Business Unusual Blog

Usabilità e appunti per un’informatica post-autistica

Ma che due palle Norman! ( …o no?)

Pubblicato da Walter Vannini su Giovedì, 26 Giugno 2008

Ricevo da un lettore:

Dopo aver letto La caffettiera del masochista ed Emotional design mi sono subito apprestato ad acquistare Il design del futuro e devo dirle sinceramente che i primi due (soprattutto La caffettiera…) mi aveva entusiasmato.
Purtroppo non posso dire la stessa cosa dell’ultima pubblicazione, in quanto ho trovato interessanti pochissime cose (tipo 10 righe a capitolo) e credo che fosse possibile sintetizzare tutto il volume in 10 pagine.
Insomma lo trovo molto ripetitivo ed autocelebrativo. Forse è proprio di questi ‘guru’ della scienza e dell’ambiente in cui operano!? Lei cosa ne pensa? mi sbaglio?
Saluti
Pietro Galasso

Caro Galasso, grazie del pretesto. Anche la legge di gravità è sempre la stessa storia, eppure generazione dopo generazione di ragazzini sui pattini la devono riscoprire a suon di ginocchia. (Le ginocchia perdono sempre, i cortili in cemento vincono sempre).

Ora, se la domanda è: Ma Norman non ripete in fin dei conti sempre le stesse cose?
Io rispondo: sostanzialmente sì, sono concetti generali che trovano applicazione negli àmbiti più diversi

Se invece la domanda è: Ma Norman non dice in fondo delle ovvietà?
Io rispondo: se c’è ancora bisogno che le dica, evidentemente non sono così ovvie per tutti. Specialmente per coloro per i quali dovrebbero essere il pane quotidiano.

Per come la vedo io, il problema non è tanto se Norman si ripete o meno, quanto che vent’anni dopo La caffettiera del masochista quelle “ovvietà” non siano ancora ovvie nella mente di chi si fa affrettatamente chiamare designer.

Ora, secondo me anche questa è una domanda interessante:
come dovremmo chiamare qualcuno che dopo vent’anni ha bisogno di sentirsi ancora ripetere l’ovvio?
Grazie della domanda, e a risentirci.

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Scienza del Design: un primo passo

Pubblicato da Walter Vannini su Mercoledì, 14 Maggio 2008

Questo (a parte il fatto che oggi il loro sito non risponde) è il primo esempio, in cui mi sono imbattuto, di creare finalmente quelle figure poliedriche di cui parla anche Donald Norman. Complimenti a Univpm.

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Il design del futuro - Introduzione: Il design si progetta, non si disegna (v. 2.0)

Pubblicato da Walter Vannini su Giovedì, 13 Marzo 2008

Ecco la seconda introduzione a “Il design del futuro” di Donald Norman, che ho avuto il piacere di adattare in Italiano. Un libro da comprare.

Il design si progetta, non si disegna

Quello che tenete in mano è forse il più bel libro sul design che potrete mai leggere, proprio perché è scritto dal più famoso ridicolizzatore del cattivo design. Proprio quel Donald Norman che, mettendo a nudo il design-come-decorazione ha ricordato ai veri designer la grandezza della loro missione: non glorificare il carino-inutile, ma la reinvenzione del mondo.

E un libro del genere è ancora più importante in questo Paese dove, come dice Edward De Bono, il “Made in Italy” è più bello che creativo. Ossia più superficiale, emotivo, viscerale che realmente portatore di innovazione, efficienza, funzionalità e benessere.

Da noi, ancora troppi giocano a dirsi designer fingendo che estetica e funzionalità possano essere considerate separatamente, e che al designer naturalmente competa solo la prima, mentre le altre questioni siano bassa pratica, “roba da Ingegneri”. Troppi dei quali, per contro, tollerano il lato estetico di un progetto solo come qualcosa di buono per imbonire il cliente e il direttore, ché tanto non hanno voglia di addentrarsi in questioni tecniche.

