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Usabilità e appunti per un'informatica post-autistica

Archive for the ‘Infrastrutture per il Paese’ Category

Lettera aperta al Ministro Brunetta e alla Sottosegretario Brambilla

Posted by Walter su venerdì, 23 gennaio 2009

Egr. Sig. Ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione
Renato Brunetta
Gent. Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri
Michela Vittoria Brambilla
Loro Sedi

Egregio ministro, gentile sottosegretario,
lo scorso autunno ho letto alcune vostre dichiarazioni che annunciavano nel giro di una settimana il rilancio in grande stile del progetto italia.it.

Appena un trimestre dopo, nuove e più inquietanti notizie mi convincono che a ottobre non si trattava di un problema gastrico, ma di una riedizione di una delle pagine più tristi e stupide degli investimenti pubblici nelle cosiddette nuove tecnologie. Volete veramente rilanciare Italia.it.

Ve lo dico subito: ma perché? Con un Paese che digitalmente scivola nel Terzo Mondo non vi viene in mente niente di altro, niente di meglio?

Vi scrivo:

  1. come persona interessata ai fatti
  2. come operatore ventennale proprio di quel settore delle nuove tecnologie (erano nuove anche allora, ma tengono bene la piega, e dire che le ho usate)
  3. come partecipante al RItalia Camp (quando l’Italia che le tecnologie le conosce e le vive ha cercato di avvertire il governo della mostruosità in cui sperperava pubbliche risorse)
  4. come cittadino che, indipendentemente dalla posizione politica, è stufo marcio di vergognarsi per il proprio Paese.

Leggo dunque che Italia.it sta per rinascere, sotto il nuovo nome di Italia.info. Da subito, quindi, un radicale cambio di prospettiva. Ma se qualcosa rinasce, può servire ricordare cosa è morto.

Italia.it non è stato solo un progetto fallimentare dal punto di vista tecnologico. E’ stato un disastro gestionale, un disastro comunicativo, un disastro culturale, un disastro economico.
Si potrebbero citare Caporetto e Waterloo se solo il senso ultimo di Italia.it, quello per cui merita di essere e verrà inevitabilmente ricordata fosse la tragedia e non piuttosto il ridicolo assoluto, da Re Nudo, una cretinata vergognosa, un’idiozia definitiva da cui ogni persona accorta dovrebbe tenersi lontana non foss’altro che per decenza.

Sarebbe anche facile, ma io non ce l’ho con IBM, o Tiscover; hanno avuto specifiche fumose e controlli inesistenti: perché avrebbero dovuto spendere di più quando lavorando al risparmio potevano adempiere al contratto? E’ il mercato, bellezza. Se tu mi dai una cassa d’oro e io ti do dieci perline buon pro ti facciano. Il problema, quindi, non sono stati i fornitori. Sono stati i committenti. Il nostro governo è stato incapace di esigere ciò per cui pagava.

Spero di spiegarmi bene, Italia.it è stata un disastro politico, e lo è stata per tutti: chi l’ha concepita, chi non ha saputo gestirla, chi ha cercato di difenderla e venderla agli italiani ed è poi stato costretto a rinunciare a suon di pernacchie. Italia.it è stata il simbolo della completa incapacità di una classe politica, quella di cui voi stessi fate parte, di essere all’altezza delle proprie responsabilità politiche.
Lo ripeto: il disastro non è dipeso dalla incompetenza tecnologica di questo o quel ministro, ma dalla loro complessiva incapacità politica di gestire un processo del genere. E’ proprio perché il disastro è stato politico che l’ingegner Stanca non potrà mai scaricare la vergognosa paternità del progetto; è proprio perché il disastro è stato politico che l’onorevole Rutelli non potrà più scollarsi di dosso la maccheronica (e però tristemente adeguata) scenetta con cui lanciava Italia.it alla BIT con le immortali parole “Pliiz vizit mai biùtiful càuntri”. Verrebbe da paragonarlo a Totò e al suo  “Nojo volevàn savuàr”. Solo che se fa il buffone Totò rido. Se si rende ridicolo un ministro della Repubblica, non mi viene proprio da ridere.

