Business Unusual Blog

Usabilità e appunti per un'informatica post-autistica

Archive for aprile 2007

Due etti di duepuntozero

Posted by Walter su giovedì, 19 aprile 2007

“Mi dà due etti di uebduepuntozzero, tagliato fine, mi raccomando…”

Non siamo ancora a questi livelli, ma di sicuro la confusione attorno a questo mitico “Web 2.0” è tanta. Forse perché tutti usano il termine (ecco cosa ne pensano Wikipedia, Apogeo online e perfino Microsoft)
ma non ci sono due persone concordi sul dire cosa sia. Potrebbe essere il caso di fare un po’
di chiarezza, magari guardando questa nuova “rivoluzione della comnunicazione” con gli occhi di  chi in vent’anni di queste “rivoluzioni” ne ha viste passare un certo numero.

Cominciamo con i fatti: “Web 2.0” è una denominazione creata da Tim O’Reilly. Un nome vago ma con una certa attrattiva, il cui significato è qualsiasi cosa si decide che sia. Ovvero, stiamo parlando di
un normale strumento (linguistico) di marketing.

Andiamo oltre. Nella vulgata, “Web 2.0” viene usato da più punti di vista:

  1. tecnologico: “il Web come piattaforma”
    • applicazioni web-based, (wiki, AJAX, …)
    • (protocolli per) la composizione di contenuti da più fonti (mashup, …)
  2. economico: “Business as usual is dead”
    • nuovi modelli di business “leggero”, anche basati sulla “syndication” di contenuti
    • delocalizzazione delle risorse
    • l’impresa “piatta” (flat)
  3. sociale: “i mercati sono conversazioni”
    • contenuti generati dagli utenti (User Generated Content)
    • blog etc.

Per avere un’idea della vastità di accezioni, puòessere utile questa prima immagine, usata dallo stesso O’Reilly per promuovere il concetto.

Concetto che, una volta accettato, si è ulteriormente complicato, dando origina a un’altra mappa.

Tutto questo è molto interessante, ma tradisce un preconcetto importante e abbastanza tipico (purtroppo) dell’informatica, ossia il vizio di guardare la vita attraverso la lente delle tecnologie, anziché il contrario.  Un po’ come prendere un martello e andare in giro per casa a vedere se c’è qualcosa da martellare, invece che vedere quali sono i problemi e poi scegliere uno strumento per risolverli.

Il mio approccio è diverso: la mia opinione è che a meno che il proprio mestiere sia fare ricerca nessuna tecnologia, per quanto buona, deve essere usata solo perché esiste.

E’ invece un fatto che il modo di pensare l’impresa, tanto per gli imprenditori quanto per i mercati, è profondamente cambiato. In questo le tecnologie dell’informazione hanno certo avuto un ruolo, ma se sia l’evoluzione tecnologia a cambiare la cultura o l’evoluzione culturale a favorire l’emergere di determinate tecnologie è un problema antico quanto quello se sia venuto prima l’uovo o la gallina…

So’ duettiesessanta signo’, che faccio, lascio?”

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Due ragazzi e un garage

Posted by Walter su martedì, 17 aprile 2007

L’informatica ha tanti problemi, e i falsi miti sono uno dei principali; quello dei “due ragazzi in un garage”
è uno dei miei preferiti.

Non passa settimana che su qualche quotidiano, rivista, o in radio (no, non ho più la televisione dal 2000, grazie) non salti fuori: in USA, o in Giappone, o in India, “due ragazzi in un garage” hanno avuto un’idea meravigliosa, sono rigorosamente “partiti da zero” e nel giro di X mesi sono diventati straricchi. Quello che non si dice mai è che i suddetti “due ragazzi” l’idea l’hanno avuta, ma poi
qualcuno è arrivato con i soldi.
Il punto è che negli USA il Venture Capital non solo funziona,
ma è dannatamente attento…

  • “due ragazzi in un garage” hanno inventato un algoritmo che si chiama PageRank, e il loro motore di ricerca ha piallato la concorrenza. Ora Google domina incontrastato bla bla bla…
    • Google ha preso il via con un finanziamento di 1 milione di dollari nel 1998,
      seguito da altri 25 milioni nel 1999. 
  • “due ragazzi in un garage” hanno dato vita a un mondo virtuale chiamato Second Life che in tre anni ha raccolto oltre quattro milioni di utenti e ora costituisce il Prossimo Balzo In Avanti del Web bla bla bla (sui nostri media le maiuscole vanno sempre molto).
    • Second Life ha già raccolto 19 milioni di dollari (senza peraltro generare ancora profitti).

