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Usabilità e appunti per un'informatica post-autistica

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Lettera aperta al Ministro Brunetta e alla Sottosegretario Brambilla

Posted by Walter su venerdì, 23 gennaio 2009

Egr. Sig. Ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione
Renato Brunetta
Gent. Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri
Michela Vittoria Brambilla
Loro Sedi

Egregio ministro, gentile sottosegretario,
lo scorso autunno ho letto alcune vostre dichiarazioni che annunciavano nel giro di una settimana il rilancio in grande stile del progetto italia.it.

Appena un trimestre dopo, nuove e più inquietanti notizie mi convincono che a ottobre non si trattava di un problema gastrico, ma di una riedizione di una delle pagine più tristi e stupide degli investimenti pubblici nelle cosiddette nuove tecnologie. Volete veramente rilanciare Italia.it.

Ve lo dico subito: ma perché? Con un Paese che digitalmente scivola nel Terzo Mondo non vi viene in mente niente di altro, niente di meglio?

Vi scrivo:

  1. come persona interessata ai fatti
  2. come operatore ventennale proprio di quel settore delle nuove tecnologie (erano nuove anche allora, ma tengono bene la piega, e dire che le ho usate)
  3. come partecipante al RItalia Camp (quando l’Italia che le tecnologie le conosce e le vive ha cercato di avvertire il governo della mostruosità in cui sperperava pubbliche risorse)
  4. come cittadino che, indipendentemente dalla posizione politica, è stufo marcio di vergognarsi per il proprio Paese.

Leggo dunque che Italia.it sta per rinascere, sotto il nuovo nome di Italia.info. Da subito, quindi, un radicale cambio di prospettiva. Ma se qualcosa rinasce, può servire ricordare cosa è morto.

Italia.it non è stato solo un progetto fallimentare dal punto di vista tecnologico. E’ stato un disastro gestionale, un disastro comunicativo, un disastro culturale, un disastro economico.
Si potrebbero citare Caporetto e Waterloo se solo il senso ultimo di Italia.it, quello per cui merita di essere e verrà inevitabilmente ricordata fosse la tragedia e non piuttosto il ridicolo assoluto, da Re Nudo, una cretinata vergognosa, un’idiozia definitiva da cui ogni persona accorta dovrebbe tenersi lontana non foss’altro che per decenza.

Sarebbe anche facile, ma io non ce l’ho con IBM, o Tiscover; hanno avuto specifiche fumose e controlli inesistenti: perché avrebbero dovuto spendere di più quando lavorando al risparmio potevano adempiere al contratto? E’ il mercato, bellezza. Se tu mi dai una cassa d’oro e io ti do dieci perline buon pro ti facciano. Il problema, quindi, non sono stati i fornitori. Sono stati i committenti. Il nostro governo è stato incapace di esigere ciò per cui pagava.

Spero di spiegarmi bene, Italia.it è stata un disastro politico, e lo è stata per tutti: chi l’ha concepita, chi non ha saputo gestirla, chi ha cercato di difenderla e venderla agli italiani ed è poi stato costretto a rinunciare a suon di pernacchie. Italia.it è stata il simbolo della completa incapacità di una classe politica, quella di cui voi stessi fate parte, di essere all’altezza delle proprie responsabilità politiche.
Lo ripeto: il disastro non è dipeso dalla incompetenza tecnologica di questo o quel ministro, ma dalla loro complessiva incapacità politica di gestire un processo del genere. E’ proprio perché il disastro è stato politico che l’ingegner Stanca non potrà mai scaricare la vergognosa paternità del progetto; è proprio perché il disastro è stato politico che l’onorevole Rutelli non potrà più scollarsi di dosso la maccheronica (e però tristemente adeguata) scenetta con cui lanciava Italia.it alla BIT con le immortali parole “Pliiz vizit mai biùtiful càuntri”. Verrebbe da paragonarlo a Totò e al suo  “Nojo volevàn savuàr”. Solo che se fa il buffone Totò rido. Se si rende ridicolo un ministro della Repubblica, non mi viene proprio da ridere.

Oggi il governo siete voi. Non sentite il bisogno di differenziarvi, non foss’altro che per assicurarvi risultati meno vergognosi? E in quale modo intendete differenziarvi, se lo farete? Perché da fuori, credetemi, non si notano proprio cambi di rotta.

