Business Unusual Blog

Usabilità e appunti per un'informatica post-autistica

Archive for the ‘Costume informatico’ Category

Sviste (?)

Posted by Walter su giovedì, 26 agosto 2010

Per tutta la giornata di ieri e questa mattina, il sito di Repubblica ha ripreso un look molto primi anni ’90, sembrava di essere tornati a Mosaic, se non fosse che mancava lo sfondo grigio. A occhio e croce, qualcosa nel foglio stile non funzionava, magari per un qualche problema con Javascript. Leggi il seguito di questo post »

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Cos’è l’infografica

Posted by Walter su mercoledì, 17 febbraio 2010

Da vecchio appassionato di Tufte, ci sono ancora volte che si rimane senza parole

50 Years of Space Exploration - Adam Crowe

50 Years of Space Exploration (c) Adam Crowe

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Tutti finocchi col culo degli altri

Posted by Walter su venerdì, 15 maggio 2009

Siamo di fronte a dei campioni del libero mercato, a dei giganti della libera concorrenza:
Class action contro Google

Sentite qui:

Audrey Spangenberg, amministratore delegato della FirePond, facendo una ricerca su Google col nome della sua azienda, lo ha sì trovato in cima alla lista dei risultati, ma preceduto a sinistra dalle inserzioni delle società rivali, che hanno pagato Google per far comparire i loro messaggi pubblicitari ogni qualvolta qualcuno fa una ricerca col nome Firepond, un marchio registrato.

In pratica, la gentile signora Spangenberg si risente perché Google si permette di far comparire il suo Onorato Marchio assieme a quello dei suoi concorrenti, sicuramente gente vile, infida e immeritevole di pubblica attenzione.
Forse, secondo la Spangenberg, le finanziarie concorrenti dovrebbero comparire in ricerche come “ablazione tartaro canino”.

E già che ci siamo, le Pagine Gialle dovrebbero uscire in due edizioni: in una si trova solo Spangenberg, nell’altra tutto il resto del mondo.

A questo punto, forse un produttore di auto, o una banca, potrebbe esigere dai comuni italiani che nessun concorrente possa aprire una concessionaria o un’agenzia nella via (e perché non nel quartiere? o nel Comune?) dove già se ne trova una loro.

Perché invece far passare la sua azienda per un branco di fessi la gentile signora Spangenberg non ha semplicemente reso ai suoi concorrenti pan per focaccia? Dubbio terribile: magari non sapeva che si potesse fare?

E si noti: la Spangenberg non è nemmeno la prima a ritenersi “danneggiata”, altri hanno raggiunto “accordi con Google” presumibilmente per evitare che una ricerca del proprio nome commerciale conduca al reperimento di propri concorrenti: ossia la prima o la seconda cosa che un cliente vuole.

Siamo di fronte a una cretinata da Guinness, o all’ennesimo esempio di qualcuno che fa il paladino del libero mercato a patto di avere il monopolio?

O magari a tutte e due le cose?

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Neanche gli Dei…

Posted by Walter su lunedì, 4 maggio 2009

Serata col tal gruppo informale di networking.
Mi macino un po’ di chilometri perché voglio conoscere meglio quel territorio.
Tanta gente, molta importante, tutti in tiro.

Parla lo sponsor. Si ascolta, anche se magari importa poco: loro ci mettono quei due soldi, tu gli devi quel po’ d’attenzione, fa parte del gioco, magari ti interessa.

Lo sponsor è un grosso gruppo di didattica dell’Inglese. In Inglese faccio le pulci all’accento dei nativi, ma sentiamo che dice.

Dice che loro non insegnano Inglese e basta. Loro mirano alla “excèllens”. (pronunciata proprio così, excèllens).
E hanno pure le slide. Dove ti spiegano che loro ti danno anche il “counceling”.

Occhèi, Jo.

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iSòrata: la grande sfida all’iPhone

Posted by Walter su domenica, 10 agosto 2008

Forse deluderò qualcuno, ma non mi troverete accampato in fila per acquistare il nuovo iPhone 3G. E non perché il mio amico Amministratore Delegato me ne ha fatto avere uno in anteprima. Il fatto è che dell’iPhone non mi importa un fico secco.

Dico: esattamente, di cosa dovrebbe importarmi?