Ma nel mondo sempre più complesso in cui ci ritroviamo a vivere, questa diatriba fra estetica e funzione è priva di senso, se mai ne ha avuto: è solo lo specchio di un’altra diatriba, quella fra cultura umanistica e cultura scientifica, altrettanto priva di senso ma purtroppo tipica del nostro Paese ancora prigioniero della gerontocrazia di una cultura retrograda, accademica e provinciale fino all’autolesionismo, che parla a vanvera di “due culture”, quando in realtà promuove una sola ignoranza.

La distinzione non è fra estro e razionalità, ma fra buon design e cattivo design, come è sempre stato. I nostri antenati hanno prodotto bellezza immortale perché avevano in mente l’essere umano completo: come direbbe Norman pensavano sia al nostro livello viscerale (oggi diciamo estetico pensando che sia più fine), sia a quello comportamentale sia a quello riflessivo. Le loro opere erano immediatamente belle (il livello cognitivo viscerale), si fruivano con agio (il livello comportamentale) e stimolavano il nostro livello riflessivo. Ma loro, appunto, facevano calcoli con la stessa naturalezza con cui miscelavano i colori, e Norman ci dimostra che anche i designer di domani saranno così.

Il breve periodo storico dell’industrializzazione ci ha permesso di vedere il mondo attraverso le lenti riposanti della specializzazione, ma è giunto il momento di togliercele e realizzare che nemmeno i migliori tecnici sono in grado di risolvere da soli i problemi del mondo globalizzato. Il nostro mondo ci richiede professionalità trasversali, poliedriche: un ritorno, se vogliamo, a una visione più olistica, alla capacità di affrontare i problemi in ogni loro aspetto.

Anche gli architetti, che pure è linguaggio comune associare ai designer come produttori di inutilità sublimi, stanno riscoprendo l’orgoglio di una professione nata per fornire soluzioni complessive, non parziali; profonde, non superficiali. Si ascolta Cameron lanciare il suo famoso slogan “Progetta come se te ne fregasse davvero qualcosa!” e sembra di sentire un altro Norman.

Al difuori di un ambito esclusivamente tecnico, la troppa specializzazione è sempre meno una virtù e sempre più un limite. Vivere nel mondo globalizzato significa affrontare problemi complessi: problemi che non si risolvono affrontandone solo il lato tecnico, per quanta sia la maestria impiegata. “La tua miglior trovata non basta!” è uno dei più famosi slogan di Nielsen, non a caso socio di Norman e non a caso esperto di usabilità, un’altra disciplina nata per affrontare a tutto tondo i problemi, coniugando esigenze estetiche, comunicative, informative, emotive, operative e di mercato.

Fra le discipline considerate (a torto) come unicamente dipendenti dal talento e dalla passione, l’informatica è stata la prima a superare la fase adolescenziale. Se prima valeva l’equazione “informatico=smanettone”, oggi uno smanettone è uno smanettone, mentre da un Informatico ci si aspettano competenze non solo tecniche, ma aziendali, gestionali, organizzative, comunicative e di project management. Gli odierni corsi di Laurea in Informatica e Ingegneria Informatica non si accontentano di produrre ottimi tecnici, ma mirano a forgiare professionisti versatili, adattabili, persone che contribuiscano al ricambio della classe dirigente in Azienda e, un domani, nel Paese. Il moltiplicarsi di corsi interdisciplinari, fra politecnici, università scientifiche e università aziendali ci dimostra che la tendenza non è temporanea.

Norman è convinto che anche il design seguirà questa strada. Una Scienza del Design e un’Ingegneria del Design sono il solo antidoto contro il cattivo design.

Per noi Italiani questo significherà abbandonare il mito del Made in Italy inteso come puro estro, del designer come “artista”. Sì, il design può ancora essere arte, ma sono nel senso in cui può esserlo anche un ponte. Altrimenti non è design, ma decorazione; non siamo di fronte al bello, ma al carino, e purtroppo nella pseudocultura del carino questo Paese rischia di affondare felice.

Nel resto del mondo si pensa in termini sempre più multidisciplinari, mentre noi siamo ancora fermi a un concetto di creatività da sorpresa dell’ovetto Kinder. La piaga non colpisce solo i designer, ma intere aziende, interi settori di mercato, perché anche molti imprenditori sono prigionieri di quella stessa (mancanza di) cultura che non li fa vedere al di là dell’immediato, del superficiale, del carino.

