Business Unusual Blog

Usabilità e appunti per un'informatica post-autistica

Archive for the ‘Costume informatico’ Category

Nòva cosa?

Posted by Walter su mercoledì, 6 giugno 2007

Pesaro, Italia. Anno del Signore 2007, ieri.

Tanto per iniziare in gloria la giornata, decido di comprarmi Nòva Review.

Giro otto edicole otto. Non ce l’hanno. Uno dice beh, sarà finito. No. Proprio non hanno idea di cosa si tratti.

La palma va a quello che appena sente il nome mi fa “no, guardi, non teniamo riviste in lingua”. Ed è terribile pensare che ha ragione lui: la lingua che serve per essere un Paese europeo non è quella delle stupidaggini che almeno una volta si riservavano ai cosiddetti giornali “scandalistici” e che oggi costituiscono almeno il 90% della nostra dieta mediatica.

Questo è il mio Paese: se vuoi sapere con chi ha passato il weekend l’ultima ochetta televisiva, o quale dieta segue una sconosciuta attorucola, hai pagine intere sui quotidiani e almeno una dozzina di periodici con tanto di fotografie. Ma se ti interessa ricordarti che esiste un mondo intorno, no, non tengono riviste”in lingua”…

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Le buone compagnie fanno piacere

Posted by Walter su venerdì, 11 maggio 2007

Fa piacere non parlare sempre al vento. Dicevo alcuni giorni fa della follia che circonda da sempre la questione degli accessi Internet (e i soldi della pubblicità che da questi dipendono).
E oggi Stefano Quintarelli si unisce al mio lamento.

Il problema, ovviamente, è che queste cose ce le diciamo fra di noi “tecnici” che ci sforziamo di capire la complessità del mondo post-internet. Mentre il mondo dorate della “comunicazione” se ne straciccia e i clienti continuano a pagare le nuvole un tanto al chilo, perché il venditore sa usare solo la bilancia.

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Non è bello dire “lo avevo detto”…

Posted by Walter su giovedì, 10 maggio 2007

…però lo avevo proprio detto che le tanto decantate “statistiche di accesso” sono una bufala da prendere con le pinze.

E infatti, puntuale, ecco una conferma. Ma non ditelo troppo in giro, a qualche autoproclamato “esperto di comunicazione web” potrebbero venire i sudori.

Morale: le aziende spendono i loro soldi per qualcosa (la promozione del proprio marchio attraverso il sito) ma poi si misura qualcosa che non c’entra niente con ciò per cui i soldi sono stati spesi.

Hai fame, chiedi due etti di prosciutto e ti danno tre metri di cinz. Belle tendine!

Meditate gente, meditate.

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Solo perché è facile, non vuol dire che abbia senso

Posted by Walter su mercoledì, 2 maggio 2007

Per qualche strano motivo, molti continuano a preferire la beata ignoranza a un minimo di consapevolezza, anche quando in ballo ci sono i propri soldi.

Agli albori del Web, era molto di moda imbonire gli inserzionisti di banner con il numero di “hit” di una pagina. Chi capiva di Web diceva a destra e a manca che era una sciocchezza priva di senso, ma naturalmente in Italia tutti sono allenatori di calcio e hanno un nipote con la Passione del Computer, e quindi perché ascoltare qualche addetto ai lavori.

Poi, molto lentamente, i clienti si accorsero che una pagina con dieci immaginette valeva 11 hit, e che guardacaso nelle pagine c’era sempre qualche decina di immagini da 1×1 pixel, così, tanto per gradire… e cambiarono fornitori? No, ma pretesero duramente di non essere presi così palesemente in giro.

Così si passò (e la faccio breve) alle “impression” (ossia quello che l’uomo della strada chiamerebbe “vedere una pagina”), con le quali la pagina di cui sopra valeva finalmente 1. Senonché valeva 1 anche se per qualche arcano motivo io la vedevo 3 volte di fila (ad esempio andando e venendo dalla home page).

Allora dalle impression alle “page views”, ottenute mediante scrittura di un “cookie” nel PC del visitatore, tramite il quale cookie il sito dovrebbe “riconoscere” il visitatore di ritorno e contarlo come “visitatore unico” (altra stupidaggine). Anche questa una sciocchezza, visto che il visitatore può impedire la scrittura del cookie, o cancellarlo a piacere. E quindi che statistiche saranno mai? Ma niente da fare. I pubblicitari continuano a incassare assegni, i clienti a buttare soldi nel vuoto.

Non è che la pubblicità via Web non funzioni, è che va fatta comme il faut. Ma sembra che, quando si tratta di pubblicità, pretendere valore in cambio di danaro non sia nelle corde dei nostri imprenditori, pronti alle armi e all’offshore se si tratta di pagare 50 euro in meno una giornata/uomo, ma insensibili al concetto di ROI quando c’è da lanciare una campagna da a sei o sette zeri.

Adesso si scopre ufficialmente (quanti anni sono passati, otto? dieci?) che anche i cookie non funzionano del tutto. Alla buon’ora. Forse che qualcuno cambierà fornitore? Non sia mai, abbandonare la Grande Agenzia Pubblicitaria per così poco. Basterà che tiri fuori qualche scusa infarcita di paroloni, e via con la prossima campagna.