Oggi il governo siete voi. Non sentite il bisogno di differenziarvi, non foss’altro che per assicurarvi risultati meno vergognosi? E in quale modo intendete differenziarvi, se lo farete? Perché da fuori, credetemi, non si notano proprio cambi di rotta.

Personalmente non mi illudo né mi importa che un ministro abbia una grandiosa comprensione delle tecnologie in gioco. Certo, lo preferirei, ma non sono competenze che gli siano richieste. Ciò che si chiede alla politica è visione e capacità gestionale: saper immaginare un futuro, saper incaricare persone capaci di realizzarlo, saper predisporre una struttura di controllo che garantisca i risultati. In Italia.it non si è visto niente di tutto questo. Siete sicuri che il vostro prossimo progetto nasca diverso?

Italia.it è stata la dimostrazione della totale, inappellabile incapacità del nostro livello politico di concepire e di gestire un progetto tecnologico di questo secolo. E voi vi ci volete rimettere come se nulla fosse successo? Con che coraggio riuscite a parlare di rilancio di un progetto quando parlate di un progetto nato morto, tenuto in vita artificialmente a spese nostre e infine sepolto in una fossa comune di ridicolo?

Negli Stati Uniti, che da noi si citano sempre purché a sproposito i progetti tecnologici sono prima redatti, e poi addirittura validati, apertamente, con il contributo di chiunque, nell’industria e nella ricerca, abbia qualcosa di sensato da dire. Laggiù, ci si fa un punto d’onore di spiegare e giustificare i propri criteri di scelta.
Da noi, chi si è sincerato se qualcosa come Italia.it aveva senso? Se rispondeva a qualche esigenza? Da noi, dove erano le specifiche accessibili al pubblico scrutinio? Dove l’adozione di forme adeguate di governo del progetto? Dove i criteri condivisi di validazione per assicurare che il prodotto corrisponda alle aspettative? Vi ricordate, vero, che al suo avvio Italia.it, figlio del ministro Stanca, non rispettava nemmeno i requisiti dello stesso ministro sull’accessibilità? Vi ricordate le pietose conclusioni della Relazione della Commissione di Indagine sul portale Italia.it per la quale oltre alla fumosità delle specifiche era mancato totalmente il controllo del progetto? Cosa che vi fa credere di stare cambiando radicalmente registro?

Leggo nel vostro Protocollo di intesa che istituirete un “Comitato di monitoraggio”.
Bene, è fra quello che chiedevo per Italia.it un anno fa. Leggo che sarà composto da sei membri pariteticamente scelti da voi. Benissimo, ma scelti secondo quali criteri? Con quali competenze? Con quali compiti specifici? Diciamola tutta: con quali responsabilità?
Leggo che partecipare al comitato di monitoraggio non genera oneri. In italiano corrente, significa che il comitato di monitoraggio lavora gratis. E perché? Vogliamo fare una cosa in stile sovietico, alla “mi pagano poco ma lavoro di meno”?
Leggo che il comitato di monitoraggio produrrà un rapporto trimestrale. E cosa monitorizza: la deriva dei continenti? Quanto dura il progetto per giustificare un monitoraggio trimestrale, trent’anni?

Ricapitolando: un gruppo di sei prescelti si incontra gratis periodicamente per “monitorare” un progetto e una volta a trimestre redige un rapportino.
Perdonate, ma io questo non lo chiamo “comitato di monitoraggio”, la chiamo sinecura: al comitato non si paga nulla perché, in fondo, non si chiede niente. Giusto una monitoratina ogni tre mesi, qualche indicazione di massima, poi eventualmente qualcun altro dovrà porsi il problema di fare qualcosa al riguardo.
Scusate, ma stiamo parlando di un comitato di controllo o del Gran Consiglio dei Dieci Assenti fantozziano?

Ecco, mi sfugge proprio una cosa: chi risponderà di cosa in questo vostro progetto?