E così molti dei nostri tanto decantati distretti affondano nella palude del meraviglioso inutile: utensili da cucina immancabili in ogni lista di nozze che si rispetti (come soprammobili, poi vai alla Coop e ti prendi un cavatappi, uno spremiagrumi, uno schiaccianoci che funzioni); cappe aspiranti degne di Star Trek che puoi imbrattare completamente con un solo soffritto; cucine monumentali dove un dito di vino versato può correre senza ostacoli per tre metri di piano di lavoro e poi finire pure in terra; banchi da gelateria rotanti che per farti fare un cono devi aspettare che il tuo gusto “esca”, tipo ruota della fortuna.

Certo, tutte cose all’apparenza carine; tutto, all’apparenza, perfetto; poi lo usi e cerchi un sostituto. Ecco cosa sono ridotti a fare i discendenti di Leonardo e Michelangelo: oggetti carini e sciccosi con cui riempire le riviste patinate e le case dei nuovi ricchi. Nel frattempo, nel resto del mondo si progettano cose meno appariscenti ma più funzionali, curando di più i materiali e i costi e vincendo sul mercato.

A questo punto, delle due l’una: o il design è il refugium peccatorum di quanti non riescono a farsi passare per veri artisti, e quindi ha a che fare con le piccole e grandi cose di pessimo gusto raccattapolvere destinate al circuito dei regali di riciclo; oppure il design torna ad avere a che fare con questo mondo, il mondo delle cose da fare, della vita da vivere, dei problemi complessi, degli oggetti che usi per farci qualcos’altro, e che quindi devono anche funzionare.

Nel nostro panorama culturale sembra folle insistere a parlare di design nei termini che una disciplina così pervasiva richiede. Eppure si deve insistere, proprio perché niente è al sicuro dal cattivo design.

I designer per primi non possono più accettare la gabbia dorata del “carino”; devono riprendersi l’anima e affermare per primi che il design moderno è una scienza con un’estetica, un’arte all’interno di un’industria. Non si può prescindere dal dialogo con ingegneri e tecnici di processo e di materiali, amministrativi, marketing, esperti di usabilità ed ergonomia, responsabili dei test e dei focus group e con chiunque sia parte in causa. E per chi proviene dall’Ingegneria, dirsi designer significa riconoscere che si può (e si deve) affrontare in modo formale anche ciò che non è quantitativo.

Nel design, i tempi beati della Scuola d’Arte e del confronto con l’opera dei Maestri sono finiti: dobbiamo cominciare a pensare seriamente alla Scienza del Design, all’Ingegneria del Design come ci indica Norman, e a professionisti capaci di coniugare approccio razionale e senso estetico. Il verbo del design è “progettare”.

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Il design del futuro - Introduzione: Il design si progetta, non si disegna (v. 1.0)

Pubblicato da Walter Vannini su Venerdì, 7 Marzo 2008

Ecco la prima introduzione a “Il design del futuro” di Donald Norman, che ho avuto il piacere di adattare in Italiano. Un libro da comprare.

Il design si progetta, non si disegna

Questo non è un libro sul design edito nel Paese che se ne autoproclama la patria. E’ un libro sul senso reale, profondo del design, edito in un Paese provinciale che ancora lo crede una forma d’arte.

Da noi, si diventa designer pensando che estetica e funzionalità possano essere considerate separatamente, e che al designer naturalmente competa solo la prima, mentre le questioni legate alla bassa pratica siano “roba da Ingegneri”. I quali, per contro, tollerano il lato estetico di un progetto come qualcosa di buono per imbonire il cliente e il direttore, ché tanto non hanno voglia di addentrarsi in questioni tecniche.

La diatriba fra estetica e funzione è priva di senso: è solo lo specchio di un’altra diatriba, quella fra cultura umanistica e cultura scientifica, altrettanto priva di senso ma tipica del nostro Paese e della sua cultura retrograda, accademica e provinciale fino all’autolesionismo. Parliamo a vanvera di “due culture”, quando in realtà c’è una sola ignoranza.