Personalmente non mi illudo né mi importa che un ministro abbia una grandiosa comprensione delle tecnologie in gioco. Certo, lo preferirei, ma non sono competenze che gli siano richieste. Ciò che si chiede alla politica è visione e capacità gestionale: saper immaginare un futuro, saper incaricare persone capaci di realizzarlo, saper predisporre una struttura di controllo che garantisca i risultati. In Italia.it non si è visto niente di tutto questo. Siete sicuri che il vostro prossimo progetto nasca diverso?

Italia.it è stata la dimostrazione della totale, inappellabile incapacità del nostro livello politico di concepire e di gestire un progetto tecnologico di questo secolo. E voi vi ci volete rimettere come se nulla fosse successo? Con che coraggio riuscite a parlare di rilancio di un progetto quando parlate di un progetto nato morto, tenuto in vita artificialmente a spese nostre e infine sepolto in una fossa comune di ridicolo?

Negli Stati Uniti, che da noi si citano sempre purché a sproposito i progetti tecnologici sono prima redatti, e poi addirittura validati, apertamente, con il contributo di chiunque, nell’industria e nella ricerca, abbia qualcosa di sensato da dire. Laggiù, ci si fa un punto d’onore di spiegare e giustificare i propri criteri di scelta.
Da noi, chi si è sincerato se qualcosa come Italia.it aveva senso? Se rispondeva a qualche esigenza? Da noi, dove erano le specifiche accessibili al pubblico scrutinio? Dove l’adozione di forme adeguate di governo del progetto? Dove i criteri condivisi di validazione per assicurare che il prodotto corrisponda alle aspettative? Vi ricordate, vero, che al suo avvio Italia.it, figlio del ministro Stanca, non rispettava nemmeno i requisiti dello stesso ministro sull’accessibilità? Vi ricordate le pietose conclusioni della Relazione della Commissione di Indagine sul portale Italia.it per la quale oltre alla fumosità delle specifiche era mancato totalmente il controllo del progetto? Cosa che vi fa credere di stare cambiando radicalmente registro?

Leggo nel vostro Protocollo di intesa che istituirete un “Comitato di monitoraggio”.
Bene, è fra quello che chiedevo per Italia.it un anno fa. Leggo che sarà composto da sei membri pariteticamente scelti da voi. Benissimo, ma scelti secondo quali criteri? Con quali competenze? Con quali compiti specifici? Diciamola tutta: con quali responsabilità?
Leggo che partecipare al comitato di monitoraggio non genera oneri. In italiano corrente, significa che il comitato di monitoraggio lavora gratis. E perché? Vogliamo fare una cosa in stile sovietico, alla “mi pagano poco ma lavoro di meno”?
Leggo che il comitato di monitoraggio produrrà un rapporto trimestrale. E cosa monitorizza: la deriva dei continenti? Quanto dura il progetto per giustificare un monitoraggio trimestrale, trent’anni?

Ricapitolando: un gruppo di sei prescelti si incontra gratis periodicamente per “monitorare” un progetto e una volta a trimestre redige un rapportino.
Perdonate, ma io questo non lo chiamo “comitato di monitoraggio”, la chiamo sinecura: al comitato non si paga nulla perché, in fondo, non si chiede niente. Giusto una monitoratina ogni tre mesi, qualche indicazione di massima, poi eventualmente qualcun altro dovrà porsi il problema di fare qualcosa al riguardo.
Scusate, ma stiamo parlando di un comitato di controllo o del Gran Consiglio dei Dieci Assenti fantozziano?

Ecco, mi sfugge proprio una cosa: chi risponderà di cosa in questo vostro progetto?

Distinti saluti,
Walter Vannini

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Italia.it: come evitare il bis

Posted by Walter su lunedì, 28 gennaio 2008

A fronte di un disastro così totale come il (momentaneamente?) defunto Italia.it, viene la tentazione di chiedere a gran voce la rimozione dal ciclo decisionale tutte le persone coinvolte, fino al vertice.

Potrebbe anche essere una soddisfazione, ma di breve portata. Perché Italia.it è un problema sistemico, non solo di mancanza di competenze. In Italia.it tutti i passi del processo sono stati fallimentari (leggete pure la Relazione della Commissione di Indagine sul portale Italia.it):

  • chi (Innovazione Italia) doveva definire il progetto ha prodotto un bando e un capitolato lacunosi e generici (in particolare riguardo ai contenuti)
  • chi (il consorzio IBM/ITS/Tiscover) ha fatto il pesce in barile anziché esigere obiettivi precisi da raggiungere
  • chi (il Dipartimento per l’Innovazione Tecnologica) doveva controllare e dirigere non lo ha fatto.