Non mi importa che Apple si sia infine accorta che l’Italia è uno dei principali mercati di telefonia mobile e ci consideri degni del suo prodotto.

Non mi importa che il suddetto prodotto prometta nuove e meravigiose avventure digitali, e non solo ancora più suonerie e sfondi, ma vere e proprie applicazioni con cui gestire il mio tempo, i contatti, gli impegni, … Con tutto questo po’ po’ di organizzazione dovremmo tutti essere efficienti come amministratori delegati finlandesi, invece di twitterare al mondo ogni nostro sbadiglio.

Non mi importa che ancora una volta passi l’idea che Internet via cellulare sia un lusso che il provider di telefonia mi concede un tanto al chilo, un tot per il web, un tot per la posta se proprio non voglio usare la webmail… e usare magari Skype? Ah, per quello serve l’abbonamento extrasupergold. E aprire una shell? Eeeeh no, quello non si può proprio fare, forse non è abbastanza duepuntozzero.

Non mi importa di queste rivoluzioni trimestrali. Lo so che la tecnologia avanza, ma non ogni avanzamento è degno di essere accettato, al di fuori di chi fa ricerca. Come e più che in altri settori, in informatica la maggior parte delle cose si fa perché si può fare, più che per una qualche utilità intrinseca, quindi proprio in questo settore sarebbe fondamentale distinguere il grano dalla pula, o distinguere il valore dal marketing. Quello che pochi sembrano capire è che per un venditore il miglior prodotto è sempre il proprio, mentre chi compra spesso potrebbe arrivare a conclusioni opposte.

I media sono pagati per attirare la nostra attenzione. E non hanno alcun vincolo a presentare tutte e due le facce di una medaglia, specie se quella medaglia li paga in pubblicità. Ergo, più i media parlano di qualcosa più dovremmo esserne consapevoli che stanno scodinzolando dietro a qualche direttore marketing. Invece, soprattutto nel meraviglioso mondo delle tecnologie, si riesce a conciliare una profonda ignoranza di base con una assoluta e acritica disponibilità a credere all’imbonitore che urla più forte. Possiamo pure lamentarci che il Paese affonda, ma ci chiediamo il modo in cui ne dissipiamo le risorse, in privato, in azienda, nel settore pubblico?

Quando un’azienda ha speso i suoi ennemila euro l’anno per mettere in mano l’iPod a un amministratore delegato che si fa stampare le e-mail, quegli euro in che voce li fa ricadere?

Non mi importa di questo always on da poveri di spirito, dove uno non solo si ritiene in dovere di informare il mondo a intervalli di cinque minuti di cosa sta facendo, ma si sente anche un figo perché “condivide con la community” cose che al confronto una puntata del Grande Fratello sembra un seminario di Umberto Eco.

Non mi importa di questo Nulla tecnologizzato. Questa non è evoluzione tecnologica, sono solo ideuzze di marketing, e pure di breve respiro. Non appena lo shopping selvaggio di Google si acquieterà e il mercato della pubblicità online si farà due conti in tasca e vedremo sparire nel nulla tanti di questi “servizi duepuntozzero” il cui modello di business è far parlare di sé, raccogliere una “comunità” e sperare che qualcuno se li compri.

Dice, ma bravo lui che ha capito tutto. Non è che ho capito tutto, ho capito solo che l’idea di pubblicità è nata in un tempo e in un mondo caratterizzati dalla scarsità informativa, e quel tempo e quel mondo sono finiti. E con loro è finita la possibilità di farsi notare semplicemente gridando più forte.

Presto, tutta la pubblicità dovrà essere valutata solo sui risultati di vendita. A quel punto, sperare in Google Ads per pagare anche solo l’affitto del blog sarà ridicolo. E poco dopo saremo di fronte al vero, grande dilemma del nostro modello di sviluppo: non abbiamo bisogno di comprare tutto quello che viene prodotto.

Vivremo, come dicono in Cina, in tempi interessanti.

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Come riprendersi un’ora al giorno

Posted by Walter su lunedì, 3 settembre 2007

Tenendo sotto controllo il livello delle distrazioni mi sono ripreso un’ora di lavoro.

