poi addirittura validati, apertamente, con il contributo di chiunque, nell’industria e nella ricerca, abbia qualcosa di sensato da dire. Laggiù, ci si fa un punto d’onore di spiegare e giustificare i propri criteri di scelta.
Da noi, chi si è sincerato se qualcosa come Italia.it aveva senso? Se rispondeva a qualche esigenza? Da noi, dove erano le specifiche accessibili al pubblico scrutinio? Dove l’adozione di forme adeguate di governo del progetto? Dove i criteri condivisi di validazione per assicurare che il prodotto corrisponda alle aspettative? Vi ricordate, vero, che al suo avvio Italia.it, figlio del ministro Stanca, non rispettava nemmeno i requisiti dello stesso ministro sull’accessibilità? Vi ricordate le pietose conclusioni della Relazione della Commissione di Indagine sul portale Italia.it per la quale oltre alla fumosità delle specifiche era mancato totalmente il controllo del progetto? Cosa che vi fa credere di stare cambiando radicalmente registro?

Leggo nel vostro Protocollo di intesa che istituirete un “Comitato di monitoraggio”.
Bene, è fra quello che chiedevo per Italia.it un anno fa. Leggo che sarà composto da sei membri pariteticamente scelti da voi. Benissimo, ma scelti secondo quali criteri? Con quali competenze? Con quali compiti specifici? Diciamola tutta: con quali responsabilità?
Leggo che partecipare al comitato di monitoraggio non genera oneri. In italiano corrente, significa che il comitato di monitoraggio lavora gratis. E perché? Vogliamo fare una cosa in stile sovietico, alla “mi pagano poco ma lavoro di meno”?
Leggo che il comitato di monitoraggio produrrà un rapporto trimestrale. E cosa monitorizza: la deriva dei continenti? Quanto dura il progetto per giustificare un monitoraggio trimestrale, trent’anni?

Ricapitolando: un gruppo di sei prescelti si incontra gratis periodicamente per “monitorare” un progetto e una volta a trimestre redige un rapportino.
Perdonate, ma io questo non lo chiamo “comitato di monitoraggio”, la chiamo sinecura: al comitato non si paga nulla perché, in fondo, non si chiede niente. Giusto una monitoratina ogni tre mesi, qualche indicazione di massima, poi eventualmente qualcun altro dovrà porsi il problema di fare qualcosa al riguardo.
Scusate, ma stiamo parlando di un comitato di controllo o del Gran Consiglio dei Dieci Assenti fantozziano?

Ecco, mi sfugge proprio una cosa: chi risponderà di cosa in questo vostro progetto?

Distinti saluti,
Walter Vannini

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iSòrata: la grande sfida all’iPhone

Posted by Walter su domenica, 10 agosto 2008

Forse deluderò qualcuno, ma non mi troverete accampato in fila per acquistare il nuovo iPhone 3G. E non perché il mio amico Amministratore Delegato me ne ha fatto avere uno in anteprima. Il fatto è che dell’iPhone non mi importa un fico secco.

Dico: esattamente, di cosa dovrebbe importarmi?

Non mi importa che Apple si sia infine accorta che l’Italia è uno dei principali mercati di telefonia mobile e ci consideri degni del suo prodotto.

Non mi importa che il suddetto prodotto prometta nuove e meravigiose avventure digitali, e non solo ancora più suonerie e sfondi, ma vere e proprie applicazioni con cui gestire il mio tempo, i contatti, gli impegni, … Con tutto questo po’ po’ di organizzazione dovremmo tutti essere efficienti come amministratori delegati finlandesi, invece di twitterare al mondo ogni nostro sbadiglio.

Non mi importa che ancora una volta passi l’idea che Internet via cellulare sia un lusso che il provider di telefonia mi concede un tanto al chilo, un tot per il web, un tot per la posta se proprio non voglio usare la webmail… e usare magari Skype? Ah, per quello serve l’abbonamento extrasupergold. E aprire una shell? Eeeeh no, quello non si può proprio fare, forse non è abbastanza duepuntozzero.

Non mi importa di queste rivoluzioni trimestrali. Lo so che la tecnologia avanza, ma non ogni avanzamento è degno di essere accettato, al di fuori di chi fa ricerca. Come e più che in altri settori, in informatica la maggior parte delle cose si fa perché si può fare, più che per una qualche utilità intrinseca, quindi proprio in questo settore sarebbe fondamentale distinguere il grano dalla pula, o distinguere il valore dal marketing. Quello che pochi sembrano capire è che per un venditore il miglior prodotto è sempre il proprio, mentre chi compra spesso potrebbe arrivare a conclusioni opposte.