Tutto, in Italia.it, meritava il macero. Tutto:

  • la tecnologia, non rispondente agli standard di settore
  • l’interfaccia scadente
  • l’accessibilità ignorata
  • il modello di interazione limitante, non aperto all’aggiunta di contenuti
  • l’immagine, di un Paese fermo agli anni ’50
  • la comunicazione
  • i contenuti e tutto il processo editoriale
  • il marketing turistico
  • l’utilizzo e l’integrazione con le risorse locali

Il problema di Italia.it non è tecnologico, ma sistemico, e indica chiaramente che non solo non esiste una cultura di progetto, ma che nemmeno esistono le procedure con le quali implementarla. Siamo in presenza di un sistema privo di criteri di controllo condivisi, il cui risultato sono arbitrarietà e assenza di responsabilità.

Per quanto mi piacerebbe vedere molte teste rotolare, questa  non è la cosa più importante. La cosa più importante è  imporre al Dipartimento per l’Innovazione Tecnologica, e a cascata, a tutti i suoi fornitori i concetti di obiettivi, standard di riferimento e collaudo.
Non è pensabile che un progetto informatico possa essere non dico realizzato ma proposto senza mettere chiaramente per iscritto:

  1. a cosa deve servire
  2. con che criteri tecnici deve essere realizzato
  3. quali sono le cose che deve fare
  4. in che modo deve farle
  5. quali sono i criteri e i modi con cui posso accertarmi che le faccia
  6. in quale modo procederò al collaudo, per controllare che tutti i punti precedenti siano stati rispettati
  7. a quali condizioni il collaudo potrà considerarsi superato

Inoltre, trattandosi di danaro pubblico, aggiungo anche che:

  1. i criteri di realizzazione
  2. i criteri e i metodi di collaudo
  3. il bando e il capitolato d’appalto
  4. la documentazione tecnica relativa al progetto
  5. i risultati del collaudo

devono essere disponibili per il pubblico scrutinio. Prima dell’avvio del bando, per garantire che le scelte di progetti siano condivisibili; e dopo la chiusura del progetto, perché non possano sussistere dubbi sulla accettabilità del lavoro svolto.

La struttura di comando di Italia.it, così come mi è stata spiegata a suo tempo, era questa:

  1. il Vicepresidente del Consiglio (On. Francesco Rutelli)
  2. il Comitato Nazionale del Turismo (7 Regioni, 2 Province, gli Enti Autonomi e l’ENIT)
  3. il Sottocomitato tecnico per italia.it, (1 rappresentante per Regione)
  4. il consorzio fornitore (IBM, ITS, Tiscover)

Notate niente? Manca una terza parte che controlli che il fornitore abbia effettivamente fatto ciò che committente richiedeva. Manca una Commissione di collaudo, terza rispetto alla catena di comando, che garantisca il lavoro. Terza significa che non risponde al committente né al fornitore, e quindi non è parte in causa.

Il concetto di terzietà è fondamentale, e si esprime principalmente attraverso gli standard di riferimento. Esistono per qualsiasi cosa, dall’acciaio alle stoffe, ed esistono anche per l’informatica (il W3C è lì per quello). Per tutto quanto non può venire riferito a uno standard, vengono definiti, prima dell’avvio del progetto, criteri e modalità di collaudo. In questo modo, committente e fornitore sanno cosa dovrà fare il prodotto, e come si deciderà se lo fa davvero oppure no.

Il mondo dell’informatica non è il pianeta Marte, i test esistono e vengono pretesi tranne, a quanto pare, nel caso di Italia.it. E’ possibile definire dei test anche per un portale del genere, per tutto quello che non è riconducibile a degli standard di riferimento, sotto forma di casi d’uso sufficientemente vari e rappresentativi.

Il vincolo del pubblico scrutinio è fondamentale per evitare che qualche accidentale deficit di competenza possa tradursi in sperpero di denaro pubblico. Pubblico scrutinio non significa un forum aperto a ciclo continuo: significa che, per un periodo di tempo adeguato, chiunque può esaminare le carte ed esprimere la propria motivata opinione professionale. Allo scadere del periodo, la Commissione di Collaudo considera quanto è stato sottoposto e valuta, motivando, se il feedback ricevuto imponga delle revisioni. Tutto agli atti, ovviamente, e pubblicamente consultabile.