I nostri antenati hanno prodotto bellezza immortale perché avevano in mente l’essere umano completo: come direbbe Norman pensavano sia al nostro livello viscerale (oggi diciamo estetico pensando che sia più fine), sia a quello comportamentale sia a quello riflessivo. Le loro opere erano immediatamente belle (il livello cognitivo viscerale), si fruivano con agio (il livello comportamentale) e stimolavano il nostro livello riflessivo. Ma loro, appunto, facevano calcoli con la stessa naturalezza con cui miscelavano i colori.

I tanti che, blaterando sull’arte del design, magnificano le nostre radici (non accorgendosi che insistere sul glorioso passato corrisponde a riconoscere la marginalità del presente) sembrano ignorare che Leonardo avrebbe riso di gusto di una distinzione così ridicola. E così Michelangelo, e così Francesco di Giorgio Martini: gente che pensava a tutto tondo e progettava per i secoli, mentre questi che si dicono loro discendenti si fanno vanto di cavatappi-pupazzo che si rompono al secondo utilizzo, spremiagrumi che non sfigurerebbero nello studio di un proctologo e progetti urbani i cui designer si guardano bene dall’abitare.

Oggi, appunto, i nostri designer si sentono solo “artisti” e non si riconoscono giurisdizione al di là dell’impressione emotiva immediata. Non chiedetegli di parlare con un ingegnere di caratteristiche dei materiali, per carità. Non chiedetegli che la sua opera abbia una funzionalità effettiva e non solo apparente.

Per questo non conosciamo più il bello, noi ci accontentiamo del carino; e nella pseudocultura del carino affondiamo felici. Nel resto del mondo si pensa in termini sempre più multidisciplinari, mentre noi siamo ancora fermi a un concetto di creatività da sorpresa dell’ovetto Kinder. La piaga non colpisce solo i designer, ma intere aziende, interi settori di mercato, perché anche molti imprenditori sono prigionieri di quella stessa (mancanza di) cultura che non li fa vedere al di là dell’immediato, del superficiale, del carino.

E così molti dei nostri tanto decantati distretti affondano nella palude del meraviglioso inutile: utensili da cucina immancabili in ogni lista di nozze che si rispetti (come soprammobili, poi vai alla Coop e ti prendi un cavatappi, uno spremiagrumi, uno schiaccianoci che funzioni); cappe aspiranti degne di Star Trek che puoi imbrattare completamente con un solo soffritto; cucine monumentali dove un dito di vino versato può correre senza ostacoli per tre metri di piano di lavoro e poi finire pure in terra; banchi da gelateria rotanti che per farti fare un cono devi aspettare che il tuo gusto “esca”, tipo ruota della fortuna.

Dice, e le nuove tecnologie? Peggio che andare di notte. Mentre il mondo parla di collaborazione, di costruzione sociale dei contenuti, i nostri siti Web sono un florilegio di orpelli e superficialità; siamo il Paese al mondo con la maggior quantità di cellulari, e il nostro ruolo in tutto questo sono due o tre modelli di cellulari (stranieri) “firmati” da questo o da quel sarto.

Certo, tutte cose all’apparenza carine, spesso perfino belle. Tutto, all’apparenza, perfetto; poi lo usi e cerchi un sostituto. Ecco cosa sanno fare i discendenti di Leonardo e Michelangelo: oggetti carini e sciccosi con cui riempire le riviste patinate e le case dei nuovi ricchi. Nel frattempo, nel resto del mondo si progettano cose meno appariscenti ma più funzionali, curando di più i materiali e i costi e vincendo sul mercato.

Sì, il nostro Paese resta meta di pellegrinaggi di giovani designer da tutto il mondo; ma per ammirare le vestigia di un passato cui non riusciamo più ad avvicinarci, non per imparare qualcosa dal nostro misero, dimenticabile presente. L’Italia è patria del design solo nella testa dei nostri designer artistoidi, e della cultura artigiana che li ha prodotti, e che non riesce ad accorgersi che il mondo funziona in termini industriali, non artigiani.

