Siamo di fronte a dei campioni del libero mercato, a dei giganti della libera concorrenza:
Class action contro Google
Sentite qui:
Audrey Spangenberg, amministratore delegato della FirePond, facendo una ricerca su Google col nome della sua azienda, lo ha sì trovato in cima alla lista dei risultati, ma preceduto a sinistra dalle inserzioni delle società rivali, che hanno pagato Google per far comparire i loro messaggi pubblicitari ogni qualvolta qualcuno fa una ricerca col nome Firepond, un marchio registrato.
In pratica, la gentile signora Spangenberg si risente perché Google si permette di far comparire il suo Onorato Marchio assieme a quello dei suoi concorrenti, sicuramente gente vile, infida e immeritevole di pubblica attenzione.
Forse, secondo la Spangenberg, le finanziarie concorrenti dovrebbero comparire in ricerche come “ablazione tartaro canino”.
E già che ci siamo, le Pagine Gialle dovrebbero uscire in due edizioni: in una si trova solo Spangenberg, nell’altra tutto il resto del mondo.
A questo punto, forse un produttore di auto, o una banca, potrebbe esigere dai comuni italiani che nessun concorrente possa aprire una concessionaria o un’agenzia nella via (e perché non nel quartiere? o nel Comune?) dove già se ne trova una loro.
Perché invece far passare la sua azienda per un branco di fessi la gentile signora Spangenberg non ha semplicemente reso ai suoi concorrenti pan per focaccia? Dubbio terribile: magari non sapeva che si potesse fare?
E si noti: la Spangenberg non è nemmeno la prima a ritenersi “danneggiata”, altri hanno raggiunto “accordi con Google” presumibilmente per evitare che una ricerca del proprio nome commerciale conduca al reperimento di propri concorrenti: ossia la prima o la seconda cosa che un cliente vuole.
Siamo di fronte a una cretinata da Guinness, o all’ennesimo esempio di qualcuno che fa il paladino del libero mercato a patto di avere il monopolio?
O magari a tutte e due le cose?




