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Usabilità e appunti per un'informatica post-autistica

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Lettera aperta al Ministro Brunetta e alla Sottosegretario Brambilla

Posted by Walter su venerdì, 23 gennaio 2009

Egr. Sig. Ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione
Renato Brunetta
Gent. Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri
Michela Vittoria Brambilla
Loro Sedi

Egregio ministro, gentile sottosegretario,
lo scorso autunno ho letto alcune vostre dichiarazioni che annunciavano nel giro di una settimana il rilancio in grande stile del progetto italia.it.

Appena un trimestre dopo, nuove e più inquietanti notizie mi convincono che a ottobre non si trattava di un problema gastrico, ma di una riedizione di una delle pagine più tristi e stupide degli investimenti pubblici nelle cosiddette nuove tecnologie. Volete veramente rilanciare Italia.it.

Ve lo dico subito: ma perché? Con un Paese che digitalmente scivola nel Terzo Mondo non vi viene in mente niente di altro, niente di meglio?

Vi scrivo:

  1. come persona interessata ai fatti
  2. come operatore ventennale proprio di quel settore delle nuove tecnologie (erano nuove anche allora, ma tengono bene la piega, e dire che le ho usate)
  3. come partecipante al RItalia Camp (quando l’Italia che le tecnologie le conosce e le vive ha cercato di avvertire il governo della mostruosità in cui sperperava pubbliche risorse)
  4. come cittadino che, indipendentemente dalla posizione politica, è stufo marcio di vergognarsi per il proprio Paese.

Leggo dunque che Italia.it sta per rinascere, sotto il nuovo nome di Italia.info. Da subito, quindi, un radicale cambio di prospettiva. Ma se qualcosa rinasce, può servire ricordare cosa è morto.

Italia.it non è stato solo un progetto fallimentare dal punto di vista tecnologico. E’ stato un disastro gestionale, un disastro comunicativo, un disastro culturale, un disastro economico.
Si potrebbero citare Caporetto e Waterloo se solo il senso ultimo di Italia.it, quello per cui merita di essere e verrà inevitabilmente ricordata fosse la tragedia e non piuttosto il ridicolo assoluto, da Re Nudo, una cretinata vergognosa, un’idiozia definitiva da cui ogni persona accorta dovrebbe tenersi lontana non foss’altro che per decenza.

Sarebbe anche facile, ma io non ce l’ho con IBM, o Tiscover; hanno avuto specifiche fumose e controlli inesistenti: perché avrebbero dovuto spendere di più quando lavorando al risparmio potevano adempiere al contratto? E’ il mercato, bellezza. Se tu mi dai una cassa d’oro e io ti do dieci perline buon pro ti facciano. Il problema, quindi, non sono stati i fornitori. Sono stati i committenti. Il nostro governo è stato incapace di esigere ciò per cui pagava.

Spero di spiegarmi bene, Italia.it è stata un disastro politico, e lo è stata per tutti: chi l’ha concepita, chi non ha saputo gestirla, chi ha cercato di difenderla e venderla agli italiani ed è poi stato costretto a rinunciare a suon di pernacchie. Italia.it è stata il simbolo della completa incapacità di una classe politica, quella di cui voi stessi fate parte, di essere all’altezza delle proprie responsabilità politiche.
Lo ripeto: il disastro non è dipeso dalla incompetenza tecnologica di questo o quel ministro, ma dalla loro complessiva incapacità politica di gestire un processo del genere. E’ proprio perché il disastro è stato politico che l’ingegner Stanca non potrà mai scaricare la vergognosa paternità del progetto; è proprio perché il disastro è stato politico che l’onorevole Rutelli non potrà più scollarsi di dosso la maccheronica (e però tristemente adeguata) scenetta con cui lanciava Italia.it alla BIT con le immortali parole “Pliiz vizit mai biùtiful càuntri”. Verrebbe da paragonarlo a Totò e al suo  “Nojo volevàn savuàr”. Solo che se fa il buffone Totò rido. Se si rende ridicolo un ministro della Repubblica, non mi viene proprio da ridere.