Distinti saluti,
Walter Vannini

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Un clic su un’Italia spenta

Posted by Walter su giovedì, 14 febbraio 2008

Di solito non mi limito a dire che qualcosa va letto, ma ci sono sempre delle eccezioni.

Un clic su un’Italia spenta è il motto adatto per la lapide di un Paese impazzito. Chi ha qualcosa da dire, venga avanti e taccia.

Informatizzazione della burocrazia uno spreco da quasi sei miliardi – Piccola Italia – Repubblica.it

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Libri e lavandaie

Posted by Walter su martedì, 4 settembre 2007

Tutto sommato non sembra male ritrovarsi in città la festa nazionale tematica “Informazione e “Comunicazione”.

Però, in questa edizione 1987 2007 non si parla di Internet.
Non si parla di mercato delle telecomunicazioni, o meglio della sua assenza.
Non si parla di divario digitale (che guardandoci attorno dovremmo pur cominciare a chiamare baratro).
Non si parla dello stato della nostra scuola e della nostra Università, che fra “tre i” e riforma Moratti ci sta facendo perdere una generazione.
Non si parla di come far sì che la nostra classe dirigente (politica e aziendale) possa uscire dalla palude dell’analfabetismo digitale, visto che dovrebbe dirigere il Paese.
Guarda caso, non si parla di Italia.it (ma questo me lo aspettavo).

In pratica, non si parla di niente?
Ma no, ma no. Questa edizione 1987 2007, stasera, raccoglie il ministro Gentiloni, il Presidente della RAI Petruccioli e il presidente di Mediaset, Confalonieri, e altri che non conosco a parlare di… “La riforma del sistema televisivo italiano”. Argomento bello fresco, complimenti. Magari ci vado perché coordina Curzio Maltese, che almeno non è sdraiato. Se poi ci fosse Travaglio…

Ma il meglio, dal mio punto di vista, è la serata finale, 8 settembre, che quest’anno è il V-day . L’otto settembre, dicevo, un dibattito imperdibile: “il futuro del libro nell’era digitale”.
Ora, finché si scherza si scherza, ma io sul futuro del libro ne saprei qualcosina, visto che mi occupo di media digitali dalla fine degli anni ’80.

Ci ho fatto ricerca, ho pubblicato il primo titolo elettronico in Italia, mi sono sfinito nel vano tentativo di farmi sentire dai nostri imprenditori dell’editoria, quelli per intenderci che non solo hanno prodotto meraviglie del nulla come “Epoca online” (nei primi anni ’90 richiedeva solo una linea ISDN), o hanno fallito miseramente nell’unico mercato “sicuro” di Internet, la vendita di libri oniline (ricordate Zivago?), ma adesso appestano l’etere con dei siti di informazione stantii, chiassosi, goffi, bolsi e paleolitici, e sto parlando solo della forma, per decenza. E un po’ di altre cose.

Ad ogni modo, a forza di lavorarci il discorso si è esaurito, l’ultima conferenza sul tema a cui ho partecipato, mi pare, fu “Il futuro del libro”, a San Marino, dove partecipava anche Eco. Da allora sono passati quasi quindici anni. Il pensiero che il libro come lo conosciamo sia un prodotto di un preciso periodo storico (a Roma e Atene non esisteva, e nemmeno in Cina. E dubito che fra due secoli esisterà ancora) non sembra sfiorare i nostri intellettuali, come non li sfiora il fatto che il libro sia un mezzo, non un fine, e come tale magari superabile.

Invece di chiederci dove stiamo andando, ci chiediamo cosa sarà delle nostre abitudini, ed è terribile. Come se all’arrivo dell’acqua corrente, in un paese ci si interrogasse sul futuro dei canti delle lavandaie al fiume. Allo stesso modo eccoci qui a parlare di Libro e televisione, le uniche cose che i nostri politici capiscono, perché sono rimasti alle equazioni “comunicazione ≡ propaganda” e “media ≡ mass-media”, come negli anni ’50, e l’idea che esistano altri media, e che più dei media importi l’informazione da veicolare (e di quella sì che si dovrebbe parlare, e del fatto che oggi l’informazione e la comunicazione sono ricchezza) non li sfiora.