Di tanto in tanto mi faccio un checkup per vedere come spendo il mio tempo.
Dice, e a che ti serve? Ad allineare il tempo percepito e il tempo dell’orologio, meglio noto come vita? Troppo New Age. Diciamo che mi serve per ottimizzare l’uso del mio tempo e mantenere la massima efficienza nell’uso della mia risorse primarie, tempo e attenzione.

Come sia, ho raccolto i dati che mi servivano, li ho analizzati e ho concluso che sprecavo almeno un’ora al giorno. Perché? Perché il cervello ha un tempo di reazione. E se sono concentrato e mi distraggo, riprendere il filo richiede fra i cinque e i dieci minuti. Questo significa che un’ora di tempo sprecata sono non più di dodici distrazioni. E a te quante email, chiamate, avvisi e compagnia bella arrivano in una giornata-tipo?

Bene, identificato il problema il buon informatico è a metà dell’opera: come si recupera un’ora al giorno? Sostanzialmente riducendo le distrazioni, senonché in questo mondo la differenza fra qualcosa di utile e una distrazione è più contestuale che oggettiva. Ergo, ecco la mia ricetta, con tanto di spiegazioni:

  1. leggo i quotidiani online con un aggregatore RSS anziché dal loro sito;
    davvero a qualcuno può mancare la meravigliosa homepage di un nostro quotidiano? Inoltre, con un aggregatore, niente pubblicità, niente miniature con poppute varie e niente distrazioni (leggi: finire su un articolo di quelli “carini” di cui in fondo in fondo non ti importa una mazza); per contro, uno si accorge del livello abissale della nostra informazione, dove la cronaca più bieca riempie il 90% dello spazio e alle “nuove tecnologie” viene riservato lo stesso rigore che all’ultimo omicidio chic, e non è che sia un bell’accorgersi: vogliamo parlare di cosa passa per “notizia” in Italia? Ecco, appunto.
  2. dato che l’aggregatore è aperto, mi faccio subito un giro dei blog che leggo, e poi lo chiudo per almeno fino all’ora di pranzo
  3. stabilisco tempi e durata delle pause; perché tanto uno le pause le fa, ma se la pausa-sigaretta ha giocoforza una durata limitata, se mi metto a leggere i blog, posso perdere un’ora
  4. regolo il client di posta per scaricare la mail una volta l’ora: la mail è uno strumento asincrono, come la segreteria telefonica; chi ha bisogno di me subito deve trovare un altro canale, ad esempio un IM o il telefono
  5. sono “occupato” di default su Skype e instant messenger vari, e disponibile durante i compiti a bassa priorità, perché usare la rete non significa lavorare a tagli di tre minuti, né che chiunque abbia a priori diritto al mio tempo
  6. bloggo solo a inizio o fine giornata per non mandare all’aria l’agenda e, non dovendolo fare di fretta, poter riflettere su ciò che dico.

Così facendo ho recuperato circa 75 minuti, che perlopiù erano sprecati (50′ di distrazioni), e in parte sono stati spostati in momenti della giornata dove non interferiscono. C’è anche un vantaggio in più. Ora quando scrivo sul blog, esploro e mi informo, non ho l’angoscia di stare rubando tempo al resto del mio lavoro.

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Creatività “giapponese” e produttività “americana”

Posted by Walter su venerdì, 10 agosto 2007

Il mio Maestro mi insegnò il concetto di “creatività giapponese”. Era la prima metà degli anni ’80, e all’epoca lo spauracchio economico dell’Occidente era il Giappone. Il segreto dell’apparentemente inesauribile creatività nipponica, ci spiegò, era molto semplice:

prendete un oggetto qualsiasi; trovate una funzione che la categoria dell’oggetto non contempla; aggiungete la funzione. Ecco un oggetto che nessuno si aspetterebbe.

È incredibile la quantità di “innovazioni” che possano essere ricondotte a questo metodo di creatività meccanica. E proprio il suo essere meccanica ci spiega il reale valore intrinseco di questo tipo di “creatività”, a parte la sorpresa: zero. Gli oggetti prodotto con la “creatività giapponese” sono “carini”, ma non creativi.

La cosa divertente è la categoria della “creatività giapponese” non ha nulla a che vedere con il Giappone in sé, è semplicemente uno strumento utile per valutare le cose del mondo, senza essere annebbiati da quanto ci sorprendono.

