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Usabilità e appunti per un'informatica post-autistica

Archive for marzo 2008

Il design del futuro – Introduzione: Il design si progetta, non si disegna (v. 2.0)

Posted by Walter su giovedì, 13 marzo 2008

Ecco la seconda introduzione a “Il design del futuro” di Donald Norman, che ho avuto il piacere di adattare in Italiano. Un libro da comprare.

Il design si progetta, non si disegna

Quello che tenete in mano è forse il più bel libro sul design che potrete mai leggere, proprio perché è scritto dal più famoso ridicolizzatore del cattivo design. Proprio quel Donald Norman che, mettendo a nudo il design-come-decorazione ha ricordato ai veri designer la grandezza della loro missione: non glorificare il carino-inutile, ma la reinvenzione del mondo.

E un libro del genere è ancora più importante in questo Paese dove, come dice Edward De Bono, il “Made in Italy” è più bello che creativo. Ossia più superficiale, emotivo, viscerale che realmente portatore di innovazione, efficienza, funzionalità e benessere.

Da noi, ancora troppi giocano a dirsi designer fingendo che estetica e funzionalità possano essere considerate separatamente, e che al designer naturalmente competa solo la prima, mentre le altre questioni siano bassa pratica, “roba da Ingegneri”. Troppi dei quali, per contro, tollerano il lato estetico di un progetto solo come qualcosa di buono per imbonire il cliente e il direttore, ché tanto non hanno voglia di addentrarsi in questioni tecniche.

Ma nel mondo sempre più complesso in cui ci ritroviamo a vivere, questa diatriba fra estetica e funzione è priva di senso, se mai ne ha avuto: è solo lo specchio di un’altra diatriba, quella fra cultura umanistica e cultura scientifica, altrettanto priva di senso ma purtroppo tipica del nostro Paese ancora prigioniero della gerontocrazia di una cultura retrograda, accademica e provinciale fino all’autolesionismo, che parla a vanvera di “due culture”, quando in realtà promuove una sola ignoranza.

La distinzione non è fra estro e razionalità, ma fra buon design e cattivo design, come è sempre stato. I nostri antenati hanno prodotto bellezza immortale perché avevano in mente l’essere umano completo: come direbbe Norman pensavano sia al nostro livello viscerale (oggi diciamo estetico pensando che sia più fine), sia a quello comportamentale sia a quello riflessivo. Le loro opere erano immediatamente belle (il livello cognitivo viscerale), si fruivano con agio (il livello comportamentale) e stimolavano il nostro livello riflessivo. Ma loro, appunto, facevano calcoli con la stessa naturalezza con cui miscelavano i colori, e Norman ci dimostra che anche i designer di domani saranno così.

Il breve periodo storico dell’industrializzazione ci ha permesso di vedere il mondo attraverso le lenti riposanti della specializzazione, ma è giunto il momento di togliercele e realizzare che nemmeno i migliori tecnici sono in grado di risolvere da soli i problemi del mondo globalizzato. Il nostro mondo ci richiede professionalità trasversali, poliedriche: un ritorno, se vogliamo, a una visione più olistica, alla capacità di affrontare i problemi in ogni loro aspetto.

Anche gli architetti, che pure è linguaggio comune associare ai designer come produttori di inutilità sublimi, stanno riscoprendo l’orgoglio di una professione nata per fornire soluzioni complessive, non parziali; profonde, non superficiali. Si ascolta Cameron lanciare il suo famoso slogan “Progetta come se te ne fregasse davvero qualcosa!” e sembra di sentire un altro Norman.

Al difuori di un ambito esclusivamente tecnico, la troppa specializzazione è sempre meno una virtù e sempre più un limite. Vivere nel mondo globalizzato significa affrontare problemi complessi: problemi che non si risolvono affrontandone solo il lato tecnico, per quanta sia la maestria impiegata. “La tua miglior trovata non basta!” è uno dei più famosi slogan di Nielsen, non a caso socio di Norman e non a caso esperto di usabilità, un’altra disciplina nata per affrontare a tutto tondo i problemi, coniugando esigenze estetiche, comunicative, informative, emotive, operative e di mercato.

