A fronte di un disastro così totale come il (momentaneamente?) defunto Italia.it, viene la tentazione di chiedere a gran voce la rimozione dal ciclo decisionale tutte le persone coinvolte, fino al vertice.
Potrebbe anche essere una soddisfazione, ma di breve portata. Perché Italia.it è un problema sistemico, non solo di mancanza di competenze. In Italia.it tutti i passi del processo sono stati fallimentari (leggete pure la Relazione della Commissione di Indagine sul portale Italia.it):
- chi (Innovazione Italia) doveva definire il progetto ha prodotto un bando e un capitolato lacunosi e generici (in particolare riguardo ai contenuti)
- chi (il consorzio IBM/ITS/Tiscover) ha fatto il pesce in barile anziché esigere obiettivi precisi da raggiungere
- chi (il Dipartimento per l’Innovazione Tecnologica) doveva controllare e dirigere non lo ha fatto.
Tutto, in Italia.it, meritava il macero. Tutto:
- la tecnologia, non rispondente agli standard di settore
- l’interfaccia scadente
- l’accessibilità ignorata
- il modello di interazione limitante, non aperto all’aggiunta di contenuti
- l’immagine, di un Paese fermo agli anni ‘50
- la comunicazione
- i contenuti e tutto il processo editoriale
- il marketing turistico
- l’utilizzo e l’integrazione con le risorse locali
Il problema di Italia.it non è tecnologico, ma sistemico, e indica chiaramente che non solo non esiste una cultura di progetto, ma che nemmeno esistono le procedure con le quali implementarla. Siamo in presenza di un sistema privo di criteri di controllo condivisi, il cui risultato sono arbitrarietà e assenza di responsabilità.
Per quanto mi piacerebbe vedere molte teste rotolare, questa non è la cosa più importante. La cosa più importante è imporre al Dipartimento per l’Innovazione Tecnologica, e a cascata, a tutti i suoi fornitori i concetti di obiettivi, standard di riferimento e collaudo.
Non è pensabile che un progetto informatico possa essere non dico realizzato ma proposto senza mettere chiaramente per iscritto:
- a cosa deve servire
- con che criteri tecnici deve essere realizzato
- quali sono le cose che deve fare
- in che modo deve farle
- quali sono i criteri e i modi con cui posso accertarmi che le faccia
- in quale modo procederò al collaudo, per controllare che tutti i punti precedenti siano stati rispettati
- a quali condizioni il collaudo potrà considerarsi superato
Inoltre, trattandosi di danaro pubblico, aggiungo anche che:
- i criteri di realizzazione
- i criteri e i metodi di collaudo
- il bando e il capitolato d’appalto
- la documentazione tecnica relativa al progetto
- i risultati del collaudo
devono essere disponibili per il pubblico scrutinio. Prima dell’avvio del bando, per garantire che le scelte di progetti siano condivisibili; e dopo la chiusura del progetto, perché non possano sussistere dubbi sulla accettabilità del lavoro svolto.
La struttura di comando di Italia.it, così come mi è stata spiegata a suo tempo, era questa:
- il Vicepresidente del Consiglio (On. Francesco Rutelli)
- il Comitato Nazionale del Turismo (7 Regioni, 2 Province, gli Enti Autonomi e l’ENIT)
- il Sottocomitato tecnico per italia.it, (1 rappresentante per Regione)
- il consorzio fornitore (IBM, ITS, Tiscover)
Notate niente? Manca una terza parte che controlli che il fornitore abbia effettivamente fatto ciò che committente richiedeva. Manca una Commissione di collaudo, terza rispetto alla catena di comando, che garantisca il lavoro. Terza significa che non risponde al committente né al fornitore, e quindi non è parte in causa.
Il concetto di terzietà è fondamentale, e si esprime principalmente attraverso gli standard di riferimento. Esistono per qualsiasi cosa, dall’acciaio alle stoffe, ed esistono anche per l’informatica (il W3C è lì per quello). Per tutto quanto non può venire riferito a uno standard, vengono definiti, prima dell’avvio del progetto, criteri e modalità di collaudo. In questo modo, committente e fornitore sanno cosa dovrà fare il prodotto, e come si deciderà se lo fa davvero oppure no.
Il mondo dell’informatica non è il pianeta Marte, i test esistono e vengono pretesi tranne, a quanto pare, nel caso di Italia.it. E’ possibile definire dei test anche per un portale del genere, per tutto quello che non è riconducibile a degli standard di riferimento, sotto forma di casi d’uso sufficientemente vari e rappresentativi.
Il vincolo del pubblico scrutinio è fondamentale per evitare che qualche accidentale deficit di competenza possa tradursi in sperpero di denaro pubblico. Pubblico scrutinio non significa un forum aperto a ciclo continuo: significa che, per un periodo di tempo adeguato, chiunque può esaminare le carte ed esprimere la propria motivata opinione professionale. Allo scadere del periodo, la Commissione di Collaudo considera quanto è stato sottoposto e valuta, motivando, se il feedback ricevuto imponga delle revisioni. Tutto agli atti, ovviamente, e pubblicamente consultabile.
Tutto questo viene già realizzato quando si tratta di un ponte o di un edificio. Se sapremo applicare alle nuove tecnologie un poco della serietà professionale delle vecchie magari non raggiungeremo la perfezione, ma forse riusciremo a evitare un pericoloso bis di Italia.it. E direi che ne vale la pena. Se invece di 45 milioni ne hanno spesi “solo” 7, vuol dire che ce ne sono altri 38 a rischio.