I media sono pagati per attirare la nostra attenzione. E non hanno alcun vincolo a presentare tutte e due le facce di una medaglia, specie se quella medaglia li paga in pubblicità. Ergo, più i media parlano di qualcosa più dovremmo esserne consapevoli che stanno scodinzolando dietro a qualche direttore marketing. Invece, soprattutto nel meraviglioso mondo delle tecnologie, si riesce a conciliare una profonda ignoranza di base con una assoluta e acritica disponibilità a credere all’imbonitore che urla più forte. Possiamo pure lamentarci che il Paese affonda, ma ci chiediamo il modo in cui ne dissipiamo le risorse, in privato, in azienda, nel settore pubblico?

Quando un’azienda ha speso i suoi ennemila euro l’anno per mettere in mano l’iPod a un amministratore delegato che si fa stampare le e-mail, quegli euro in che voce li fa ricadere?

Non mi importa di questo always on da poveri di spirito, dove uno non solo si ritiene in dovere di informare il mondo a intervalli di cinque minuti di cosa sta facendo, ma si sente anche un figo perché “condivide con la community” cose che al confronto una puntata del Grande Fratello sembra un seminario di Umberto Eco.

Non mi importa di questo Nulla tecnologizzato. Questa non è evoluzione tecnologica, sono solo ideuzze di marketing, e pure di breve respiro. Non appena lo shopping selvaggio di Google si acquieterà e il mercato della pubblicità online si farà due conti in tasca e vedremo sparire nel nulla tanti di questi “servizi duepuntozzero” il cui modello di business è far parlare di sé, raccogliere una “comunità” e sperare che qualcuno se li compri.

Dice, ma bravo lui che ha capito tutto. Non è che ho capito tutto, ho capito solo che l’idea di pubblicità è nata in un tempo e in un mondo caratterizzati dalla scarsità informativa, e quel tempo e quel mondo sono finiti. E con loro è finita la possibilità di farsi notare semplicemente gridando più forte.

Presto, tutta la pubblicità dovrà essere valutata solo sui risultati di vendita. A quel punto, sperare in Google Ads per pagare anche solo l’affitto del blog sarà ridicolo. E poco dopo saremo di fronte al vero, grande dilemma del nostro modello di sviluppo: non abbiamo bisogno di comprare tutto quello che viene prodotto.

Vivremo, come dicono in Cina, in tempi interessanti.

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Un clic su un’Italia spenta

Posted by Walter su giovedì, 14 febbraio 2008

Di solito non mi limito a dire che qualcosa va letto, ma ci sono sempre delle eccezioni.

Un clic su un’Italia spenta è il motto adatto per la lapide di un Paese impazzito. Chi ha qualcosa da dire, venga avanti e taccia.

Informatizzazione della burocrazia uno spreco da quasi sei miliardi – Piccola Italia – Repubblica.it

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Italia.it: come evitare il bis

Posted by Walter su lunedì, 28 gennaio 2008

A fronte di un disastro così totale come il (momentaneamente?) defunto Italia.it, viene la tentazione di chiedere a gran voce la rimozione dal ciclo decisionale tutte le persone coinvolte, fino al vertice.

Potrebbe anche essere una soddisfazione, ma di breve portata. Perché Italia.it è un problema sistemico, non solo di mancanza di competenze. In Italia.it tutti i passi del processo sono stati fallimentari (leggete pure la Relazione della Commissione di Indagine sul portale Italia.it):

  • chi (Innovazione Italia) doveva definire il progetto ha prodotto un bando e un capitolato lacunosi e generici (in particolare riguardo ai contenuti)
  • chi (il consorzio IBM/ITS/Tiscover) ha fatto il pesce in barile anziché esigere obiettivi precisi da raggiungere
  • chi (il Dipartimento per l’Innovazione Tecnologica) doveva controllare e dirigere non lo ha fatto.

Tutto, in Italia.it, meritava il macero. Tutto:

  • la tecnologia, non rispondente agli standard di settore
  • l’interfaccia scadente
  • l’accessibilità ignorata
  • il modello di interazione limitante, non aperto all’aggiunta di contenuti
  • l’immagine, di un Paese fermo agli anni ’50
  • la comunicazione
  • i contenuti e tutto il processo editoriale
  • il marketing turistico
  • l’utilizzo e l’integrazione con le risorse locali

Il problema di Italia.it non è tecnologico, ma sistemico, e indica chiaramente che non solo non esiste una cultura di progetto, ma che nemmeno esistono le procedure con le quali implementarla. Siamo in presenza di un sistema privo di criteri di controllo condivisi, il cui risultato sono arbitrarietà e assenza di responsabilità.

