Business Unusual Blog

Usabilità e appunti per un’informatica post-autistica

Quel che penso di Magic Italy: prequel

Pubblicato da Walter Vannini su Venerdì, 12 Giugno 2009

Datemi il tempo di smettere di vomitare e di mangiarmi una tavoletta di cioccolata.
Poi sarò in grado di esprimermi in modo civile.

(E, naturalmente, lasciatemi fare la riunione che inizia fra poco. Ci sentiamo presto.)

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Viva l’Italia

Pubblicato da Walter Vannini su Martedì, 2 Giugno 2009

Oggi 2 giugno 2009 ero in Piazza del Popolo a Pesaro, proprio all’inizio della cerimonia per il 2 giugno.
Di solito piango a questo genere di cerimonie, perché il solo pensiero di cosa ha dovuto passare questo Paese e di come si è ridotto mi fa venire i goccioloni. Voglio dire che non si può conoscere anche poco della Grande Guerra , o la storia della Divisione Acqui e poi ritrovarsi oggi a sentirsi dire di essere guidati da un “buffone sciovinista” senza poter nemmeno controbattere.

Anche così, credevo ci fossero dei limiti di decenza che non sarebbero stati superati. Un minimo di senso della forma da parte di chi rappresenta le istituzioni. Mi sbagliavo.
Oggi ho assistito alla più desolante, patetica, vergognosa cerimonia del 2 giugno che mi sia capitato vedere.

Si può anche sopportare un governo di miserabili.
Si può anche sopportare di vivere in un Paese che ha perso ogni dignità.
Si può perfino sopportare il peggior inno della Terra, perché l’inno, come i genitori, uno non se lo sceglie.

Ma almeno il giorno della Festa della Repubblica, diobono, un minimo di senso della decenza. O anche niente, uno non è obbligato a fare una celebrazione se non gli va.

(semi-) Alti ufficiali (nel senso che tutt’al più qualche colonnello) che camminano avanti e indietro per la piazza d’armi come cazzo gli viene, tanto i reparti non sono ancora schierati, che sarà mai.
Un drappello interforze che arriva marciando con la bandiera come nemmeno i bambini dell’asilo (ragazzi, ve lo hanno mai spiegato cosa significa stare al passo?)
I vari reparti che arrivano da qui e da là, mentre quelli di prima spiegano la bandiera (quando qualcuno maneggia la bandiera si sta fermi, e che cazzo).
Non contento, il drappello interforze riesce perfino a far staccare la bandiera durante l’alzabandiera.
Infine, ma è una sintesi, i vari reparti che chiudono l’Inno di Mameli con un sonoro “Ué!!!”, che manco allo stadio.
No, non è finita. Dovevate vedere il picchetto d’onore interforze.
Se non ho sbagliato a contare erano Esercito, Carabinieri, Polizia, Guardia di Finanza, Guardia Costiera, Polizia Municipale; uno spettacolo: uno alto, uno basso, uno largo (assai), uno stretto, uno dritto, uno storto, e tutti che sembravano caduti dal cielo dentro la divisa e con l’arma in mano; al confronto l’Armata Brancaleone era uno spettacolo di marzialità. Giuro che nemmeno una filodrammatica scalcagnata avrebbe dato uno spettacolo così pietoso di sé e della divisa.

Vivi complimenti ai locali Comandanti di Esercito, Carabinieri, Polizia, Guardia Costiera, Guardia di Finanza, Polizia Municipale; piangere di amarezza ci può anche stare, ma lacrimare di vergogna mi mancava.

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Tutti finocchi col culo degli altri

Pubblicato da Walter Vannini su Venerdì, 15 Maggio 2009

Siamo di fronte a dei campioni del libero mercato, a dei giganti della libera concorrenza:
Class action contro Google

Sentite qui:

Audrey Spangenberg, amministratore delegato della FirePond, facendo una ricerca su Google col nome della sua azienda, lo ha sì trovato in cima alla lista dei risultati, ma preceduto a sinistra dalle inserzioni delle società rivali, che hanno pagato Google per far comparire i loro messaggi pubblicitari ogni qualvolta qualcuno fa una ricerca col nome Firepond, un marchio registrato.