Solo due esempi di come qui da noi “partire da zero” vada inteso in senso più letterale. Ora, qualsiasi cosa pensiamo dei ragazzi nel garage, chiediamoci che chance hanno le nuove idee in Italia, dove le parole “venture capital” sono sconosciute e la più recente iniziativa pubblica finanziava
“nuove idee d’impresa” con addirittura 30mila euro per i fortunati prescelti. Cosa succede a questo Paese? Non si riescono più ad avere idee vincenti? O i nostri capitalisti preferiscono la finanza all’impresa?

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Sai che ore sono? Sì. (ossia, può anche essere un giornale online ma non è detto che informi…)

Posted by Walter su giovedì, 12 aprile 2007

Si leggono i giornali per avere informazioni, ma ovviamente dobbiamo intenderci: se ti chiedo “sai che ore sono?” e mi rispondi “sì” sarà anche, in senso letterale, la risposta giusta alla mia domanda, ma diciamo che non serve a molto.

Così quando un giornale annuncia “Su internet il catalogo dei semi Così si battono i pirati della specie” mi aspetterei che si andasse al di là del semplice annuncio: dov’è questo sito?

L’occasione è leggera, ma il problema è profondo: avere un sito non significa saperlo usare.

I cosiddetti “nuovi media” (fra l’altro, dopo quanti decenni si smette di essere “nuovi”?) hanno regole precise, ma i nostri editori (e i nostri creativi, vero?) aquanto pare non le hanno ancora capite. E’ dai tempi di Epoca Online (!) che lo ripeto, ma proprio non ci sentono.
Tanto peggio, vorrà dire che presto ci sarà una nuova generazione di imprenditori della comunicazione.

Questo è un peccato, perché un sito può anche generare migliaia di contatti… ma i contatti che non genera non si vedono, così come non si vedono i clienti che vanno altrove, fino a quando ci si sveglia una mattina (nel senso che fino a quel momento si è dormito sugli allori) e ci si accorge di avere per le mani un sito scintillante, visitato, pubblicizzato, indicizzato… cui nessuno dà affidamento.

A proposito, il vostro sito come sta?

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Second Life: 3 errori da non fare

Posted by Walter su giovedì, 5 aprile 2007

Non passa settimana senza l’annuncio che qualche noto brand “apre” in Second Life.
  Considerati i livelli di alfabetizzazione digitale del nostro Paese e che Second Life esiste almeno dal
  2003, direi che siamo di fronte a qualcosa di interessante: tanta attenzione, e così concentrata, non si spiega senza ammettere che la paura di non sembrare all’altezza da un lato, e il desiderio di pubblicità a basso costo dall’altro, giochino un ruolo importante, quando non decisivo.

  Bisogna considerare che la virtualità non è un moda, ma una frontiera della nostra cultura.

La virtualità non è nuova, e non è facile: nessuna evoluzione culturale lo è; e diciamocelo chiaro: quando un’evoluzione culturale richiede una mediazione tecnologica il percorso è solo più
  accidentato.

Sono dodici anni che seguo lo sviluppo di una cultura della virtualità, e la sua vita non è stata facile. Dai primi interessi di metà anni ’90 per le comunità virtuali, (poi lasciate degenerare in chat chiassose e
  destrutturate da operatori ignoranti), alle realizzazioni di metà anni ’90 (alle quali ho partecipato creando il laboratorio CoMOOnicate!, con l’Università IULM e l’Università degli Studi di Milano, Dipartimento di
  Scienze dell’Informazione), culminate in conferenze e corsi universitari online e nel (a mia conoscenza) unico esempio di “chat-con-sala-di-regia-e-traduzione-simultanea” al Festivaletteratura del
  2000.

Poi la bolla esplose. In uno dei Paesi più digitalmente analfabeti d’Europa gli investitori, che fino al giorno prima con il coraggio di chi corre in soccorso del vincitore si gettavano sbavando ai piedi di chiunque volesse anche tenere lezioni online di nappine del ‘700 purché fosse digitale, si ritrassero
  inorriditi, e con la stessa superficialità, da qualsiasi cosa avesse un monitor senza la necessaria dotazione di scosciate di belle speranze, perché va bene la tecnologia, ma pure l’occhio vuole la sua parte, no?

Adesso c’è la ripresina, c’è il Web 2.0 e tutto sembra ricominciare: siamo scendendo ancora nella classifica dei paesi più digitalmente analfabeti d’Europa (per fortuna si è estesa a Romania e Bulgaria, così la nostra distanza dal fondo aumenta), e ritroviamo lo slancio per  guardare al futuro, naturalmente sempre alla nostra maniera: una valigia piena di sogni e in testa lo stretto indispensabile.