Fra le discipline considerate (a torto) come unicamente dipendenti dal talento e dalla passione, l’informatica è stata la prima a superare la fase adolescenziale. Se prima valeva l’equazione “informatico=smanettone”, oggi uno smanettone è uno smanettone, mentre da un Informatico ci si aspettano competenze non solo tecniche, ma aziendali, gestionali, organizzative, comunicative e di project management. Gli odierni corsi di Laurea in Informatica e Ingegneria Informatica non si accontentano di produrre ottimi tecnici, ma mirano a forgiare professionisti versatili, adattabili, persone che contribuiscano al ricambio della classe dirigente in Azienda e, un domani, nel Paese. Il moltiplicarsi di corsi interdisciplinari, fra politecnici, università scientifiche e università aziendali ci dimostra che la tendenza non è temporanea.

Norman è convinto che anche il design seguirà questa strada. Una Scienza del Design e un’Ingegneria del Design sono il solo antidoto contro il cattivo design.

Per noi Italiani questo significherà abbandonare il mito del Made in Italy inteso come puro estro, del designer come “artista”. Sì, il design può ancora essere arte, ma sono nel senso in cui può esserlo anche un ponte. Altrimenti non è design, ma decorazione; non siamo di fronte al bello, ma al carino, e purtroppo nella pseudocultura del carino questo Paese rischia di affondare felice.

Nel resto del mondo si pensa in termini sempre più multidisciplinari, mentre noi siamo ancora fermi a un concetto di creatività da sorpresa dell’ovetto Kinder. La piaga non colpisce solo i designer, ma intere aziende, interi settori di mercato, perché anche molti imprenditori sono prigionieri di quella stessa (mancanza di) cultura che non li fa vedere al di là dell’immediato, del superficiale, del carino.

E così molti dei nostri tanto decantati distretti affondano nella palude del meraviglioso inutile: utensili da cucina immancabili in ogni lista di nozze che si rispetti (come soprammobili, poi vai alla Coop e ti prendi un cavatappi, uno spremiagrumi, uno schiaccianoci che funzioni); cappe aspiranti degne di Star Trek che puoi imbrattare completamente con un solo soffritto; cucine monumentali dove un dito di vino versato può correre senza ostacoli per tre metri di piano di lavoro e poi finire pure in terra; banchi da gelateria rotanti che per farti fare un cono devi aspettare che il tuo gusto “esca”, tipo ruota della fortuna.

Certo, tutte cose all’apparenza carine; tutto, all’apparenza, perfetto; poi lo usi e cerchi un sostituto. Ecco cosa sono ridotti a fare i discendenti di Leonardo e Michelangelo: oggetti carini e sciccosi con cui riempire le riviste patinate e le case dei nuovi ricchi. Nel frattempo, nel resto del mondo si progettano cose meno appariscenti ma più funzionali, curando di più i materiali e i costi e vincendo sul mercato.

A questo punto, delle due l’una: o il design è il refugium peccatorum di quanti non riescono a farsi passare per veri artisti, e quindi ha a che fare con le piccole e grandi cose di pessimo gusto raccattapolvere destinate al circuito dei regali di riciclo; oppure il design torna ad avere a che fare con questo mondo, il mondo delle cose da fare, della vita da vivere, dei problemi complessi, degli oggetti che usi per farci qualcos’altro, e che quindi devono anche funzionare.

Nel nostro panorama culturale sembra folle insistere a parlare di design nei termini che una disciplina così pervasiva richiede. Eppure si deve insistere, proprio perché niente è al sicuro dal cattivo design.

I designer per primi non possono più accettare la gabbia dorata del “carino”; devono riprendersi l’anima e affermare per primi che il design moderno è una scienza con un’estetica, un’arte all’interno di un’industria. Non si può prescindere dal dialogo con ingegneri e tecnici di processo e di materiali, amministrativi, marketing, esperti di usabilità ed ergonomia, responsabili dei test e dei focus group e con chiunque sia parte in causa. E per chi proviene dall’Ingegneria, dirsi designer significa riconoscere che si può (e si deve) affrontare in modo formale anche ciò che non è quantitativo.

Nel design, i tempi beati della Scuola d’Arte e del confronto con l’opera dei Maestri sono finiti: dobbiamo cominciare a pensare seriamente alla Scienza del Design, all’Ingegneria del Design come ci indica Norman, e a professionisti capaci di coniugare approccio razionale e senso estetico. Il verbo del design è “progettare”.