In pratica, la gentile signora Spangenberg si risente perché Google si permette di far comparire il suo Onorato Marchio assieme a quello dei suoi concorrenti, sicuramente gente vile, infida e immeritevole di pubblica attenzione.
Forse, secondo la Spangenberg, le finanziarie concorrenti dovrebbero comparire in ricerche come “ablazione tartaro canino”.

E già che ci siamo, le Pagine Gialle dovrebbero uscire in due edizioni: in una si trova solo Spangenberg, nell’altra tutto il resto del mondo.

A questo punto, forse un produttore di auto, o una banca, potrebbe esigere dai comuni italiani che nessun concorrente possa aprire una concessionaria o un’agenzia nella via (e perché non nel quartiere? o nel Comune?) dove già se ne trova una loro.

Perché invece far passare la sua azienda per un branco di fessi la gentile signora Spangenberg non ha semplicemente reso ai suoi concorrenti pan per focaccia? Dubbio terribile: magari non sapeva che si potesse fare?

E si noti: la Spangenberg non è nemmeno la prima a ritenersi “danneggiata”, altri hanno raggiunto “accordi con Google” presumibilmente per evitare che una ricerca del proprio nome commerciale conduca al reperimento di propri concorrenti: ossia la prima o la seconda cosa che un cliente vuole.

Siamo di fronte a una cretinata da Guinness, o all’ennesimo esempio di qualcuno che fa il paladino del libero mercato a patto di avere il monopolio?

O magari a tutte e due le cose?

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Neanche gli Dei…

Pubblicato da Walter Vannini su Lunedì, 4 Maggio 2009

Serata col tal gruppo informale di networking.
Mi macino un po’ di chilometri perché voglio conoscere meglio quel territorio.
Tanta gente, molta importante, tutti in tiro.

Parla lo sponsor. Si ascolta, anche se magari importa poco: loro ci mettono quei due soldi, tu gli devi quel po’ d’attenzione, fa parte del gioco, magari ti interessa.

Lo sponsor è un grosso gruppo di didattica dell’Inglese. In Inglese faccio le pulci all’accento dei nativi, ma sentiamo che dice.

Dice che loro non insegnano Inglese e basta. Loro mirano alla “excèllens”. (pronunciata proprio così, excèllens).
E hanno pure le slide. Dove ti spiegano che loro ti danno anche il “counceling”.

Occhèi, Jo.

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Bar Sport Alberoni

Pubblicato da Walter Vannini su Lunedì, 2 Marzo 2009

Una moratoria per i giovani Spengano YouTube e chat: al confronto di quest’articoletto, al Grande Fratello sembrano tutti Socrate.

Una moratoria periodica di due mesi l’anno, una cura disintossicante.

Geniale, no? Ma la mia preferita è questa:

La nuova generazione non ha radici, non ha fondamenti etici, non ha cultura né classica, né politica

Quanta verità. Io stesso non ricordo chi abbia detto che è meglio tacere e rischiare di passare per stupidi che parlare e togliere ogni dubbio.

PS
Sarebbe facile dire che, a quasi 80 anni, Alberoni stia rimbambendo. Ma siccome ci sono centenari che invece quando parlano c’è solo da imparare, è chiaro che il problema non è l’anagrafe, è il soggetto.

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Concomitanze

Pubblicato da Walter Vannini su Domenica, 1 Marzo 2009

Nello stesso giorno mi sono imbattuto in due notizie. La prima  è quella secondo cui al Ministero dell’Istruzione (ministero!)

…ci auguriamo che anche il laboratorio di informatica possa trovare spazio tra le attività.