Allucinante, un po’ come sentire l’orchestra che suona sul Titanic che affonda. E affondare affondiamo, eccome.

Sono felice che l’edizione 1987 2007 della Festa de l’Unità tratti di questo argomento sempre interessante, il libro, ma mi chiedo: c’è qualche politico, di qualsiasi obbedienza, disposto a interessarsi di qualcosa che riguarda l’Italia di oggi, e possibilmente dei prossimi dieci anni? Perché se c’è, mi piacerebbe prendere un caffè assieme. Offro io.

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Ben venga la class action

Posted by Walter su martedì, 17 luglio 2007

Non è tanto perché vengo dalla lettura di “La casta” di Stella e Rizzo e di “Come sopravvivere nella palude di Italiopoli” di Beha.

E’ proprio perché la class action è uno strumento necessario per mantenere il controllo di una democrazia in mano ai cittadini, di fronte a poteri economici che non possono non avere una controparte nella stessa categoria di peso. Pensiamo ai vari casi Parmalat, Telecom, e tutti quei casi in cui migliaia di persone vengono lese in gruppo ma sono poi obbligate ad agire da sole (e non tutti non sempre sono in grado di intraprendere un’azione legale).

Vedetela come un’infrastruttura del diritto.

Firma la petizione popolare a sostegno della Class Action!

Firma anche tu. Uno può essere tanti.

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Le Marche avanzano. E i Marchigiani?

Posted by Walter su giovedì, 29 marzo 2007

Stamane la Regione Marche (Assessorato all’Informatica) ha presentato lo stato del progetto Marche-Way, la rete a banda larga per PA, sanità pubblica e protezione civile.

Interessante. Il backbone a 155Mb copre la larga parte delle aree montane (le Comunità Montane sono fra i partecipanti al progetto) e garantisce:

  • alle Pubbliche Amministrazioni videoconferenze, accesso remoto agli archivi (ad es. il catasto) e maggiore rapidità nella erogazione di servizi al cittadino
  • alla sanità una infrastruttura su cui sviluppare telediagnosi, telemedicina, telericette (ad es. per le farmacie)
  • alla Protezione Civile una infrastruttura di comunicazione più resiliente rispetto a quella telefonica e alla vecchia rete in radiofrequenza.

L’unico peccato è che Marche-Way non fornisce connettività direttamente ai cittadini. Ma a dirla tutta dai cittadini, forse imbolsiti da decenni di SIP/TelecomItalia, non arrivano poi queste enormi pressioni per avere la banda larga. Ed è un peccato, speriamo che con l’esempio di Marche-Way migliorino.

Marche-Way non sarà banda-larga-per-tutti, ma almeno stavolta la Pubblica Amministrazione sta affrontando seriamente la questione del proprio Digital Divide con i comuni dell’interno delle Marche.

E la costa? Cosa fanno i nostri imprenditori? Quando vado a parlare di banda larga e WiFi per l’impresa sento tanti “ma” e tanti “se”, tante lamentele su come la mancanza di infrastrutture frena l’impresa; per contro, vedo anche molto timore di affrontare davvero il problema e costruire (e magari rivendere, non è quello, l’impresa?) quello che Telecom promette da anni e ancora non si vede.

All’impresa serve la banda larga? Dipende se interessa:

  • risparmiare sulle chiamate telefoniche (VoIP)?
  • potenziare la forza vendita con strumenti per gestire appuntamenti e contatti (CRM) on the road e trasmettere gli ordini senza tornare in sede o mandare fax (ERP)?
  • abbattere i costi di gestione permettendo a una parte del personale di telelavorare?
  • velocizzare gli ordini dei clienti e garantire miglior supporto post-vendita (e-commerce B2B, CRM, sistemi di Ticketing)?

In questi casi direi che la banda larga serve.