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Il design del futuro – Introduzione: Il design si progetta, non si disegna (v. 1.0)

Posted by Walter su venerdì, 7 marzo 2008

Ecco la prima introduzione a “Il design del futuro” di Donald Norman, che ho avuto il piacere di adattare in Italiano. Un libro da comprare.

Il design si progetta, non si disegna

Questo non è un libro sul design edito nel Paese che se ne autoproclama la patria. E’ un libro sul senso reale, profondo del design, edito in un Paese provinciale che ancora lo crede una forma d’arte.

Da noi, si diventa designer pensando che estetica e funzionalità possano essere considerate separatamente, e che al designer naturalmente competa solo la prima, mentre le questioni legate alla bassa pratica siano “roba da Ingegneri”. I quali, per contro, tollerano il lato estetico di un progetto come qualcosa di buono per imbonire il cliente e il direttore, ché tanto non hanno voglia di addentrarsi in questioni tecniche.

La diatriba fra estetica e funzione è priva di senso: è solo lo specchio di un’altra diatriba, quella fra cultura umanistica e cultura scientifica, altrettanto priva di senso ma tipica del nostro Paese e della sua cultura retrograda, accademica e provinciale fino all’autolesionismo. Parliamo a vanvera di “due culture”, quando in realtà c’è una sola ignoranza.

I nostri antenati hanno prodotto bellezza immortale perché avevano in mente l’essere umano completo: come direbbe Norman pensavano sia al nostro livello viscerale (oggi diciamo estetico pensando che sia più fine), sia a quello comportamentale sia a quello riflessivo. Le loro opere erano immediatamente belle (il livello cognitivo viscerale), si fruivano con agio (il livello comportamentale) e stimolavano il nostro livello riflessivo. Ma loro, appunto, facevano calcoli con la stessa naturalezza con cui miscelavano i colori.

I tanti che, blaterando sull’arte del design, magnificano le nostre radici (non accorgendosi che insistere sul glorioso passato corrisponde a riconoscere la marginalità del presente) sembrano ignorare che Leonardo avrebbe riso di gusto di una distinzione così ridicola. E così Michelangelo, e così Francesco di Giorgio Martini: gente che pensava a tutto tondo e progettava per i secoli, mentre questi che si dicono loro discendenti si fanno vanto di cavatappi-pupazzo che si rompono al secondo utilizzo, spremiagrumi che non sfigurerebbero nello studio di un proctologo e progetti urbani i cui designer si guardano bene dall’abitare.

Oggi, appunto, i nostri designer si sentono solo “artisti” e non si riconoscono giurisdizione al di là dell’impressione emotiva immediata. Non chiedetegli di parlare con un ingegnere di caratteristiche dei materiali, per carità. Non chiedetegli che la sua opera abbia una funzionalità effettiva e non solo apparente.

Per questo non conosciamo più il bello, noi ci accontentiamo del carino; e nella pseudocultura del carino affondiamo felici. Nel resto del mondo si pensa in termini sempre più multidisciplinari, mentre noi siamo ancora fermi a un concetto di creatività da sorpresa dell’ovetto Kinder. La piaga non colpisce solo i designer, ma intere aziende, interi settori di mercato, perché anche molti imprenditori sono prigionieri di quella stessa (mancanza di) cultura che non li fa vedere al di là dell’immediato, del superficiale, del carino.

E così molti dei nostri tanto decantati distretti affondano nella palude del meraviglioso inutile: utensili da cucina immancabili in ogni lista di nozze che si rispetti (come soprammobili, poi vai alla Coop e ti prendi un cavatappi, uno spremiagrumi, uno schiaccianoci che funzioni); cappe aspiranti degne di Star Trek che puoi imbrattare completamente con un solo soffritto; cucine monumentali dove un dito di vino versato può correre senza ostacoli per tre metri di piano di lavoro e poi finire pure in terra; banchi da gelateria rotanti che per farti fare un cono devi aspettare che il tuo gusto “esca”, tipo ruota della fortuna.

Dice, e le nuove tecnologie? Peggio che andare di notte. Mentre il mondo parla di collaborazione, di costruzione sociale dei contenuti, i nostri siti Web sono un florilegio di orpelli e superficialità; siamo il Paese al mondo con la maggior quantità di cellulari, e il nostro ruolo in tutto questo sono due o tre modelli di cellulari (stranieri) “firmati” da questo o da quel sarto.

