Il mio Maestro mi insegnò il concetto di “creatività giapponese”. Era la prima metà degli anni ‘80, e all’epoca lo spauracchio economico dell’Occidente era il Giappone. Il segreto dell’apparentemente inesauribile creatività nipponica, ci spiegò, era molto semplice:
prendete un oggetto qualsiasi; trovate una funzione che la categoria dell’oggetto non contempla; aggiungete la funzione. Ecco un oggetto che nessuno si aspetterebbe.
È incredibile la quantità di “innovazioni” che possano essere ricondotte a questo metodo di creatività meccanica. E proprio il suo essere meccanica ci spiega il reale valore intrinseco di questo tipo di “creatività”, a parte la sorpresa: zero. Gli oggetti prodotto con la “creatività giapponese” sono “carini”, ma non creativi.
La cosa divertente è la categoria della “creatività giapponese” non ha nulla a che vedere con il Giappone in sé, è semplicemente uno strumento utile per valutare le cose del mondo, senza essere annebbiati da quanto ci sorprendono.
È divertente applicare questo strumento a tanta “creatività” che ci circonda. I tanto declamati oggetti “di design”, per dirne una. O, per rimanere in un territorio familiare, le funzionalità dei software. Tutti sappiamo di usare forse il 20% delle funzionalità del nostro word processor/foglio elettronico/software di disegno/CMS. Eppure abbiamo la vaga convinzione che quelle funzionalità siano lì per un motivo “profondo”, che qualcuno ci abbia pensato e abbia deciso che sì, senza non si poteva proprio fare. Forse se ci riflettiamo un poco potremmo avere qualche sorpresa …
Non so perché mi è venuto in mente questo aneddoto, pensando al modo di lavorare dominante di questo periodo: il famoso “always on”. Sembra ormai consolidato che in una riunione di lavoro chi non parla parli al cellulare, smaltisca la mail sul palmare, blogghi o quant’altro.
Sono il primo a propendere per la “augmented reality”, ma bisogna intendersi: avere la possibilità di confrontarsi con i dati non significa derogare al dovere di analizzarli. Il valore di un interlocutore non sta nel fatto che possa citare Wikipedia a volontà, ma in ciò che riesce a dire con le informazioni che raccoglie.
Purtroppo, siamo culturalmente molto al disotto di quello che il nostro tempo richiede. Crediamo ancora che portare il dizionario, o la calcolatrice, all’esame costituisca un vantaggio. E purtroppo molti nostri esami (a scuola e nella vita) sono congegnati proprio per valutare l’erudizione, non la comprensione. Per esempio crediamo che il vero manager sia quello che, fra una mail una chiamata e una bloggata, prende decisioni al volo. Questo management reattivo impazza: a breve termine, essere reattivi e testardi paga, perché qualcun altro cerca di metterci una pezza. Poi però i nodi vengono a galla. Al momento, le soluzioni preferite sembrano essere dello stesso tipo di quella che ha generato il problema: decisioni istantanee e tanta tanta insistenza nel portarle avanti. Il management reattivo è il cancro della società dell’informazione, l’apoteosi della mediocrità. Io credo che la facilità di accesso alle informazioni e agli strumenti di comunicazione porterà col tempo a un altro tipo di sbocco: a constatare che le cose non sono mai semplici come appaiono, e che riflettere prima di decidere è fondamentale.
Molto, molto tempo fa si diceva che ogni problema ha una soluzione semplice, veloce e sbagliata. Mai come oggi mi sembra vero.
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