Tutto questo viene già realizzato quando si tratta di un ponte o di un edificio. Se sapremo applicare alle nuove tecnologie un poco della serietà professionale delle vecchie magari non raggiungeremo la perfezione, ma  forse riusciremo a evitare un pericoloso bis di Italia.it. E direi che ne vale la pena. Se invece di 45 milioni ne hanno spesi “solo” 7, vuol dire che ce ne sono altri 38 a rischio.

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Italia.it chiude. Avanti il prossimo?

Posted by Walter su lunedì, 21 gennaio 2008

Così il mondo finisce
così il mondo finisce
così il mondo finisce
non con fragore ma con un gemito.

(T.S. Eliot)

E così, Italia.it ha chiuso. Requiescat. Ha chiuso tomo tomo cacchio cacchio, senza strombazzi, proprio come era stato avviato, finanziato e realizzato. Se non ci fosse stata la gag “biùtiful cauntri” di Rutelli forse manco ce ne accorgevamo.

Dice, sono contento? No, non sono contento. Non sono contento perché tutto (avvio, realizzazione e chiusura) è stato gestito come un fatto privato del Governo, su cui il Governo ha rifiutato la trasparenza cui invece è tenuto.

Italia.it se lo sono approvato, se lo sono finanziato, se lo sono fatto. Poi, di fronte al ridicolo che gli si è (giustamente) riversato addosso, si sono nominati la loro commissione di indagine, si sono letti il (desolante) rapporto e infine, non potendo nascondere l’elefante dietro i fili d’erba, si sono chiusi il progetto.

Io non sono contento perché tutte le condizioni che hanno portato a fare di Italia.it un disastro continuano a sussistere. Cito dal Relazione della Commissione di Indagine sul portale Italia.it (p. 46)

  • Innovazione Italia ha operato quale stazione appaltante, ed in quanto tale, ha predisposto il bando di gara e, soprattutto, il capitolato, non tenendo conto delle osservazioni formulate dal CNIPA, la cui correttezza è stata dimostrata dagli avvenimenti successivi: ha, inoltre, trascurato la necessità di intervenire con decisione una volta appurata l’impossibilità di rispettare il primo passaggio temporale nella realizzazione della fornitura;
  • il Dipartimento per l’Innovazione Tecnologica ha avuto il ruolo di sovrintendere ed indirizzare ‘attività della stazione appaltante; in tale veste, non può non essergli imputata la conduzione della fase critica, venutasi a creare nell’autunno del 2005;
  • il fornitore, dal suo canto, non può pretendere di giustificare il mancato rispetto delle obbligazioni assunte consapevolmente lamentando, a posteriori, la loro genericità ovvero, addirittura, l’impossibilità dell’adempimento

Tradotto in termini diretti, la Commissione dice che:

  • Innovazione Italia ha appaltato una cioféca
  • il Dipartimento per l’Innovazione Tecnologica non lo ha capito né saputo gestire
  • il fornitore ha fatto il pesce in barile.

E dovrei essere contento di vedere che Italia.it chiude mentre tutti quelli che l’hanno voluto e fatto sono tutti lì, già pronti al nuovo giro di giostra? Non mi consola sapere che (forse) solo 7 dei 45 milioni stanziati sono effettivamente stati spesi. Temo anzi, che essendo stati già stanziati sarà più difficile sapere che fine faranno. (TEMPO REALE: “siamo pronti a ricominciare in modo diverso” dice l’Ing. Ciro Esposito. Leggete qui.)

Non sono contento perché il problema è sistemico: le procedure, le strutture e le persone che hanno creato italia.it sono ancora tutte lì. E quindi un nuovo disastro sta solo aspettando di succedere.

Se il problema è nel manico, è il manico che bisogna cambiare:

  1. un bando di gara e un capitolato che non tengano conto delle indicazioni del CNIPA non devono essere accettati
  2. chi ha sovrinteso male deve essere rimosso. Le regole da rispettare c’erano. Chi ha accettato di ignorarle per quieto vivere può andare a fare altro, dove non spende soldi pubblici
  3. e da quando un fornitore può assumersi degli obblighi e poi sostenere che non sono realizzabili?
  4. la Legge continua a non prevedere il pubblico accesso e il pubblico scrutinio dei documenti per questo genere di progetti (vedi il report di Scandaloitaliano)

Mi sembra evidente che le regole (o la mancanza di regole) che hanno permesso questo porcaio devono essere riviste.

Inoltre, trovo inaccettabile una condotta così amatoriale, da parte di tutti i diretti interessati.

Gli Ordini Professionali dei dirigenti coinvolti non hanno nulla da dire?