Per quanto mi piacerebbe vedere molte teste rotolare, questa  non è la cosa più importante. La cosa più importante è  imporre al Dipartimento per l’Innovazione Tecnologica, e a cascata, a tutti i suoi fornitori i concetti di obiettivi, standard di riferimento e collaudo.
Non è pensabile che un progetto informatico possa essere non dico realizzato ma proposto senza mettere chiaramente per iscritto:

  1. a cosa deve servire
  2. con che criteri tecnici deve essere realizzato
  3. quali sono le cose che deve fare
  4. in che modo deve farle
  5. quali sono i criteri e i modi con cui posso accertarmi che le faccia
  6. in quale modo procederò al collaudo, per controllare che tutti i punti precedenti siano stati rispettati
  7. a quali condizioni il collaudo potrà considerarsi superato

Inoltre, trattandosi di danaro pubblico, aggiungo anche che:

  1. i criteri di realizzazione
  2. i criteri e i metodi di collaudo
  3. il bando e il capitolato d’appalto
  4. la documentazione tecnica relativa al progetto
  5. i risultati del collaudo

devono essere disponibili per il pubblico scrutinio. Prima dell’avvio del bando, per garantire che le scelte di progetti siano condivisibili; e dopo la chiusura del progetto, perché non possano sussistere dubbi sulla accettabilità del lavoro svolto.

La struttura di comando di Italia.it, così come mi è stata spiegata a suo tempo, era questa:

  1. il Vicepresidente del Consiglio (On. Francesco Rutelli)
  2. il Comitato Nazionale del Turismo (7 Regioni, 2 Province, gli Enti Autonomi e l’ENIT)
  3. il Sottocomitato tecnico per italia.it, (1 rappresentante per Regione)
  4. il consorzio fornitore (IBM, ITS, Tiscover)

Notate niente? Manca una terza parte che controlli che il fornitore abbia effettivamente fatto ciò che committente richiedeva. Manca una Commissione di collaudo, terza rispetto alla catena di comando, che garantisca il lavoro. Terza significa che non risponde al committente né al fornitore, e quindi non è parte in causa.

Il concetto di terzietà è fondamentale, e si esprime principalmente attraverso gli standard di riferimento. Esistono per qualsiasi cosa, dall’acciaio alle stoffe, ed esistono anche per l’informatica (il W3C è lì per quello). Per tutto quanto non può venire riferito a uno standard, vengono definiti, prima dell’avvio del progetto, criteri e modalità di collaudo. In questo modo, committente e fornitore sanno cosa dovrà fare il prodotto, e come si deciderà se lo fa davvero oppure no.

Il mondo dell’informatica non è il pianeta Marte, i test esistono e vengono pretesi tranne, a quanto pare, nel caso di Italia.it. E’ possibile definire dei test anche per un portale del genere, per tutto quello che non è riconducibile a degli standard di riferimento, sotto forma di casi d’uso sufficientemente vari e rappresentativi.

Il vincolo del pubblico scrutinio è fondamentale per evitare che qualche accidentale deficit di competenza possa tradursi in sperpero di denaro pubblico. Pubblico scrutinio non significa un forum aperto a ciclo continuo: significa che, per un periodo di tempo adeguato, chiunque può esaminare le carte ed esprimere la propria motivata opinione professionale. Allo scadere del periodo, la Commissione di Collaudo considera quanto è stato sottoposto e valuta, motivando, se il feedback ricevuto imponga delle revisioni. Tutto agli atti, ovviamente, e pubblicamente consultabile.

Tutto questo viene già realizzato quando si tratta di un ponte o di un edificio. Se sapremo applicare alle nuove tecnologie un poco della serietà professionale delle vecchie magari non raggiungeremo la perfezione, ma  forse riusciremo a evitare un pericoloso bis di Italia.it. E direi che ne vale la pena. Se invece di 45 milioni ne hanno spesi “solo” 7, vuol dire che ce ne sono altri 38 a rischio.

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DoJ a XXI secolo: grazie, sarà per la prossima volta

Posted by Walter su mercoledì, 12 settembre 2007

Il mio amico Emanuele mi segnala questo articolo della Bbc. E dopo due giorni sono ancora stranito all’idea.