Ma, anche stavolta come ogni volta da sempre, chi si lascia incantare dalle sirene farà una miserevole fine: non sono state le “dot com” a inventare le bolle economiche. (A proposito, voi che lezioni avete tratto da quel periodo?) Ci sono almeno tre errori mortali che chi vuole raccogliere la sfida della virtualità non può concedersi: la replica della realtà: nei favolosi anni ’90 qualcuno convinse l’editore di Epoca a lanciarsi in un progetto assurdo di editoria elettronica, Epoca Online, con lo slogan di “tutto come sulla carta!”; qualcuno se ne ricorda? La virtualità non è la realtà, così come il Web non è la carta. La rincorsa al realismo gratuito non solo non aggiunge necessariamente valore, ma può risultare banale (su questo, anche Second Life ha lezioni da insegnare) 

  1. il gioco infinito: il gioco è solo una parte della virtualità, e (in Second Life) nemmeno prevalente. La molla dietro alla virtualità è la ricerca del più e del meglio rispetto alla “Real Life”; siate preparati a guardare molto al di là dell’ovvio; siate pronti a ridefinire quello che chiamate “fare business”; siate pronti a imparare di nuovo, o lasciate perdere 
  2. il mito tecnologico: per fare virtualità, la tecnologia è necessaria, ma non sufficiente. Sono le idee, la cultura, a fare la differenza fra i progetti di successo e i tanti che saltano sul carrozzone.

La lista potrebbe proseguire, ma non bisogna scoraggiarsi.

Non fate questi errori, e avrete almeno una chance. Ma ricordate, la virtualità non è facile…

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Ritalia: armiamoci e partite?

Posted by Walter su giovedì, 5 aprile 2007

Ci sono più di 300 iscritti, al RItaliaCamp, più tutti quelli che hanno postato piani di scandalo sui molti blog dedicati all’argomento, più i molti che hanno letto e sottoscritto Scandalo Italiano.

  Ma a Milano eravamo non più di 200. Non più di venti presentazioni. Un po’ poco per un evento dove “non ci sono spettatori”; dov’erano gli altri? Finirà tutto in fumo, come al solito? Non lo so, ma so che ne è valsa la pena (e con 9 ore di treno lo intendo anche in senso letterale). Credo che scandalizzarsi (italianamente o meno) costi in fondo poco, è il nostro sport nazionale. Ma alcune volte bisogna mostrare un po’ di coerenza. Un po’ di rispetto per se stessi, per ciò in cui si dice di credere.

  Anche nel Paese di Arlecchino ci sono momenti in cui si deve andare al di là del semplice spernacchio a fondo perduto. Sì, sarà necessario andare a fondo della questione e rispondere a due domande:

  1. come ha potuto un progetto così scadente andare online?
  2. come possiamo evitare che questo si ripeta?

Non sono domande oziose, sono il centro della questione. Ne riparleremo presto. Ad ogni modo sabato eravamo lì, chi da Milano chi da fuori, senza sponsor, per mettere il nostro tempo dove avevamo messo le nostre parole.

  Chi ce l’ha fatto fare? Molti anni fa assistei a uno di quegli incontri orientativi per la scelta del corso di Laurea. Parlava il prof. Degli Antoni. Io mi sarei iscritto ad Agraria, pensavo, ma, visto che i computer erano di moda, perché non sentire cosa fosse questa laurea in Informatica che avevano appena aperto. E Degli Antoni disse: 

l’informatica è la scienza e l’arte di risolvere i problemi, usando, quando serve, un computer  

e da quel momento fui un Informatico.

   Partecipare a RItalia ha a che fare con il guardarsi allo specchio ogni mattina. E nel Paese dove da quindici anni chiunque e il suo cane si mette a “fare l’informatico”, pasticciando siti web, accrocchiando reti, pigiando tasti un tanto al chilo, mi è parso di cogliere i primi segni, finalmente, di una professione che sta acquisendo coscienza di sé.

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Gli ostacoli di Ritalia. 2: eran 300 giovani e forti

Posted by Walter su giovedì, 5 aprile 2007

Sabato scorso, 31 marzo, a Milano si è lavorato.

Ci si è chiesti: può un gruppo di volontari autoorganizzati arrivare
  ai risultati che un consorzio internazionale di imprese ha mancato? E se sì,  come?

Lo scorso sabato, al RItaliaCamp, la Grande Domanda che nessuno voleva fare era proprio questa. Perché da un lato lo stesso svolgersi del Camp è stato un successo incredibile, qualcosa di inaspettato. In questo Paese, di solito, senza almeno una discarica di scorie radioattive o un traforo o almeno una velina a fare un’ospitata non si dà che la cittadinanza esprima un minimo di interesse fattivo. Scandalizzarsi perché il sito governativo sul turismo è una ciofeca? Chi ci avrebbe scommesso?