La seconda, quella con cui Microsoft (azienda privata!) si propone di

arrivare a formare due milioni di cittadini americani nell’arco di tre anni.

In questo confronto c’è tutto l’abisso in cui il nostro Paese sta affondando. C’è la crisi? In America un’azienda privata rompe il porcellino e semina futuri clienti. In Italia proprio il Ministero che dovrebbe pensare al futuro tira i remi in barca e aspetta che passi.

I soldi per le lavagne multimediali, dice invece il Ministro Brunetta, si troveranno. Giusto per curiosità: a cosa serve, esattamente, una lavagna multimediale?  Attendo lumi (non da chi le vende, grazie).

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Lettera aperta al Ministro Brunetta e alla Sottosegretario Brambilla

Pubblicato da Walter Vannini su Venerdì, 23 Gennaio 2009

Egr. Sig. Ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione
Renato Brunetta
Gent. Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri
Michela Vittoria Brambilla
Loro Sedi

Egregio ministro, gentile sottosegretario,
lo scorso autunno ho letto alcune vostre dichiarazioni che annunciavano nel giro di una settimana il rilancio in grande stile del progetto italia.it.

Appena un trimestre dopo, nuove e più inquietanti notizie mi convincono che a ottobre non si trattava di un problema gastrico, ma di una riedizione di una delle pagine più tristi e stupide degli investimenti pubblici nelle cosiddette nuove tecnologie. Volete veramente rilanciare Italia.it.

Ve lo dico subito: ma perché? Con un Paese che digitalmente scivola nel Terzo Mondo non vi viene in mente niente di altro, niente di meglio?

Vi scrivo:

  1. come persona interessata ai fatti
  2. come operatore ventennale proprio di quel settore delle nuove tecnologie (erano nuove anche allora, ma tengono bene la piega, e dire che le ho usate)
  3. come partecipante al RItalia Camp (quando l’Italia che le tecnologie le conosce e le vive ha cercato di avvertire il governo della mostruosità in cui sperperava pubbliche risorse)
  4. come cittadino che, indipendentemente dalla posizione politica, è stufo marcio di vergognarsi per il proprio Paese.

Leggo dunque che Italia.it sta per rinascere, sotto il nuovo nome di Italia.info. Da subito, quindi, un radicale cambio di prospettiva. Ma se qualcosa rinasce, può servire ricordare cosa è morto.

Italia.it non è stato solo un progetto fallimentare dal punto di vista tecnologico. E’ stato un disastro gestionale, un disastro comunicativo, un disastro culturale, un disastro economico.
Si potrebbero citare Caporetto e Waterloo se solo il senso ultimo di Italia.it, quello per cui merita di essere e verrà inevitabilmente ricordata fosse la tragedia e non piuttosto il ridicolo assoluto, da Re Nudo, una cretinata vergognosa, un’idiozia definitiva da cui ogni persona accorta dovrebbe tenersi lontana non foss’altro che per decenza.

Sarebbe anche facile, ma io non ce l’ho con IBM, o Tiscover; hanno avuto specifiche fumose e controlli inesistenti: perché avrebbero dovuto spendere di più quando lavorando al risparmio potevano adempiere al contratto? E’ il mercato, bellezza. Se tu mi dai una cassa d’oro e io ti do dieci perline buon pro ti facciano. Il problema, quindi, non sono stati i fornitori. Sono stati i committenti. Il nostro governo è stato incapace di esigere ciò per cui pagava.