Ho già spiegato cosa sia la neutralità della rete, adesso vediamo di spiegare cosa è successo e perché me la prendo.

È successo che il DoJ, il dipartimento della giustizia statunitense, ha detto che sostanzialmente sì, non si vede perché i provider non dovrebbero poter applicare tariffe e trattamenti differenti a diversi tipi di traffico di rete. Vorrei dire che questa è un’idiozia tanto quanto gli esempi che facevo qualche mese fa qui.

Attenzione poi a come viene posta la questione: la libertà di cui parlano è quella del provider, ed è la “libertà” di decidere, un trattamento diverso a seconda dei contenuti, a parità di servizio offerto (banda). Questo non ha nulla a che vedere con la libertà questi sono diritti di passo medievali. C’è nessun paladino del libero mercato là fuori? Battete un colpo.

Ora, che gli Stati Uniti non abbiano memoria storica del diritto di passo si può anche capirlo. Ma qui stiamo assistendo a un Paese che butta a mare il futuro della propria economia per i profitti del prossimo trimestre di un paio di giganti delle telecomunicazioni (giustamente entusiasti dell’idea).

La Rete è diventata ciò che è diventata perchè era neutrale. E non mi pare che nessuno ci abbia rimesso. Vale anche l’opposto, come logica insegna: se la rete non fosse stata neutrale, non sarebbe diventata il motore dell’economia del XXI secolo.

Esagero? Giudicate voi, giudicate pensando alla libertà di impresa, ai mercati, al libero svilupparsi dell’economia. Diciamo che in nome del libero mercato versione Department of justice, la neutralità della rete è acqua passata.
Diciamo che per connettervi, da casa e dall’azienda, usate il provider PippoNet Italia.
Diciamo che PippoNet Italia ha un suo programma per VoIP, una sua piattaforma blog, un suo CMS, hosting, tutto quanto serve.

Ora diciamo che io sviluppo un programma alternativo, che sia per VoIP, o per blog, o un CMS. Non diciamo che sia migliore o peggiore, non importa. Siccome la neutralità di rete è storia, cosa pensate che faccia PippoNet? Darà al mio traffico un trattamento equo, o lo penalizzerà (per carità, con le migliori intenzioni di fornirmi il servizio migliore) facendomi pagare un prezzo più alto che, ammesso che io possa pagare, mi renderà non competitivo? Ecco la rete come la immaginano i Soloni del DoJ: chi ha i soldi si paga la quota di mercato che vuole. E chi non li ha, non li può fare. Non male come libero mercato, che dite?

Come dice il sempre pronto Marco Camisani Calzolari, finirebbe che quando ci connettiamo troviamo un bel portalone e possiamo navigare solo lì dentro.

Solo che quello sarebbe non un portale, ma uno stagno.

E guardiamoci bene dal non capire come funziona davvero il mercato: con buona pace dell’equilibrio che sognavano gli economisti classici, il mercato che si regola da sé, oggi sappiamo che un piccolo vantaggio iniziale anche casuale, qualche appoggio, qualche scelta legislativa miope, e le esternalità di rete (ossia usare un prodotto perché lo usano anche altri) fanno sì che il prodotto che vince non solo non sia il migliore ma che sia pressoché impossibile scalzarlo.

In termini più semplici: l’esistenza di un mercato libero ed equo per tutti i partecipanti deve essere garantita dall’esterno, non è un risultato delle dinamiche di mercato.

Gli Stati Uniti stanno barattando il futuro della loro economia con i profitti del prossimo trimestre. Esigiamo che l’Europa sappia vedere più in là. informatici, Internet researcher, docenti, imprenditori col sale in zucca, è ora di contarci e puntare i piedi.

Cosa si può fare di produttivo? Una petizione?  E se pensassimo a qualcosa di meno effimero? Io delle idee le avrei.

Stefano, batti un colpo, è pane anche per i tuoi denti.

Fabio, Luca, ne parliamo all’aperitivo del 13?

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Libri e lavandaie

Posted by Walter su martedì, 4 settembre 2007

Tutto sommato non sembra male ritrovarsi in città la festa nazionale tematica “Informazione e “Comunicazione”.