Certo, tutte cose all’apparenza carine, spesso perfino belle. Tutto, all’apparenza, perfetto; poi lo usi e cerchi un sostituto. Ecco cosa sanno fare i discendenti di Leonardo e Michelangelo: oggetti carini e sciccosi con cui riempire le riviste patinate e le case dei nuovi ricchi. Nel frattempo, nel resto del mondo si progettano cose meno appariscenti ma più funzionali, curando di più i materiali e i costi e vincendo sul mercato.

Sì, il nostro Paese resta meta di pellegrinaggi di giovani designer da tutto il mondo; ma per ammirare le vestigia di un passato cui non riusciamo più ad avvicinarci, non per imparare qualcosa dal nostro misero, dimenticabile presente. L’Italia è patria del design solo nella testa dei nostri designer artistoidi, e della cultura artigiana che li ha prodotti, e che non riesce ad accorgersi che il mondo funziona in termini industriali, non artigiani.

Diciamoci le cose come stanno: avere (o attribuirsi) un senso estetico non giustifica produrre oggetti di qualsiasi tipo purché a forma di pupazzetto né inventarsi nuovi, geniali modi per nascondere una maniglia o un interruttore. D’altro canto, avere un senso della funzionalità non giustifica produrre oggetti di qualsiasi tipo purché con angoli retti. L’uno e l’altro approccio sono egualmente responsabili del degrado estetico-funzionale che ci circonda, del tempo sprecato in stupidaggini, del lavoro perso, delle cose e delle vite messe inutilmente a rischio e della crescente marginalizzazione della nostra economia.

La complessità del nostro mondo è tale che possiamo percepirlo e agire al suo interno solo attraverso la mediazione di qualcosa; telefonini e utensili da cucina, siti web e automobili, computer ed elettrodomestici, edifici e uffici. Le cose attorno a noi sono il mezzo con cui interagire con la realtà. Una cosa che non assolve, o assolve male, al proprio compito ci priva di una parte di realtà. Il design riguarda tutto questo, in ogni suo aspetto: estetico, funzionale, economico.

A questo punto, delle due l’una: o il design è il refugium peccatorum di quanti non riescono a farsi passare per veri artisti, e quindi ha a che fare con le piccole e grandi cose di pessimo gusto raccattapolvere destinate al circuito dei regali di riciclo; oppure il design ha a che fare con questo mondo, il mondo delle cose da fare e della vita da vivere, degli oggetti che usi per farci qualcos’altro, e che quindi devono anche funzionare.

Nel nostro panorama sembra folle insistere a parlare di design nei termini che una disciplina così pervasiva richiede. Eppure si deve insistere, proprio perché niente è al sicuro dal cattivo design.

I designer per primi non devono accettare la gabbia dorata del “carino”; devono accettare che il design moderno è una scienza con un’estetica, all’interno di un’industria. Questo significa imparare a dialogare con ingegneri e tecnici di processo e di materiali, amministrativi, marketing, esperti di usabilità ed ergonomia, responsabili dei test e dei focus group e con chiunque sia parte in causa. Per chi viene dall’Ingegneria, fare la propria parte significa riconoscere che si può (e si deve) affrontare in modo formale anche ciò che non è quantitativo.

Nel design, i tempi beati della Scuola d’Arte sono finiti: dobbiamo cominciare a pensare seriamente alla Scienza del Design che Norman indica, e a professionisti capaci di coniugare approccio razionale e senso estetico. Il verbo del design è “progettare”.

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Welcome, Mr. Norman!

Posted by Walter su venerdì, 7 marzo 2008

Se oggi andate in libreria trovate ancora caldo “Il design del futuro” di Donald Norman, che ho avuto il piacere di adattare in Italiano. E’ un libro molto divertente, scritto con una limpidezza e un rigore che in Italia non si vedono quasi mai, tantomeno quando si parla di design e comunicazione.

Per festeggiare l’evento, pubblico oggi e domani due introduzioni, una sola delle quali è quella ufficiale. Scegliete quella che preferite, e lasciate i vostri commenti. Chi compra anche il libro, oltre a fare un’ottima cosa, scopre anche quale introduzione è quella “giusta”.

Grazie all’editore Apogeo, sarò a Torino il 15 per presentare il libro con un fior di compagnia: assieme a Donald Norman, Bruce Sterling e Luca De Biase.

Buona lettura!

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