In tutti gli altri casi si può restarsene tranquillamente seduti a guardare il proprio mercato sparire.

Qualsiasi cosa produciate, in Cina o in India possono produrlo a meno, su quello non esiste competizione. Ma i clienti non comprano solo sulla base del prezzo, e un uso oculato delle tecnologie migliora il servizio che forniamo ai nostri clienti. Anche quello conta, e molto.

La competizione solo sui prezzi non continuerà indefinitamente perché con l’aumento di una ricchezza di una nazione aumentano anche le esigenze della sua popolazione.

Fra pochi anni produrre in Cina non sarà più conveniente come adesso.

Fra pochi anni chi avrà saputo adeguarsi e innovare sarà non solo rimasto sul mercato, ma sarà in vantaggio. Ma deve essere lungimirante ora.

Pensateci…

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Ansa.it – Internet – Italiani arretrati su uso media

Posted by Walter su giovedì, 22 marzo 2007

Siamo arretrati nell’uso dei media (ma direi delle tecnologie in generale)?

Ma sì, è notizia vecchia e trita, anche se si riscopre a ogni sondaggio.

Ma in un sondaggio le conclusioni non possono essere più illuminanti delle domande, e in un paese dominato dall’analfabetismo digitale è difficile che qualcuno se ne esca con un sondaggio intelligente sulle tecnologie.

Ma un sondaggio banale può servire a scoprire quali domande interessanti non sono state poste. Ci dicono che siamo ultimi nell’uso di tutti i media. Bene, chissene. Secondo me, a parte l’ovvio, non vuol dire granché. Ma i media non sono tutti uguali.

E invece, a che posto siamo nell’uso preferenziale dei media digitali rispetto a quelli tradizionali? Quanti siamo a usare carta e internet e a lasciar perdere la televisione?

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Net neutrality, la grande assente dell’estate

Posted by Walter su venerdì, 29 settembre 2006

Mi è parso che, nel grande bailamme di dibattiti, feste, convegni, incontri e quant’altro dell’estate, ci sia stato un grande tema assente: la neutralità della rete. Un tema che prende le prime pagine all’estero da mesi, su cui si scrive di continuo, da noi non viene quasi menzionato. Quantomeno non lo è stato da nessun politico di rilievo, direi. Forse perché da noi la politica è un’attività autoreferenziale, forse perché in pochi altri paesi del mondo il livello di analfabetismo digitale è così alto.

Cos’è la Net Neutrality? L’idea è semplice: chi possiede una strada non può decidere anche cosa ci transita, avrebbe troppi interessi a favorire questo o quello, a seconda delle proprie convenienze, per poter esprimere un parere genuino.

In altre parole, un mercato (il traffico sulla strada) può esistere solo se tutti gli attori sono più o meno alla pari. E chi ha una posizione di dominio non può giocare alla pari.

Cosa significa neutralità della Rete in Italia? Vediamo: abbiamo un ex monopolista (Telecom), un certo numero di aspiranti concorrenti, che per fornire il proprio servizio (diciamo che ne so, ADSL) devono chiedere “permesso” a Telecom, e un Paese dove parlare di infrastruttura telematica nazionale significa farsi un fegato così.

Un bell’esempio di rete non neutra che ho sentito: la rete cellulare. Se volete lanciarvi nel business dei servizi ai cellulari dovete chiedere a Vodafone, TIM, 3, o Wind. E loro decidono se gli interessa veicolare il vostro servizio o no. La rete cellulare non è neutra.

E Internet? E’ neutra? Quasi. I bit nascerebbero tutti uguali, ma già i grandi operatori si stanno muovendo per discriminare il traffico sulla base dei loro interessi. Un esempio? Io ti dò la linea ADSL, ma se vuoi telefonare con Skype, diciamo, devi pagare un extra; e se vuoi usare un applicativo peer-to-peer non te lo lascio fare; se vuoi usare la Webcam, puoi farlo solo con il software che ti vendo io.