Naturalmente in Italia l’Ordine degli Informatici non esiste. Ma quello degli Ingegneri, non ha nulla da dire sugli Ingegneri coinvolti, a partire dal Capo di Dipartimento Ingegner Ciro Esposito?

Ragazzi di Scandalo Italiano e di Ritalia, si riparte…

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A pensare male…

Posted by Walter su martedì, 31 luglio 2007

Diceva Andreotti che a pensare male si fa peccato ma non si sbaglia quasi mai.
Nello specifico, i nostri governi hanno una storia nera di provvedimenti discutibili varati a notte alta prima delle ferie estive, o la vigilia di Natale, o prima di una finale dei mondiali…

Visto il caldo che fa, vogliamo scommettere che con la chiusura per ferie il Parlamento ci tira fuori una sorpresina per Italia.it?

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Ritalia e i limiti della comunità

Posted by Walter su martedì, 12 giugno 2007

La folla è facile. Lo scandalo è facile. Tirare il sasso è facile.

Gli individui sono difficili. L’azione è difficile. Alzare la mano è difficile. Un breve riassunto:

  1. a fine Febbraio viene presentato Italia.it
  2. scandalo in rete
  3. mobilitazione, raccolta di firme
  4. nasce il progetto RItalia
  5. si convoca un BarCamp a Milano per il 30 Marzo
  6. partecipano in 300, IBM Italia partecipa con il proprio Vicepresidente Public Administration
  7. ci si dà tempo fino al 23 Aprile per definire delle proposte di progetto, che verranno poi sottoposte a votazione
  8. in totale si contano 11 proposte
  9. dopo il 23 aprile non si passa alla fase di votazione e il progetto sembra arenarsi.

Il punto non è dove sono finiti i 300. Le masse sono facili a disperdersi quanto sono facili a coagularsi. Qualcuno avrà magari pensato che la Rete potesse rifare (magari gratis) quello che milioni in soldi pubblici non erano riusciti a ottenere, ma io non sono fra quelli.

Il punto è: a cosa è servito (o a cosa serve ora) Ritalia?

A costo di ripetermi: Ritalia è stato un successo e ha, secondo me, assolto il suo compito appieno portando i diretti interessati a confrontarsi pubblicamente con una comunità di esperti di settore. Una cosa del genere non è mai successa prima in Italia, a mia memoria, per nessuna opera pubblica.

Ma la comunità non è una panacea.

E soprattutto una comunità è in grado di coagularsi attorno a un obiettivo comune ma non di darsene uno.

Esagero? Ci sono voluti più di dieci anni per dare un kernel a GNU. E lo si è avuto quando un ragazzetto finlandese ha cominciato a farselo. Solo a quel punto un gran numero di persone, che il kernel avrebbero potuto farselo anche prima, ha deciso di collaborare all’obiettivo che non avevano saputo darsi da sé.

Quindi l’attuale stasi non è colpa di Ritalia, non sono i soliti italiani bububu e poi nulla di fatto. E’ nella natura delle cose. Sta a chi ha presentato le proposte, se crede, di portarle avanti. Questo significa parlare con chi ha realizzato il progetto e presentare le proprie proposte, a costo di vederle rifiutate.

Io farò così. Nessuno ha commentato la mia proposta. Ma sono sicuro che nel momento in cui cesserà di essere una proposta e diventerà un progetto, verranno anche i collaboratori.

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Italia.it si evolve, Ritalia segna il passo?

Posted by Walter su venerdì, 4 maggio 2007

Non so quanti lo abbiano notato, ma mentre l’Italia se la godeva con i ponti del 25 aprile e del primo maggio, il team di sviluppo di Italia.it (il consorzio di imprese IBM-ITS-Tiscover) portava a termine una piccola impresa: la “rimessa a modello” di Italia.it secondo i dettami della Legge Stanca, quella per intenderci che impone vincoli di accessibilità per i siti Web della Pubblica Amministrazione. La notizia la potete leggere nella dichiarazione di accessibilità rilasciata dal team.

Mi sembrano importanti alcune cose:

  1. il team di Italia.it non è partito dal remake grafico, ma da un insieme di modifiche che il grande pubblico, ad eccezione degli addetti ai lavori e dei diretti interessati, ignora o trova quantomeno astruse. Questa è una importante affermazione di principio: un sito non è un problema di look
  2. le modifiche sono state fatte dal titolare di un pubblico appalto, solo sulla pressione di una comunità autoconvocata di esperti del settore, vociante ma numericamente esigua
  3. come per lo “scandalo” che aveva portato al RItalia BarCamp di Milano, il tutto è avvenuto (a mia conoscenza) nella totale indifferenza dei media ufficiali. E stiamo parlando di un appalto milionario.