Spero di spiegarmi bene, Italia.it è stata un disastro politico, e lo è stata per tutti: chi l’ha concepita, chi non ha saputo gestirla, chi ha cercato di difenderla e venderla agli italiani ed è poi stato costretto a rinunciare a suon di pernacchie. Italia.it è stata il simbolo della completa incapacità di una classe politica, quella di cui voi stessi fate parte, di essere all’altezza delle proprie responsabilità politiche.
Lo ripeto: il disastro non è dipeso dalla incompetenza tecnologica di questo o quel ministro, ma dalla loro complessiva incapacità politica di gestire un processo del genere. E’ proprio perché il disastro è stato politico che l’ingegner Stanca non potrà mai scaricare la vergognosa paternità del progetto; è proprio perché il disastro è stato politico che l’onorevole Rutelli non potrà più scollarsi di dosso la maccheronica (e però tristemente adeguata) scenetta con cui lanciava Italia.it alla BIT con le immortali parole “Pliiz vizit mai biùtiful càuntri”. Verrebbe da paragonarlo a Totò e al suo  “Nojo volevàn savuàr”. Solo che se fa il buffone Totò rido. Se si rende ridicolo un ministro della Repubblica, non mi viene proprio da ridere.

Oggi il governo siete voi. Non sentite il bisogno di differenziarvi, non foss’altro che per assicurarvi risultati meno vergognosi? E in quale modo intendete differenziarvi, se lo farete? Perché da fuori, credetemi, non si notano proprio cambi di rotta.

Personalmente non mi illudo né mi importa che un ministro abbia una grandiosa comprensione delle tecnologie in gioco. Certo, lo preferirei, ma non sono competenze che gli siano richieste. Ciò che si chiede alla politica è visione e capacità gestionale: saper immaginare un futuro, saper incaricare persone capaci di realizzarlo, saper predisporre una struttura di controllo che garantisca i risultati. In Italia.it non si è visto niente di tutto questo. Siete sicuri che il vostro prossimo progetto nasca diverso?

Italia.it è stata la dimostrazione della totale, inappellabile incapacità del nostro livello politico di concepire e di gestire un progetto tecnologico di questo secolo. E voi vi ci volete rimettere come se nulla fosse successo? Con che coraggio riuscite a parlare di rilancio di un progetto quando parlate di un progetto nato morto, tenuto in vita artificialmente a spese nostre e infine sepolto in una fossa comune di ridicolo?

Negli Stati Uniti, che da noi si citano sempre purché a sproposito i progetti tecnologici sono prima redatti, e poi addirittura validati, apertamente, con il contributo di chiunque, nell’industria e nella ricerca, abbia qualcosa di sensato da dire. Laggiù, ci si fa un punto d’onore di spiegare e giustificare i propri criteri di scelta.
Da noi, chi si è sincerato se qualcosa come Italia.it aveva senso? Se rispondeva a qualche esigenza? Da noi, dove erano le specifiche accessibili al pubblico scrutinio? Dove l’adozione di forme adeguate di governo del progetto? Dove i criteri condivisi di validazione per assicurare che il prodotto corrisponda alle aspettative? Vi ricordate, vero, che al suo avvio Italia.it, figlio del ministro Stanca, non rispettava nemmeno i requisiti dello stesso ministro sull’accessibilità? Vi ricordate le pietose conclusioni della Relazione della Commissione di Indagine sul portale Italia.it per la quale oltre alla fumosità delle specifiche era mancato totalmente il controllo del progetto? Cosa che vi fa credere di stare cambiando radicalmente registro?

Leggo nel vostro Protocollo di intesa che istituirete un “Comitato di monitoraggio”.
Bene, è fra quello che chiedevo per Italia.it un anno fa. Leggo che sarà composto da sei membri pariteticamente scelti da voi. Benissimo, ma scelti secondo quali criteri? Con quali competenze? Con quali compiti specifici? Diciamola tutta: con quali responsabilità?
Leggo che partecipare al comitato di monitoraggio non genera oneri. In italiano corrente, significa che il comitato di monitoraggio lavora gratis. E perché? Vogliamo fare una cosa in stile sovietico, alla “mi pagano poco ma lavoro di meno”?
Leggo che il comitato di monitoraggio produrrà un rapporto trimestrale. E cosa monitorizza: la deriva dei continenti? Quanto dura il progetto per giustificare un monitoraggio trimestrale, trent’anni?