È divertente applicare questo strumento a tanta “creatività” che ci circonda. I tanto declamati oggetti “di design”, per dirne una. O, per rimanere in un territorio familiare, le funzionalità dei software. Tutti sappiamo di usare forse il 20% delle funzionalità del nostro word processor/foglio elettronico/software di disegno/CMS. Eppure abbiamo la vaga convinzione che quelle funzionalità siano lì per un motivo “profondo”, che qualcuno ci abbia pensato e abbia deciso che sì, senza non si poteva proprio fare. Forse se ci riflettiamo un poco potremmo avere qualche sorpresa

Non so perché mi è venuto in mente questo aneddoto, pensando al modo di lavorare dominante di questo periodo: il famoso “always on”. Sembra ormai consolidato che in una riunione di lavoro chi non parla parli al cellulare, smaltisca la mail sul palmare, blogghi o quant’altro.
Sono il primo a propendere per la “augmented reality”, ma bisogna intendersi: avere la possibilità di confrontarsi con i dati non significa derogare al dovere di analizzarli. Il valore di un interlocutore non sta nel fatto che possa citare Wikipedia a volontà, ma in ciò che riesce a dire con le informazioni che raccoglie.

Purtroppo, siamo culturalmente molto al disotto di quello che il nostro tempo richiede. Crediamo ancora che portare il dizionario, o la calcolatrice, all’esame costituisca un vantaggio. E purtroppo molti nostri esami (a scuola e nella vita) sono congegnati proprio per valutare l’erudizione, non la comprensione. Per esempio crediamo che il vero manager sia quello che, fra una mail una chiamata e una bloggata, prende decisioni al volo. Questo management reattivo impazza: a breve termine, essere reattivi e testardi paga, perché qualcun altro cerca di metterci una pezza. Poi però i nodi vengono a galla. Al momento, le soluzioni preferite sembrano essere dello stesso tipo di quella che ha generato il problema: decisioni istantanee e tanta tanta insistenza nel portarle avanti. Il management reattivo è il cancro della società dell’informazione, l’apoteosi della mediocrità. Io credo che la facilità di accesso alle informazioni e agli strumenti di comunicazione porterà col tempo a un altro tipo di sbocco: a constatare che le cose non sono mai semplici come appaiono, e che riflettere prima di decidere è fondamentale.

Molto, molto tempo fa si diceva che ogni problema ha una soluzione semplice, veloce e sbagliata. Mai come oggi mi sembra vero.

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Clamoroso: si usa l’auto per mettersi le dita nel naso

Posted by Walter su giovedì, 19 luglio 2007

Non so se ridere o imbufalirmi, e nel caso se imbufalirmi per la superficialità della ricerca o per la superficialità del giornalista.

Stando al Corriere della Sera di oggi (Corsera, non Eco della Val Trompia) i manager apprezzano gli smartphone perché gli permettono di lavorare “in mutande”.

E’ quel “perché”, e il senso di sufficienza tecnoanalfabeta che trasuda, che mi dà fastidio. Sì, confesso di avere anche io risposto al cellulare dalla toilette di un ristorante. Una volta o due dalla vasca di casa mia. Spesso mentre cucino. Alzi la mano chi non lo ha fatto.

Ehi, questo significa che c’è un segmento di mercato per dei telefoni noise-canceling che eliminano lo sciabordio di sottofondo!!! O addirittura noise-padding, così posso sostituire il silenzio dell’amaca da cui rispondo il sabato con un rumore da “vero ufficio”, inclusi telefoni che squillano in continuazione e gente che ciacola in riunione (quando qualcuno li tirerà fuori, ricordatevi di averlo letto qui).

Risate a parte, forse il “mondo veloce” (come lo chiama il mio amico Camisani) non ha bisogno di venire trattato con tanta stupidità. Non ho dubbi che “i manager” (i quadri no? e gli impiegati?) rispondano anche in mutande, embé? Il punto è che qui si scambiano cause ed effetti, e questa è cattiva ricerca di mercato e, soprattutto, cattivo giornalismo. Sono disposto a scommettere 100€ contro un caffè che la ricerca dice qualcosa anche sul fatto che “i manager” controllano messaggi e mail anche a notte fonda e nel weekend, ma questo non faceva notizia, vero?