L’iniziativa del team di sviluppo di Italia.it mi sembra un segnale importante. Alla prova dei fatti, una volta chiamati in causa IBM & co. si sono rivelati capaci di ascoltare e  di agire. Per quanti appaltatori pubblici possiamo dire lo stesso, in questo Paese di cattedrali nel deserto?

Adesso la palla è alla comunità  di RItalia, che dai 300 partecipanti del BarCamp di Milano ha collezionato 11 proposte, che dovranno essere messe al voto per decidere la direzione da seguire. Al momento, la fase di raccolta proposte è conclusa, mentre la fase di voto non è ancora stata definita.

Possiamo davvero credere che le centinaia che vennero a Milano e le migliaia che sottoscrisseo i diversi appelli all’azione non abbiano più interesse nella cosa?

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Ritalia: armiamoci e partite?

Posted by Walter su giovedì, 5 aprile 2007

Ci sono più di 300 iscritti, al RItaliaCamp, più tutti quelli che hanno postato piani di scandalo sui molti blog dedicati all’argomento, più i molti che hanno letto e sottoscritto Scandalo Italiano.

  Ma a Milano eravamo non più di 200. Non più di venti presentazioni. Un po’ poco per un evento dove “non ci sono spettatori”; dov’erano gli altri? Finirà tutto in fumo, come al solito? Non lo so, ma so che ne è valsa la pena (e con 9 ore di treno lo intendo anche in senso letterale). Credo che scandalizzarsi (italianamente o meno) costi in fondo poco, è il nostro sport nazionale. Ma alcune volte bisogna mostrare un po’ di coerenza. Un po’ di rispetto per se stessi, per ciò in cui si dice di credere.

  Anche nel Paese di Arlecchino ci sono momenti in cui si deve andare al di là del semplice spernacchio a fondo perduto. Sì, sarà necessario andare a fondo della questione e rispondere a due domande:

  1. come ha potuto un progetto così scadente andare online?
  2. come possiamo evitare che questo si ripeta?

Non sono domande oziose, sono il centro della questione. Ne riparleremo presto. Ad ogni modo sabato eravamo lì, chi da Milano chi da fuori, senza sponsor, per mettere il nostro tempo dove avevamo messo le nostre parole.

  Chi ce l’ha fatto fare? Molti anni fa assistei a uno di quegli incontri orientativi per la scelta del corso di Laurea. Parlava il prof. Degli Antoni. Io mi sarei iscritto ad Agraria, pensavo, ma, visto che i computer erano di moda, perché non sentire cosa fosse questa laurea in Informatica che avevano appena aperto. E Degli Antoni disse: 

l’informatica è la scienza e l’arte di risolvere i problemi, usando, quando serve, un computer  

e da quel momento fui un Informatico.

   Partecipare a RItalia ha a che fare con il guardarsi allo specchio ogni mattina. E nel Paese dove da quindici anni chiunque e il suo cane si mette a “fare l’informatico”, pasticciando siti web, accrocchiando reti, pigiando tasti un tanto al chilo, mi è parso di cogliere i primi segni, finalmente, di una professione che sta acquisendo coscienza di sé.

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Gli ostacoli di Ritalia. 2: eran 300 giovani e forti

Posted by Walter su giovedì, 5 aprile 2007

Sabato scorso, 31 marzo, a Milano si è lavorato.

Ci si è chiesti: può un gruppo di volontari autoorganizzati arrivare
  ai risultati che un consorzio internazionale di imprese ha mancato? E se sì,  come?

Lo scorso sabato, al RItaliaCamp, la Grande Domanda che nessuno voleva fare era proprio questa. Perché da un lato lo stesso svolgersi del Camp è stato un successo incredibile, qualcosa di inaspettato. In questo Paese, di solito, senza almeno una discarica di scorie radioattive o un traforo o almeno una velina a fare un’ospitata non si dà che la cittadinanza esprima un minimo di interesse fattivo. Scandalizzarsi perché il sito governativo sul turismo è una ciofeca? Chi ci avrebbe scommesso?

E invece. La portata di quello che sta succedendo è stata chiara a tutti. Non erano tanto le televisioni, le radio, il trafiletto qui e là: per quelli, basta una smutandata all’uscita del taxi. Era veder arrivare (e in orario) il vicepresidente Public Sector e la responsabile Comunicazione di IBM, e il rappresentante dell’ENIT, vederli sedersi fra di noi e ascoltare. Non fare comunicati e annunci, ma ascoltare. E poi, parlare. Di nuovo senza annunci, con calma.