Ricapitolando: un gruppo di sei prescelti si incontra gratis periodicamente per “monitorare” un progetto e una volta a trimestre redige un rapportino.
Perdonate, ma io questo non lo chiamo “comitato di monitoraggio”, la chiamo sinecura: al comitato non si paga nulla perché, in fondo, non si chiede niente. Giusto una monitoratina ogni tre mesi, qualche indicazione di massima, poi eventualmente qualcun altro dovrà porsi il problema di fare qualcosa al riguardo.
Scusate, ma stiamo parlando di un comitato di controllo o del Gran Consiglio dei Dieci Assenti fantozziano?

Ecco, mi sfugge proprio una cosa: chi risponderà di cosa in questo vostro progetto?

Distinti saluti,
Walter Vannini

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iSòrata: la grande sfida all’iPhone

Pubblicato da Walter Vannini su Domenica, 10 Agosto 2008

Forse deluderò qualcuno, ma non mi troverete accampato in fila per acquistare il nuovo iPhone 3G. E non perché il mio amico Amministratore Delegato me ne ha fatto avere uno in anteprima. Il fatto è che dell’iPhone non mi importa un fico secco.

Dico: esattamente, di cosa dovrebbe importarmi?

Non mi importa che Apple si sia infine accorta che l’Italia è uno dei principali mercati di telefonia mobile e ci consideri degni del suo prodotto.

Non mi importa che il suddetto prodotto prometta nuove e meravigiose avventure digitali, e non solo ancora più suonerie e sfondi, ma vere e proprie applicazioni con cui gestire il mio tempo, i contatti, gli impegni, … Con tutto questo po’ po’ di organizzazione dovremmo tutti essere efficienti come amministratori delegati finlandesi, invece di twitterare al mondo ogni nostro sbadiglio.

Non mi importa che ancora una volta passi l’idea che Internet via cellulare sia un lusso che il provider di telefonia mi concede un tanto al chilo, un tot per il web, un tot per la posta se proprio non voglio usare la webmail… e usare magari Skype? Ah, per quello serve l’abbonamento extrasupergold. E aprire una shell? Eeeeh no, quello non si può proprio fare, forse non è abbastanza duepuntozzero.

Non mi importa di queste rivoluzioni trimestrali. Lo so che la tecnologia avanza, ma non ogni avanzamento è degno di essere accettato, al di fuori di chi fa ricerca. Come e più che in altri settori, in informatica la maggior parte delle cose si fa perché si può fare, più che per una qualche utilità intrinseca, quindi proprio in questo settore sarebbe fondamentale distinguere il grano dalla pula, o distinguere il valore dal marketing. Quello che pochi sembrano capire è che per un venditore il miglior prodotto è sempre il proprio, mentre chi compra spesso potrebbe arrivare a conclusioni opposte.

I media sono pagati per attirare la nostra attenzione. E non hanno alcun vincolo a presentare tutte e due le facce di una medaglia, specie se quella medaglia li paga in pubblicità. Ergo, più i media parlano di qualcosa più dovremmo esserne consapevoli che stanno scodinzolando dietro a qualche direttore marketing. Invece, soprattutto nel meraviglioso mondo delle tecnologie, si riesce a conciliare una profonda ignoranza di base con una assoluta e acritica disponibilità a credere all’imbonitore che urla più forte. Possiamo pure lamentarci che il Paese affonda, ma ci chiediamo il modo in cui ne dissipiamo le risorse, in privato, in azienda, nel settore pubblico?

Quando un’azienda ha speso i suoi ennemila euro l’anno per mettere in mano l’iPod a un amministratore delegato che si fa stampare le e-mail, quegli euro in che voce li fa ricadere?