Oggi il governo siete voi. Non sentite il bisogno di differenziarvi, non foss’altro che per assicurarvi risultati meno vergognosi? E in quale modo intendete differenziarvi, se lo farete? Perché da fuori, credetemi, non si notano proprio cambi di rotta.

Personalmente non mi illudo né mi importa che un ministro abbia una grandiosa comprensione delle tecnologie in gioco. Certo, lo preferirei, ma non sono competenze che gli siano richieste. Ciò che si chiede alla politica è visione e capacità gestionale: saper immaginare un futuro, saper incaricare persone capaci di realizzarlo, saper predisporre una struttura di controllo che garantisca i risultati. In Italia.it non si è visto niente di tutto questo. Siete sicuri che il vostro prossimo progetto nasca diverso?

Italia.it è stata la dimostrazione della totale, inappellabile incapacità del nostro livello politico di concepire e di gestire un progetto tecnologico di questo secolo. E voi vi ci volete rimettere come se nulla fosse successo? Con che coraggio riuscite a parlare di rilancio di un progetto quando parlate di un progetto nato morto, tenuto in vita artificialmente a spese nostre e infine sepolto in una fossa comune di ridicolo?

Negli Stati Uniti, che da noi si citano sempre purché a sproposito i progetti tecnologici sono prima redatti, e poi addirittura validati, apertamente, con il contributo di chiunque, nell’industria e nella ricerca, abbia qualcosa di sensato da dire. Laggiù, ci si fa un punto d’onore di spiegare e giustificare i propri criteri di scelta.
Da noi, chi si è sincerato se qualcosa come Italia.it aveva senso? Se rispondeva a qualche esigenza? Da noi, dove erano le specifiche accessibili al pubblico scrutinio? Dove l’adozione di forme adeguate di governo del progetto? Dove i criteri condivisi di validazione per assicurare che il prodotto corrisponda alle aspettative? Vi ricordate, vero, che al suo avvio Italia.it, figlio del ministro Stanca, non rispettava nemmeno i requisiti dello stesso ministro sull’accessibilità? Vi ricordate le pietose conclusioni della Relazione della Commissione di Indagine sul portale Italia.it per la quale oltre alla fumosità delle specifiche era mancato totalmente il controllo del progetto? Cosa che vi fa credere di stare cambiando radicalmente registro?

Leggo nel vostro Protocollo di intesa che istituirete un “Comitato di monitoraggio”.
Bene, è fra quello che chiedevo per Italia.it un anno fa. Leggo che sarà composto da sei membri pariteticamente scelti da voi. Benissimo, ma scelti secondo quali criteri? Con quali competenze? Con quali compiti specifici? Diciamola tutta: con quali responsabilità?
Leggo che partecipare al comitato di monitoraggio non genera oneri. In italiano corrente, significa che il comitato di monitoraggio lavora gratis. E perché? Vogliamo fare una cosa in stile sovietico, alla “mi pagano poco ma lavoro di meno”?
Leggo che il comitato di monitoraggio produrrà un rapporto trimestrale. E cosa monitorizza: la deriva dei continenti? Quanto dura il progetto per giustificare un monitoraggio trimestrale, trent’anni?

Ricapitolando: un gruppo di sei prescelti si incontra gratis periodicamente per “monitorare” un progetto e una volta a trimestre redige un rapportino.
Perdonate, ma io questo non lo chiamo “comitato di monitoraggio”, la chiamo sinecura: al comitato non si paga nulla perché, in fondo, non si chiede niente. Giusto una monitoratina ogni tre mesi, qualche indicazione di massima, poi eventualmente qualcun altro dovrà porsi il problema di fare qualcosa al riguardo.
Scusate, ma stiamo parlando di un comitato di controllo o del Gran Consiglio dei Dieci Assenti fantozziano?

Ecco, mi sfugge proprio una cosa: chi risponderà di cosa in questo vostro progetto?

Distinti saluti,
Walter Vannini

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