Però, in questa edizione 1987 2007 non si parla di Internet.
Non si parla di mercato delle telecomunicazioni, o meglio della sua assenza.
Non si parla di divario digitale (che guardandoci attorno dovremmo pur cominciare a chiamare baratro).
Non si parla dello stato della nostra scuola e della nostra Università, che fra “tre i” e riforma Moratti ci sta facendo perdere una generazione.
Non si parla di come far sì che la nostra classe dirigente (politica e aziendale) possa uscire dalla palude dell’analfabetismo digitale, visto che dovrebbe dirigere il Paese.
Guarda caso, non si parla di Italia.it (ma questo me lo aspettavo).

In pratica, non si parla di niente?
Ma no, ma no. Questa edizione 1987 2007, stasera, raccoglie il ministro Gentiloni, il Presidente della RAI Petruccioli e il presidente di Mediaset, Confalonieri, e altri che non conosco a parlare di… “La riforma del sistema televisivo italiano”. Argomento bello fresco, complimenti. Magari ci vado perché coordina Curzio Maltese, che almeno non è sdraiato. Se poi ci fosse Travaglio…

Ma il meglio, dal mio punto di vista, è la serata finale, 8 settembre, che quest’anno è il V-day . L’otto settembre, dicevo, un dibattito imperdibile: “il futuro del libro nell’era digitale”.
Ora, finché si scherza si scherza, ma io sul futuro del libro ne saprei qualcosina, visto che mi occupo di media digitali dalla fine degli anni ’80.

Ci ho fatto ricerca, ho pubblicato il primo titolo elettronico in Italia, mi sono sfinito nel vano tentativo di farmi sentire dai nostri imprenditori dell’editoria, quelli per intenderci che non solo hanno prodotto meraviglie del nulla come “Epoca online” (nei primi anni ’90 richiedeva solo una linea ISDN), o hanno fallito miseramente nell’unico mercato “sicuro” di Internet, la vendita di libri oniline (ricordate Zivago?), ma adesso appestano l’etere con dei siti di informazione stantii, chiassosi, goffi, bolsi e paleolitici, e sto parlando solo della forma, per decenza. E un po’ di altre cose.

Ad ogni modo, a forza di lavorarci il discorso si è esaurito, l’ultima conferenza sul tema a cui ho partecipato, mi pare, fu “Il futuro del libro”, a San Marino, dove partecipava anche Eco. Da allora sono passati quasi quindici anni. Il pensiero che il libro come lo conosciamo sia un prodotto di un preciso periodo storico (a Roma e Atene non esisteva, e nemmeno in Cina. E dubito che fra due secoli esisterà ancora) non sembra sfiorare i nostri intellettuali, come non li sfiora il fatto che il libro sia un mezzo, non un fine, e come tale magari superabile.

Invece di chiederci dove stiamo andando, ci chiediamo cosa sarà delle nostre abitudini, ed è terribile. Come se all’arrivo dell’acqua corrente, in un paese ci si interrogasse sul futuro dei canti delle lavandaie al fiume. Allo stesso modo eccoci qui a parlare di Libro e televisione, le uniche cose che i nostri politici capiscono, perché sono rimasti alle equazioni “comunicazione ≡ propaganda” e “media ≡ mass-media”, come negli anni ’50, e l’idea che esistano altri media, e che più dei media importi l’informazione da veicolare (e di quella sì che si dovrebbe parlare, e del fatto che oggi l’informazione e la comunicazione sono ricchezza) non li sfiora.

Allucinante, un po’ come sentire l’orchestra che suona sul Titanic che affonda. E affondare affondiamo, eccome.

Sono felice che l’edizione 1987 2007 della Festa de l’Unità tratti di questo argomento sempre interessante, il libro, ma mi chiedo: c’è qualche politico, di qualsiasi obbedienza, disposto a interessarsi di qualcosa che riguarda l’Italia di oggi, e possibilmente dei prossimi dieci anni? Perché se c’è, mi piacerebbe prendere un caffè assieme. Offro io.

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Informatica e elezioni

Posted by Walter su venerdì, 23 marzo 2007

Lo sforzo per ammodernare questo Paese non si ferma, nonostante chiunque desideri possa trovare tutti i motivi del mondo per smettere.

L’Assoprovider alza la testa e cerca di assicurarsi che il prossimo governo colga un sottile dettaglio, finora ignorato: che un mercato, per essere tale, deve contare più di un operatore.

Allo stesso tempo, oltremanica ci si preoccupa che le PA non si leghino mani e piedi a un unico fornitore. Un esempio che anche da noi si potrebbe (dovrebbe?) seguire, al di là di qualsiasi discorso ideologico.

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