E invece. La portata di quello che sta succedendo è stata chiara a tutti. Non erano tanto le televisioni, le radio, il trafiletto qui e là: per quelli, basta una smutandata all’uscita del taxi. Era veder arrivare (e in orario) il vicepresidente Public Sector e la responsabile Comunicazione di IBM, e il rappresentante dell’ENIT, vederli sedersi fra di noi e ascoltare. Non fare comunicati e annunci, ma ascoltare. E poi, parlare. Di nuovo senza annunci, con calma.

Venuti non a mettere il cappello, ma a confrontarsi con la comunità degli esperti. Sabato a Milano si è lavorato. Avrei voluto che arrivassimo a definire un documento programmatico, ma quando metti assieme 200 persone senza un programma preciso, già arrivare a sera in modo organico ha del miracoloso.

Beh, il miracolo c’è stato. Ora cominciano i problemi. In quanti
  continueremo, dopo il Camp?
C’è un curioso studio di Jakob Nielsen sulle comunità virtuali, dal quale emerge quello che si chiama regola del 90/9/1“, una specie di regola di Pareto per la sociologia; in pratica, su 100 persone che fanno parte di una comunità:

  • 90 sono lurker, passano il tempo a chiacchierare e vedere cosa succede
  • 9 sono propositive
  • 1 fa.

Vuol dire che RItalia si ridurrà presto a 3 persone? In quel caso sarebbe una ben misera fine per un inizio così spettacolare.

 Personalmente, mi aspetto una certa moria naturale, ma anche che si formino tre o quattro gruppi di interesse in grado di produrre documenti di indirizzo.

RItalia non può (né deve) rifare italia.it; sarebbe ridicolo
  aspettarselo, oltre al fatto che per quello ci sono persone pagate apposta.

Quello che RItalia può fare è ciò per cui è nato:
  rifondare il progetto italia.it, fornire idee e competenza. Sotto forma di documenti formali, che possano essere analizzati e su cui si possano basare le future evoluzioni di italia.it. O in qualsiasi altra forma possa essere necessaria.

E’ chiaro che lo “zoccolo duro” di RItalia non potrà sostituire il consorzio di imprese a cui italia.it è affidato. Ciò che mi aspetto è
  qualcosa di più, e di meglio. Dopo vent’anni, sapete, credo ancora alla professione che mi sono scelto: l’informatica è la scienza, e l’arte, di risolvere problemi… Sabato scorso, per la prima volta degli appaltatori pubblici e la comunità degli esperti si sono incontrati per lavorare assieme. Noi RItaliani possiamo fornire competenze, idee, entusiasmo; loro hanno risorse, uomini e
  tempo. E, non scordiamlo, un lavoro da finire. Insieme possiamo trasformare italia.it in qualcosa che serva davvero. Gli americano la chiamano win-win, una situazione in cui entrambe le parti vincono.

Io la chiamo un Paese che si riscopre meglio di ciò che sembra.

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Ritalia vs. Italia.it: far sterzare un elefante

Posted by Walter su lunedì, 2 aprile 2007

La mia generazione lo chiamava brainstorming, oggi si chiama BarCamp. Ma vuol sempre dire ritrovarsi per mettere assieme idee.

Con 200 partecipanti, il RItalia Camp può seriamente candidarsi al più grosso brainstorming della storia. E anche al più seguito.Tre track contemporanei, due televisioni, giornalisti come se piovesse, la presenza di due top manager di IBM (capofila del progetto) e di un dirigente dell’ENIT (in rappresentanza della committenza), ai quali dico complimenti per essere venuti (non era escluso che qualcuno si portasse dei pomodori, dopotutto) e per avere parlato con noi tra professionisti. Era tutto quello che vi si chiedeva dopotutto.

Se anche da RItalia non uscisse nient’altro, avremo almeno raggiunto questi risultati:

  1. la blogosfera fa parte della cittadinanza attiva
  2. un progetto di sito non è un’espressione artistica svincolata dalla realtà, ma un progetto che deve rispondere a standard metodologici, de iure e de facto, e che si può valutare su queste basi oggettive
  3. “nuove tecnologie” non significa che un contratto pubblico non debba essere sottoposto a controlli
  4. serve una maggiore attenzione (formale) della PA nella gestione delle commesse e dei fornitori

Sono troppo vecchio per parlare di rivoluzioni, o per credere che la democrazia “dal basso” funzioni più che tanto. Ma  una cosa sabato l’abbiamo dimostrata: anche i pochi possono avere voce.

E, se non si può far sterzare un elefante, almeno si può dare un’aggiustatina alla sua traiettoria.

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