Non ho dubbi che si possa usare lo smartphone in mutande, o seduti in tazza, ma non significa nulla. Telefono in mutande perché le tecnologie mi liberano dalla necessità di essere in ufficio, dietro una scrivania, in un orario canonico.

Nella società dell’informazione, o nel mondo veloce se vogliamo, lavori lì dove sta il tuo cervello (e dove le tecnologie ti connettono); e lavori meglio se non ti distraggono ogni quindici secondi. Si chiamano lavori di concetto proprio perché si usa il cervello più delle mani.

Questo significa forse che la nostra cultura aziendale fatta di uffici, sedi, riunioni, segretarie “scusi dottore gradisce un caffè” ha fatto il suo tempo? Per molte cose, . Ma la testa della gente è dura da cambiare.

E’ più semplice illudersi che qualcuno chieda uno smartphone per poter “lavorare in mutande” (e quindi darglielo come status symbol e non come fondamentale strumento di lavoro) che accorgersi del fatto che spendere 10 in connettività significa risparmiare 100 in edilizia, e in mobilità inutile.

Ma naturalmente viviamo in un Paese dove i tecnoanalfabeti occupano tutti i consigli di amministrazione. Con questa cultura paleozoica, farsi vedere indaffarati conta più che lavorare in modo efficiente. Aspettiamoci quindi altri articoli di questa levatura. Complimenti, Corrierone.

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Uàird cosa?

Posted by Walter su martedì, 10 luglio 2007

Stazione centrale di Bologna, Italia. Luglio 2007. Tre edicole.

Cerco Wired, tanto per cambiare. Due edicole non ce l’hanno, una con motivazioni fantasiose (“Non è ancora uscito”). Vada per la terza.
“Scusi ha mica Wired?”
“Uaìr… mah, no, mi sa che non è ancora uscito.”
“No guardi, mi va bene anche il mese passato che non l’avevo trovato.”
“Ma aspetti che guardo… ha detto Uàir?”
“Wired. Scritto W-I-R-E-D”
“Ah, sì, Uàird. Aspetti… Ma di cosa tratta?”
“Una rivista in inglese di informatica. Di computer, voglio dire. Sa, internet…
“Ah ho capito. Guardi, mi spiace: di informatica teniamo solo l’Economist.”

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Costruiamo sulla sabbia?

Posted by Walter su venerdì, 8 giugno 2007

L’altro giorno installo un access point wireless a C. Dieci minuti, funziona tutto. Stupore. La sera, C. stacca la spina telefonica dell’access point, riattacca il telefono, poi rimette la spina dell’access point.
Non funziona più.Oh bella.
Controlla, disinstalla, reinstalla. Niente. Tre volte. Niente.

Nel frattempo, batto la città alla ricerca di un semplicissimo duplicatore di presa telefonica, niente da fare; tutti vogliono venderti uno splitter ADSL, peccato che lo splitter vada messo a monte del telefono, non a monte del gateway, le istruzioni si raccomandano tanto.

Alla fine (dopo sei negozi sei), trovo il duplicatore al folle prezzo di €1,35.
Lo dò a C. un po’ sconsolato. La sera mi richiama: con il duplicatore il gateway funziona una bellezza, e pure il telefono.

Stamane, il pc si rifiuta di riconoscere il mouse. Un comunissimo, fottuto mouse ottico. Stacca, riattacca, riavvia. Niente, device non riconosciuto.
Alla fine, a patto di connetterlo a macchina spenta sulla porta USB numero 1 (di quattro), lo vede.

Non per menarla, ma già quando comprai il mio primo computer (un Macintosh), nel 1982, un problema del genere mi sembrava idiota, per non dire inconcepibile. Sono passati 25 anni, e il problema è diventato assolutamente normale.

Dalle tecnologie informatiche accettiamo difetti che troveremmo inammissibili in un rasoio elettrico o in un frullatore. E il problema è che le nostre vite non dipendono da rasoi o frullatori, ma da computer.

C’è qualcosa di profondamente sbagliato; mi sento come da bambino, quando facevo un bel castello di sabbia in riva al mare e puntualmente l’onda me lo portava via.

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