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Due etti di duepuntozero

Posted by Walter su giovedì, 19 aprile 2007

“Mi dà due etti di uebduepuntozzero, tagliato fine, mi raccomando…”

Non siamo ancora a questi livelli, ma di sicuro la confusione attorno a questo mitico “Web 2.0” è tanta. Forse perché tutti usano il termine (ecco cosa ne pensano Wikipedia, Apogeo online e perfino Microsoft)
ma non ci sono due persone concordi sul dire cosa sia. Potrebbe essere il caso di fare un po’
di chiarezza, magari guardando questa nuova “rivoluzione della comnunicazione” con gli occhi di  chi in vent’anni di queste “rivoluzioni” ne ha viste passare un certo numero.

Cominciamo con i fatti: “Web 2.0” è una denominazione creata da Tim O’Reilly. Un nome vago ma con una certa attrattiva, il cui significato è qualsiasi cosa si decide che sia. Ovvero, stiamo parlando di
un normale strumento (linguistico) di marketing.

Andiamo oltre. Nella vulgata, “Web 2.0” viene usato da più punti di vista:

  1. tecnologico: “il Web come piattaforma”
    • applicazioni web-based, (wiki, AJAX, …)
    • (protocolli per) la composizione di contenuti da più fonti (mashup, …)
  2. economico: “Business as usual is dead”
    • nuovi modelli di business “leggero”, anche basati sulla “syndication” di contenuti
    • delocalizzazione delle risorse
    • l’impresa “piatta” (flat)
  3. sociale: “i mercati sono conversazioni”
    • contenuti generati dagli utenti (User Generated Content)
    • blog etc.

Per avere un’idea della vastità di accezioni, puòessere utile questa prima immagine, usata dallo stesso O’Reilly per promuovere il concetto.

Concetto che, una volta accettato, si è ulteriormente complicato, dando origina a un’altra mappa.

Tutto questo è molto interessante, ma tradisce un preconcetto importante e abbastanza tipico (purtroppo) dell’informatica, ossia il vizio di guardare la vita attraverso la lente delle tecnologie, anziché il contrario.  Un po’ come prendere un martello e andare in giro per casa a vedere se c’è qualcosa da martellare, invece che vedere quali sono i problemi e poi scegliere uno strumento per risolverli.

Il mio approccio è diverso: la mia opinione è che a meno che il proprio mestiere sia fare ricerca nessuna tecnologia, per quanto buona, deve essere usata solo perché esiste.

E’ invece un fatto che il modo di pensare l’impresa, tanto per gli imprenditori quanto per i mercati, è profondamente cambiato. In questo le tecnologie dell’informazione hanno certo avuto un ruolo, ma se sia l’evoluzione tecnologia a cambiare la cultura o l’evoluzione culturale a favorire l’emergere di determinate tecnologie è un problema antico quanto quello se sia venuto prima l’uovo o la gallina…

So’ duettiesessanta signo’, che faccio, lascio?”

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Due ragazzi e un garage

Posted by Walter su martedì, 17 aprile 2007

L’informatica ha tanti problemi, e i falsi miti sono uno dei principali; quello dei “due ragazzi in un garage”
è uno dei miei preferiti.

Non passa settimana che su qualche quotidiano, rivista, o in radio (no, non ho più la televisione dal 2000, grazie) non salti fuori: in USA, o in Giappone, o in India, “due ragazzi in un garage” hanno avuto un’idea meravigliosa, sono rigorosamente “partiti da zero” e nel giro di X mesi sono diventati straricchi. Quello che non si dice mai è che i suddetti “due ragazzi” l’idea l’hanno avuta, ma poi
qualcuno è arrivato con i soldi.
Il punto è che negli USA il Venture Capital non solo funziona,
ma è dannatamente attento…

  • “due ragazzi in un garage” hanno inventato un algoritmo che si chiama PageRank, e il loro motore di ricerca ha piallato la concorrenza. Ora Google domina incontrastato bla bla bla…
    • Google ha preso il via con un finanziamento di 1 milione di dollari nel 1998,
      seguito da altri 25 milioni nel 1999. 
  • “due ragazzi in un garage” hanno dato vita a un mondo virtuale chiamato Second Life che in tre anni ha raccolto oltre quattro milioni di utenti e ora costituisce il Prossimo Balzo In Avanti del Web bla bla bla (sui nostri media le maiuscole vanno sempre molto).
    • Second Life ha già raccolto 19 milioni di dollari (senza peraltro generare ancora profitti).

Solo due esempi di come qui da noi “partire da zero” vada inteso in senso più letterale. Ora, qualsiasi cosa pensiamo dei ragazzi nel garage, chiediamoci che chance hanno le nuove idee in Italia, dove le parole “venture capital” sono sconosciute e la più recente iniziativa pubblica finanziava
“nuove idee d’impresa” con addirittura 30mila euro per i fortunati prescelti. Cosa succede a questo Paese? Non si riescono più ad avere idee vincenti? O i nostri capitalisti preferiscono la finanza all’impresa?