Non è chiaro? Facciamo un’analogia: io ti vendo un’auto, ma la puoi usare solo fino alle 22; senno’ mi paghi un extra; alla radio prendi solo Radio Maria; se invece vuoi appartarti con la tua donna, non puoi.

Questo non è libero mercato, è paternalismo tecnologico usato per nascondere interessi lesivi della concorrenza e del mercato, come se questo Paese non avese già abbastanza zavorre.

Nel corso degli ultimi mesi, un gruppo di professionisti del settore ha operato a una proposta di iniziative sulle politiche di gestione dei Digital Media. Il gruppo si chiama DMIN (Digital Media in Italy). La proposta parla di diritti digitali, IPTV, VOIP, neutralità della rete. Mi onoro di appartenere a questo gruppo, anche se il lavoro mi ha impedito un qualche ruolo di rilievo. La proposta è stata presentata pochi giorni fa e non ha “padrini”, il che nel nostro Paese è una curiosa anomalia. Che ne dite di darle un’occhiata (html, pdf)?

Poi magari ne parliamo.

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All’inseguimento in monopattino

Posted by Walter su domenica, 9 luglio 2006

Notizia numero 1: PI: Parigi coperta dal WiFi entro il 2007.

Notizia numero 2: fra 180 giorni tre quartieri periferici della città di Pesaro (Marche, Italia) dovrebbero avere finalmente ADSL. Grazie alla fibra ottica posata nel 2004 lungo la Statale Adriatica, e a una gara vinta da Telecom per la fornitura ADSL.

Dunque vediamo: a partire da fibra già posata, Telecom ci mette sei mesi (dopo due anni) ad attivare ADSL in tre quartierini di periferia in mezzo a una pianura. Sbaglio a credere che con un Ducato di modem wireless e Access Point si dà lo stesso servizio in tre settimane? Complimenti e buon 1985 alla Giunta.

Commento:

  1. Parigi ha oltre due milioni di abitanti, che nel giro di un anno avranno accesso gratuito in banda larga nell’area cittadina.
  2. Pesaro ha meno di centomila abitanti e nessun piano di digitalizzazione della città, tantomeno wireless, tantomeno grauito.

Il resto delle Marche, regione di imprese quanto di turismo, sta ancora peggio.
Ci sono interi distretti industriali dove Internet arriva via ISDN, dove ADSL va quando va, un po’ sì un po’ no.

In Europa le aziende spendono il 3% del bilancio in IT. L’Italia l’1,5%. Le Marche circa lo 0,5%.

Gli imprenditori non se ne preoccupano; gli amministratori non se ne preoccupano.

Testa bassa e lavorare, come se potessimo permetterci i modelli di sviluppo del dopoguerra (però stavolta senza Piano Marshall). Digitalmente analfabeti ma caparbi.

Questo è il livello a cui l’Italia va a “Competere nel Mercato Globale”. C’è qualcuno disposto ad ascoltare qualche idea diversa?

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E’ possibile fare impresa in Italia?

Posted by Walter su lunedì, 24 aprile 2006

“Come si fa a lavorare in Italia se la nostra connessione di rete cade nove volte in tre settimane?” si dispera uno studio di animazione italiano che si permette di vendere i propri prodotti alla Disney. Parliamo della Rainbow di Iginio Straffi, padre delle Winx e di Monster Allergy (per i nati prima del 1995, sono un cartone animato di enorme successo in onda in Italia su RaiDue e nel mondo in un centinaio di emittenti), e la notizia compare sul “Resto del Carlino – Pesaro” di domenica 23 aprile 2006.