Venuti non a mettere il cappello, ma a confrontarsi con la comunità degli esperti. Sabato a Milano si è lavorato. Avrei voluto che arrivassimo a definire un documento programmatico, ma quando metti assieme 200 persone senza un programma preciso, già arrivare a sera in modo organico ha del miracoloso.

Beh, il miracolo c’è stato. Ora cominciano i problemi. In quanti
  continueremo, dopo il Camp?
C’è un curioso studio di Jakob Nielsen sulle comunità virtuali, dal quale emerge quello che si chiama regola del 90/9/1“, una specie di regola di Pareto per la sociologia; in pratica, su 100 persone che fanno parte di una comunità:

  • 90 sono lurker, passano il tempo a chiacchierare e vedere cosa succede
  • 9 sono propositive
  • 1 fa.

Vuol dire che RItalia si ridurrà presto a 3 persone? In quel caso sarebbe una ben misera fine per un inizio così spettacolare.

 Personalmente, mi aspetto una certa moria naturale, ma anche che si formino tre o quattro gruppi di interesse in grado di produrre documenti di indirizzo.

RItalia non può (né deve) rifare italia.it; sarebbe ridicolo
  aspettarselo, oltre al fatto che per quello ci sono persone pagate apposta.

Quello che RItalia può fare è ciò per cui è nato:
  rifondare il progetto italia.it, fornire idee e competenza. Sotto forma di documenti formali, che possano essere analizzati e su cui si possano basare le future evoluzioni di italia.it. O in qualsiasi altra forma possa essere necessaria.

E’ chiaro che lo “zoccolo duro” di RItalia non potrà sostituire il consorzio di imprese a cui italia.it è affidato. Ciò che mi aspetto è
  qualcosa di più, e di meglio. Dopo vent’anni, sapete, credo ancora alla professione che mi sono scelto: l’informatica è la scienza, e l’arte, di risolvere problemi… Sabato scorso, per la prima volta degli appaltatori pubblici e la comunità degli esperti si sono incontrati per lavorare assieme. Noi RItaliani possiamo fornire competenze, idee, entusiasmo; loro hanno risorse, uomini e
  tempo. E, non scordiamlo, un lavoro da finire. Insieme possiamo trasformare italia.it in qualcosa che serva davvero. Gli americano la chiamano win-win, una situazione in cui entrambe le parti vincono.

Io la chiamo un Paese che si riscopre meglio di ciò che sembra.

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Ritalia vs. Italia.it: far sterzare un elefante

Posted by Walter su lunedì, 2 aprile 2007

La mia generazione lo chiamava brainstorming, oggi si chiama BarCamp. Ma vuol sempre dire ritrovarsi per mettere assieme idee.

Con 200 partecipanti, il RItalia Camp può seriamente candidarsi al più grosso brainstorming della storia. E anche al più seguito.Tre track contemporanei, due televisioni, giornalisti come se piovesse, la presenza di due top manager di IBM (capofila del progetto) e di un dirigente dell’ENIT (in rappresentanza della committenza), ai quali dico complimenti per essere venuti (non era escluso che qualcuno si portasse dei pomodori, dopotutto) e per avere parlato con noi tra professionisti. Era tutto quello che vi si chiedeva dopotutto.

Se anche da RItalia non uscisse nient’altro, avremo almeno raggiunto questi risultati:

  1. la blogosfera fa parte della cittadinanza attiva
  2. un progetto di sito non è un’espressione artistica svincolata dalla realtà, ma un progetto che deve rispondere a standard metodologici, de iure e de facto, e che si può valutare su queste basi oggettive
  3. “nuove tecnologie” non significa che un contratto pubblico non debba essere sottoposto a controlli
  4. serve una maggiore attenzione (formale) della PA nella gestione delle commesse e dei fornitori

Sono troppo vecchio per parlare di rivoluzioni, o per credere che la democrazia “dal basso” funzioni più che tanto. Ma  una cosa sabato l’abbiamo dimostrata: anche i pochi possono avere voce.

E, se non si può far sterzare un elefante, almeno si può dare un’aggiustatina alla sua traiettoria.

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Gli ostacoli di Ritalia. 1: Todos caballeros

Posted by Walter su mercoledì, 28 marzo 2007

Torniamo a parlare di Italia.it e di RItalia.