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Neanderthal elettronici

Posted by Walter su martedì, 11 luglio 2006

Ecco due notizie da far venire il magone:

Senza entrare nel merito, mi sembra che sia un problema di evoluzione mentale, o meglio della sua mancanza. Si può dire tutto il male possibile di Bill Gates, ma la triste verità è che c’è la coda per prendere il suo posto. Peccato per eBay, ma la loro decisione la trovo miope e antediluviana. Non sanno capire che il loro conflitto di interessi rischia di costargli molto caro. Magari Google Checkout non prenderà mai piede, ma il punto è che non sono loro a doverlo decidere…

Cosa ci vorrà a capire che è (e uso un eufemismo) controroducente limitare le forme di pagamento, se il tuo lavoro è vendere?

E cosa ci vorrà a capire che è (e uso un altro eufemismo) sciocco pretendere di mantenere in vita forme pubblicitarie ormai morte e sepolte?

Chi si autolimita, così come chi pensa di poter decidere le regole del gioco nell’era dei media one-to-one, finirà per soccombere a concorrenti magari meno affermati, ma più attenti alla sola cosa che realmente importa: le esigenze del cliente.

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Note a margine sui “sillogismi sull’analfabetismo digitale di MCC

Posted by Walter su domenica, 9 luglio 2006

Come ben dice Camiani Calzolari nei suoi Il Sillogismi sull’analfabetismo digitale, il rapporto della UE è assolutamente preoccupante.

Ma c’è di peggio. l’87% di quelli fra 55 e 74 anni è analfabeta digitale. Significa la nostra intera classe dirigente, aziendale e politica.

Capiamoci: significa che gli analfabeti decidono cosa e come devi leggere. Questo spiega, ad esempio, perché in dieci anni si è sentito parlare una volta al giorno di pedopornografia, mentre lo stato comatoso della gestione dei dati personali passa regolarmente sotto silenzio, e allo stesso modo nessuno dice mai che economia digitale non significa che Visa & c. devono avere una royalty su tutto ciò che si fa online.

E se non bastasse, sono analfabeti digitali il 20% di quelli con istruzione superiore. Mi chiedo che istruzione superiore sia, nel 2006, una che non presume l’utilizzo del computer (e intendiamoci, secondo me l’attuale uso di ECDL è una bufala di dimensioni cosmiche).

Detto questo, penso che gran parte della colpa sia fra l’altro di una casta di Informatici (o supposti tali, visto che in mancanza di un Albo, todos caballeros) ancora legati al culto del “Grande Programmatore Bianco” e alla topografia del proprio ombelico. Gente che si diverte troppo con i propri giocattoli e non riesce a confrontarsi con il mondo oltre la tastiera, a capire che il valore di uno strumento si misura sulla sua utilità, non sulla sua qualità tecnologica.

Detto questo, cosa possiamo fare? Accettare lo stato di fatto, per prima cosa: siamo a tutti gli effetti un Paese di serie B, a voler essere generosi. Rimbocchiamoci le maniche e smettiamola di pensare di essere tanto fighi perché produciamo Moda e cerchiamo invece di uscire dalla palude.

Per seconda cosa, meno fuffa e più azione. Declamare le virtù della tecnologia di per sé non serve, perché sono informazioni indistinguibili dal marketing.

Secondo me, bisogna parlare per esempi.
E pensare non solo ai figli ma ai nipoti.
E non mollare.

Mai.

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Blogsit this! (aka personale e non cedibile)

Posted by Walter su lunedì, 26 giugno 2006

Questo articolo di Repubblica parla di blogsitter, una professione apparentemente emergente. Il sito/servizio cui l’articolo (editoriale? 🙂 ) si riferisce senza nominarlo è l’omonimo blogsitter.net.

Io ritengo che il valore di un blog (sto parlando di blog, non di un generico feed RSS) sia nell’essere personale e aperiodico.

Mi spiego meglio: io vado sul tuo blog perché mi interessa il mondo visto con i tuoi occhi, non con quelli del tuo addetto stampa. Ti leggo, ti scrivo e mi rispondi. One to one, come si dice.

L’idea di tornare all’intermediazione mi semba di una superficialità inconcepibile, ma sarei pronto a scommettere che in questo nostro povero Paese di gente e Aziende tanto importanti e tanto impegnate saranno in molti a volere il blog per poveri di spirito, in outsourcing; anche perché, come accadeva qualche anno fa con i siti Web, “non so esattamente cosa farmene, ma ce l’hanno tutti…”.

Blog sitter: il tuo blog personale con la personalità di qualcun altro.

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Fratelli d’Italia (?)

Posted by Walter su giovedì, 22 giugno 2006

Sono il solo a trovare patetico questo spuntar di patrii vessilli a ogni balcone?
Niente di personale contro il tifare per il proprio Paese, ma mi riferisco al fatto che il 2 giugno, o il 4 novembre, se giri per la città e non passi davanti al Municipio o qualche scuola, non trovi un tricolore nemmeno a pagarlo.

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