Sembra l’occasione ideale per partire alla carica di Telecom, grazie alle cui politiche buona parte dell’Italia profonda (la Rainbow ha la dubbia colpa di risiedere a Loreto anziché, diciamo, a Roma) non ha (ancora!) connessioni *DSL, e quando le ha… Ma se vogliamo analizzare freddamente la questione, possiamo trarne alcuni spunti interessanti:

  1. Straffi ha ragione a lamentarsi: per un’azienda del terziario la Rete è una risorsa aziendale primaria, ma
  2. il mercato delle telecomunicazioni è privatizzato (per quanto privatizzato male), e il concetto di servizio universale non vale più; in altre parole avere un certo servizio, ad esempio ADSL, non è un diritto ma è qualcosa che si negozia col fornitore (o in casi fortunati si esige)
  3. lamentarsi non serve a nulla, poiché esiste un contratto; la questione è se solo queste interruzioni sono compatibili per il contratto oppure no
  4. se le interruzioni sono compatibili con il contratto, Straffi dovrebbe esigere un livello di servizio migliore
  5. se le interruzioni sono incompatibili con il contratto, Straffi dovrebbe semplicemente adire le vie legali
  6. nessuno è obbligato ad accettare supinamente le politiche commerciali di Telecom (che non è più monopolista ma il cui controllo sulle infrastrutture rende inesistente la concorrenza al difuori delle principali aree urbane, e quindi necessaria l’iniziativa dei diretti interessati), tanto meno chi, come un imprenditore, può allocare o raccogliere capitali da investire.

Quest’ultimo è proprio il punto cruciale: i nostri imprenditori devono prendere l’iniziativa. Sì la congiuntura, sì le infrastrutture, sì il momento politico eccetera. Ma fare impresa non è solo fare buoni prodotti: è anche creare un ambiente per produrli e venderli, se questo ambiente non c’è. Olivetti, Mattei, Agnelli, Falck e tutti i nostri imprenditori storici non si sono limitati a fare girare le loro aziende. Hanno costruito mense per le maestranze, scuole per i loro figli, atenei per i loro tecnici, strade, acquedotti, città intere. Certo, qualche costo l’hanno pagato. Certo, qualche mano dalla Pubblica Amministrazione l’hanno avuta. Ma oggi compaiono nei libri di testo della Bocconi non per quanto hanno speso di proprio o fatto spendere allo Stato, ma perché, di fronte al rischio di creare cattedrali nel deserto, hanno deciso di far fiorire il deserto.

Se esiste un’etica degli affari, è questa, non quella dei ciarlatani da prima pagina che pretendono di farsi classe dirigente sotto la bandiera assoluta del proprio portafoglio.

Torniamo a bomba: che deve fare il nostro signor Winx? Se una risorsa è vitale (e la Rete per un’azienda di quel genere lo è), non può dipendere da un solo fornitore. E come si fa a mettere in ridondanza la Rete? Si decide di investire:

  1. una connessione Internet satellitare è possibile su tutto il territorio italiano; ha una banda limitata, ma più che sufficiente, ad esempio, per la posta elettronica
  2. ci si garantisce un secondo approvvigionamento di banda larga: scommettiamo che entro venti chilometri da Loreto c’è la fibra ottica? Da quel punto si può lanciare una portante wireless; magari laser, così non può essere intercettata e non inquina
  3. una volta che l’infrastruttura è in piedi, Rainbow (o una sua emanazione ad hoc) potrebbe tranquillamente diventare fornitore di accesso in banda larga (WISP) anche per il pubblico e altre aziende locali: un ottimo modo per rientrare dei costi
  4. per andare sul sicuro, si dovrebbe usare anche un sistema di VPO (Virtual Press Office) per garantire la survivability della propria infrastruttura di comunicazione.

Fantascienza? No, è realizzabile oggi, e già realizzato in alcune parti d’Italia. A una frazione di quello che costa dipendere da una infrastuttura inaffidabile e dalle politiche commerciali di un operatore che non è esattamente famoso per il livello del servizio.

Le possibilità tecnologiche non mancano, nemmeno in questo Paese, dobbiamo metterle in contatto con le nostre idee.

Lasciamo da parte la nostra abitudine provinciale di lamentarci, questo è il Paese in cui abbiamo scelto di vivere e lavorare: rimbocchiamoci le maniche e portiamolo all’altezza delle nostre aspettative.
Se possiamo vendere cartoni animati a Disney, possiamo anche fare reti in barba a Telecom…

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