Business Unusual Blog

Usabilità e appunti per un'informatica post-autistica

Archive for luglio 2007

A pensare male…

Posted by Walter su martedì, 31 luglio 2007

Diceva Andreotti che a pensare male si fa peccato ma non si sbaglia quasi mai.
Nello specifico, i nostri governi hanno una storia nera di provvedimenti discutibili varati a notte alta prima delle ferie estive, o la vigilia di Natale, o prima di una finale dei mondiali…

Visto il caldo che fa, vogliamo scommettere che con la chiusura per ferie il Parlamento ci tira fuori una sorpresina per Italia.it?

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Clamoroso: si usa l’auto per mettersi le dita nel naso

Posted by Walter su giovedì, 19 luglio 2007

Non so se ridere o imbufalirmi, e nel caso se imbufalirmi per la superficialità della ricerca o per la superficialità del giornalista.

Stando al Corriere della Sera di oggi (Corsera, non Eco della Val Trompia) i manager apprezzano gli smartphone perché gli permettono di lavorare “in mutande”.

E’ quel “perché”, e il senso di sufficienza tecnoanalfabeta che trasuda, che mi dà fastidio. Sì, confesso di avere anche io risposto al cellulare dalla toilette di un ristorante. Una volta o due dalla vasca di casa mia. Spesso mentre cucino. Alzi la mano chi non lo ha fatto.

Ehi, questo significa che c’è un segmento di mercato per dei telefoni noise-canceling che eliminano lo sciabordio di sottofondo!!! O addirittura noise-padding, così posso sostituire il silenzio dell’amaca da cui rispondo il sabato con un rumore da “vero ufficio”, inclusi telefoni che squillano in continuazione e gente che ciacola in riunione (quando qualcuno li tirerà fuori, ricordatevi di averlo letto qui).

Risate a parte, forse il “mondo veloce” (come lo chiama il mio amico Camisani) non ha bisogno di venire trattato con tanta stupidità. Non ho dubbi che “i manager” (i quadri no? e gli impiegati?) rispondano anche in mutande, embé? Il punto è che qui si scambiano cause ed effetti, e questa è cattiva ricerca di mercato e, soprattutto, cattivo giornalismo. Sono disposto a scommettere 100€ contro un caffè che la ricerca dice qualcosa anche sul fatto che “i manager” controllano messaggi e mail anche a notte fonda e nel weekend, ma questo non faceva notizia, vero?

Non ho dubbi che si possa usare lo smartphone in mutande, o seduti in tazza, ma non significa nulla. Telefono in mutande perché le tecnologie mi liberano dalla necessità di essere in ufficio, dietro una scrivania, in un orario canonico.

Nella società dell’informazione, o nel mondo veloce se vogliamo, lavori lì dove sta il tuo cervello (e dove le tecnologie ti connettono); e lavori meglio se non ti distraggono ogni quindici secondi. Si chiamano lavori di concetto proprio perché si usa il cervello più delle mani.

Questo significa forse che la nostra cultura aziendale fatta di uffici, sedi, riunioni, segretarie “scusi dottore gradisce un caffè” ha fatto il suo tempo? Per molte cose, . Ma la testa della gente è dura da cambiare.

E’ più semplice illudersi che qualcuno chieda uno smartphone per poter “lavorare in mutande” (e quindi darglielo come status symbol e non come fondamentale strumento di lavoro) che accorgersi del fatto che spendere 10 in connettività significa risparmiare 100 in edilizia, e in mobilità inutile.

Ma naturalmente viviamo in un Paese dove i tecnoanalfabeti occupano tutti i consigli di amministrazione. Con questa cultura paleozoica, farsi vedere indaffarati conta più che lavorare in modo efficiente. Aspettiamoci quindi altri articoli di questa levatura. Complimenti, Corrierone.

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Ben venga la class action

Posted by Walter su martedì, 17 luglio 2007

Non è tanto perché vengo dalla lettura di “La casta” di Stella e Rizzo e di “Come sopravvivere nella palude di Italiopoli” di Beha.

E’ proprio perché la class action è uno strumento necessario per mantenere il controllo di una democrazia in mano ai cittadini, di fronte a poteri economici che non possono non avere una controparte nella stessa categoria di peso. Pensiamo ai vari casi Parmalat, Telecom, e tutti quei casi in cui migliaia di persone vengono lese in gruppo ma sono poi obbligate ad agire da sole (e non tutti non sempre sono in grado di intraprendere un’azione legale).

Vedetela come un’infrastruttura del diritto.

Firma la petizione popolare a sostegno della Class Action!

Firma anche tu. Uno può essere tanti.

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Uàird cosa?

Posted by Walter su martedì, 10 luglio 2007

Stazione centrale di Bologna, Italia. Luglio 2007. Tre edicole.

Cerco Wired, tanto per cambiare. Due edicole non ce l’hanno, una con motivazioni fantasiose (“Non è ancora uscito”). Vada per la terza.
“Scusi ha mica Wired?”
“Uaìr… mah, no, mi sa che non è ancora uscito.”
“No guardi, mi va bene anche il mese passato che non l’avevo trovato.”
“Ma aspetti che guardo… ha detto Uàir?”
“Wired. Scritto W-I-R-E-D”
“Ah, sì, Uàird. Aspetti… Ma di cosa tratta?”
“Una rivista in inglese di informatica. Di computer, voglio dire. Sa, internet…
“Ah ho capito. Guardi, mi spiace: di informatica teniamo solo l’Economist.”

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L’importanza di essere backup

Posted by Walter su lunedì, 9 luglio 2007

Milano, settembre 1986. Questa è una storia vera.

Me ne vado verso il Laboratorio di Scienze dell’Informazione, in Via Moretto; caldo assai, meglio procurarsi da bere. Giustappunto hanno appena lanciato la nuova cocacola da mezzolitro, ne acchiappo una. Nella ventiquattrore c’è spazio a volontà, e non la agito nemmeno.

Nella ventiquattrore ci sono anche i dischetti della mia tesi; doppia copia, tanto per essere sicuri. Due bei dischetti floppy doppia faccia doppia densità da ben 360KB (sì Gigetto, trecentosessanta kilobyte, una volta erano più che sufficienti per portare in giro i propri file), anzi era il massimo…

Arrivo in laboratorio. La cerniera della ventiquattrore ha bucato la lattina: i miei dischetti grondano bollicine.

A quel punto, sangue freddo e ho fatto quello che avrebbe fatto qualsiasi altra persona dotata di un sano approccio scientifico al mondo:

  1. ho aperto il rivestimento di uno dei dischetti
  2. ho estratto il disco
  3. ho lavato entrambi sotto l’acqua (fredda; quella calda, si sa, smagnetizza meglio)
  4. li ho asciugati sotto l’asciugamani a getto d’aria (calda, ma è sempre meglio che usare un panno, no?)
  5. ho richiuso con cura il tutto
  6. a questo punto ho fatto un voto al grande Dio dei Dati che mai più nella vita avrei mancato di onorarlo
  7. ho infilato il floppy ricostruito nel drive dell’M24 e…

…ho ricopiato tutto sul disco rigido. Stupore sommo. Oh bella, dico, ‘sti dischetti sono una bomba. Tanto per controllare faccio “DIR A:”: niente. Tutto scomparso.
Di lontano mi è sembrano di sentire un iroso rumoreggiare di tuono, che mi è sembrato più che convincente per non insistere oltre. Non si scherza con gli dei.

Da allora, quando si parla di dati, o parliamo di tripla ridondanza e di collocazioni fisicamente separate, o stiamo giocando.

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