Non mi importa di questo always on da poveri di spirito, dove uno non solo si ritiene in dovere di informare il mondo a intervalli di cinque minuti di cosa sta facendo, ma si sente anche un figo perché “condivide con la community” cose che al confronto una puntata del Grande Fratello sembra un seminario di Umberto Eco.

Non mi importa di questo Nulla tecnologizzato. Questa non è evoluzione tecnologica, sono solo ideuzze di marketing, e pure di breve respiro. Non appena lo shopping selvaggio di Google si acquieterà e il mercato della pubblicità online si farà due conti in tasca e vedremo sparire nel nulla tanti di questi “servizi duepuntozzero” il cui modello di business è far parlare di sé, raccogliere una “comunità” e sperare che qualcuno se li compri.

Dice, ma bravo lui che ha capito tutto. Non è che ho capito tutto, ho capito solo che l’idea di pubblicità è nata in un tempo e in un mondo caratterizzati dalla scarsità informativa, e quel tempo e quel mondo sono finiti. E con loro è finita la possibilità di farsi notare semplicemente gridando più forte.

Presto, tutta la pubblicità dovrà essere valutata solo sui risultati di vendita. A quel punto, sperare in Google Ads per pagare anche solo l’affitto del blog sarà ridicolo. E poco dopo saremo di fronte al vero, grande dilemma del nostro modello di sviluppo: non abbiamo bisogno di comprare tutto quello che viene prodotto.

Vivremo, come dicono in Cina, in tempi interessanti.

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Ma che due palle Norman! ( …o no?)

Pubblicato da Walter Vannini su Giovedì, 26 Giugno 2008

Ricevo da un lettore:

Dopo aver letto La caffettiera del masochista ed Emotional design mi sono subito apprestato ad acquistare Il design del futuro e devo dirle sinceramente che i primi due (soprattutto La caffettiera…) mi aveva entusiasmato.
Purtroppo non posso dire la stessa cosa dell’ultima pubblicazione, in quanto ho trovato interessanti pochissime cose (tipo 10 righe a capitolo) e credo che fosse possibile sintetizzare tutto il volume in 10 pagine.
Insomma lo trovo molto ripetitivo ed autocelebrativo. Forse è proprio di questi ‘guru’ della scienza e dell’ambiente in cui operano!? Lei cosa ne pensa? mi sbaglio?
Saluti
Pietro Galasso

Caro Galasso, grazie del pretesto. Anche la legge di gravità è sempre la stessa storia, eppure generazione dopo generazione di ragazzini sui pattini la devono riscoprire a suon di ginocchia. (Le ginocchia perdono sempre, i cortili in cemento vincono sempre).

Ora, se la domanda è: Ma Norman non ripete in fin dei conti sempre le stesse cose?
Io rispondo: sostanzialmente sì, sono concetti generali che trovano applicazione negli àmbiti più diversi

Se invece la domanda è: Ma Norman non dice in fondo delle ovvietà?
Io rispondo: se c’è ancora bisogno che le dica, evidentemente non sono così ovvie per tutti. Specialmente per coloro per i quali dovrebbero essere il pane quotidiano.

Per come la vedo io, il problema non è tanto se Norman si ripete o meno, quanto che vent’anni dopo La caffettiera del masochista quelle “ovvietà” non siano ancora ovvie nella mente di chi si fa affrettatamente chiamare designer.

Ora, secondo me anche questa è una domanda interessante:
come dovremmo chiamare qualcuno che dopo vent’anni ha bisogno di sentirsi ancora ripetere l’ovvio?
Grazie della domanda, e a risentirci.

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Scienza del Design: un primo passo

Pubblicato da Walter Vannini su Mercoledì, 14 Maggio 2008

Questo (a parte il fatto che oggi il loro sito non risponde) è il primo esempio, in cui mi sono imbattuto, di creare finalmente quelle figure poliedriche di cui parla anche Donald Norman. Complimenti a Univpm.

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