  • Italia.it è il classico carrozzone all’italiana, 45 milioni e 5 anni spesi per un portalucolo di turismo indegno, per fattura e contenuti, di una proloco di Capracotta
  • RItalia è un’idea nuova, dinamica, radicale: raccogliere persone solo sulla base della loro competenza e dei loro interessi e lasciare che decidano il da farsi, coordinandosi con gli strumenti di oggi: wiki, blog, …

RItalia, proprio per il modo in cui si pone, raccoglie un campione significativo del meglio che l’Italia ha da dire riguardo al Web.

Ritalia si incontra “in carne” a Milano e “in virtuale” in Second Life il prossimo sabato 31 marzo. Il successo dell’iniziativa, che con sprezzo della tradizione italica non si concentra sui difetti ma mira a proposte concrete, è anche il segnale che occorre prestare attenzione.

Oggi parliamo dei problemi più esteriori, domani di quelli più strutturali. Superandoli tutti, RItalia potrebbe cambiare molto più che un portale fallimentare.

Vediamo i fatti.

  1. un ex project manager di Italia.it, Marco Ottolini, dimissionario, si unisce al gruppo di lavoro, e viene accolto entusiasticamente; però, per sua stessa ammissione:
    • non è sua intenzione attaccare il progetto di cui era consulente né tantomeno l’AD di Innovazione Italia (quello che le consulenze le approva, per dire) (link)
    • si è dimesso e non è stato licenziato (link)
    • viene da chiedersi a che titolo si unisca a un progetto nato come reazione al suo operato, considerato che cercare di qualificarsi come revisore del proprio lavoro sarebbe di pessimo gusto (a proposito, quale vantaggio trarrebbe RItalia dalla sua presentazione strategica: il senno di poi?)
  2. IBM Italia, capofila del progetto, corre anch’essa in soccorso del vincitore e si dichiara aperta al confronto. Lo scopo? pura bontà: Italia.it dev’essere dunque un progetto che unisce e non che divide, dicono nel comunicato. A me sembra un modo elegante di dire “vogliamo mettere il nostro cappello su RItalia”.

Ora, facili ironie a parte, io vedo alcuni problemi di fondo:

  • se Italia.it ha delle pecche (e ne ha, sotto ogni punto di vista) chi vi ha partecipato può tutt’al più essere chiamato a riparare, ma non dovrebbe avere voce in capitolo su come e cosa vada riparato
  • se RItalia.it vuole veramente concentrarsi sulle soluzioni e non sui problemi, la presenza “al tavolo” dei responsabili del disastro è inutile e fuorviante: non interessa sapere perché certi errori sono stati commessi, né quale sia l’opinione dei responsabili su come risolverli
  • la “disponibilità al confronto” a valle di un disastro di cui si è direttamente responsabili non può costituire né attenuante né titolo di merito
  • “unire e non dividere” non significa niente, se non che si cerca di buttarla a tarallucci e vino; chi fa un danno e chi cerca di porvi rimedio sono concettualmente separati

In sostanza, mi sembra che si voglia sfruttare lo spirito di apertura della comunità dei blogger e di internet contro i suoi stessi interessi: todos caballeros, un bel “volemose bbene” all’italiana, con il quale i responsabili del disastro prima mettono il cappello sulla sua scoperta, e poi magari ottengono un secondo incarico per coprirlo, godendo anche di mesi-uomo di consulenza gratuita e di una rinnovata verginità. Tutti vincono. Todos caballeros.

Fantapolitica? Quanti di quelli che partecipano a RItalia direbbero di no a una consulenza biannuale per il remake di Italia.it se i lavori venissero riappaltati agli stessi che l’hanno fatto? E quanti sarebbero contenti di buttare sul tavolo le proprie idee per far sì che i soliti noti (stiamo parlando di appalti in fondo) si facciano pagare (una prima o una seconda volta non importa) per realizzarle?

Sentite Ottolini parlare della sua adesione a RItalia:

un nuovo progetto Italia.it, questa volta nelle mani di gente “competente”, senza fini di lucro e probabilmente senza costi, sul modello collaborativo di Linux

A parte le virgolette che richiederebbero qualche chiarimento, scusate un attimo:

in che senso “probabilmente senza costi”?

Se la comunità saprà resistere a questo richiamo delle sirene, sarebbe il segno che esiste un’altra Italia: in quell’Italia io ancora ci credo.

Domani parliamo dei modi in cui si può (si deve!) resistere. Questo Paese merita di meglio.

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