Diciamoci le cose come stanno: avere (o attribuirsi) un senso estetico non giustifica produrre oggetti di qualsiasi tipo purché a forma di pupazzetto né inventarsi nuovi, geniali modi per nascondere una maniglia o un interruttore. D’altro canto, avere un senso della funzionalità non giustifica produrre oggetti di qualsiasi tipo purché con angoli retti. L’uno e l’altro approccio sono egualmente responsabili del degrado estetico-funzionale che ci circonda, del tempo sprecato in stupidaggini, del lavoro perso, delle cose e delle vite messe inutilmente a rischio e della crescente marginalizzazione della nostra economia.

La complessità del nostro mondo è tale che possiamo percepirlo e agire al suo interno solo attraverso la mediazione di qualcosa; telefonini e utensili da cucina, siti web e automobili, computer ed elettrodomestici, edifici e uffici. Le cose attorno a noi sono il mezzo con cui interagire con la realtà. Una cosa che non assolve, o assolve male, al proprio compito ci priva di una parte di realtà. Il design riguarda tutto questo, in ogni suo aspetto: estetico, funzionale, economico.

A questo punto, delle due l’una: o il design è il refugium peccatorum di quanti non riescono a farsi passare per veri artisti, e quindi ha a che fare con le piccole e grandi cose di pessimo gusto raccattapolvere destinate al circuito dei regali di riciclo; oppure il design ha a che fare con questo mondo, il mondo delle cose da fare e della vita da vivere, degli oggetti che usi per farci qualcos’altro, e che quindi devono anche funzionare.

Nel nostro panorama sembra folle insistere a parlare di design nei termini che una disciplina così pervasiva richiede. Eppure si deve insistere, proprio perché niente è al sicuro dal cattivo design.

I designer per primi non devono accettare la gabbia dorata del “carino”; devono accettare che il design moderno è una scienza con un’estetica, all’interno di un’industria. Questo significa imparare a dialogare con ingegneri e tecnici di processo e di materiali, amministrativi, marketing, esperti di usabilità ed ergonomia, responsabili dei test e dei focus group e con chiunque sia parte in causa. Per chi viene dall’Ingegneria, fare la propria parte significa riconoscere che si può (e si deve) affrontare in modo formale anche ciò che non è quantitativo.

Nel design, i tempi beati della Scuola d’Arte sono finiti: dobbiamo cominciare a pensare seriamente alla Scienza del Design che Norman indica, e a professionisti capaci di coniugare approccio razionale e senso estetico. Il verbo del design è “progettare”.

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Welcome, Mr. Norman!

Pubblicato da Walter Vannini su Venerdì, 7 Marzo 2008

Se oggi andate in libreria trovate ancora caldo “Il design del futuro” di Donald Norman, che ho avuto il piacere di adattare in Italiano. E’ un libro molto divertente, scritto con una limpidezza e un rigore che in Italia non si vedono quasi mai, tantomeno quando si parla di design e comunicazione.

Per festeggiare l’evento, pubblico oggi e domani due introduzioni, una sola delle quali è quella ufficiale. Scegliete quella che preferite, e lasciate i vostri commenti. Chi compra anche il libro, oltre a fare un’ottima cosa, scopre anche quale introduzione è quella “giusta”.

Grazie all’editore Apogeo, sarò a Torino il 15 per presentare il libro con un fior di compagnia: assieme a Donald Norman, Bruce Sterling e Luca De Biase.

Buona lettura!

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Un clic su un’Italia spenta

Pubblicato da Walter Vannini su Giovedì, 14 Febbraio 2008

Di solito non mi limito a dire che qualcosa va letto, ma ci sono sempre delle eccezioni.

Un clic su un’Italia spenta è il motto adatto per la lapide di un Paese impazzito. Chi ha qualcosa da dire, venga avanti e taccia.

Informatizzazione della burocrazia uno spreco da quasi sei miliardi - Piccola Italia - Repubblica.it

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Italia.it: come evitare il bis

Pubblicato da Walter Vannini su Lunedì, 28 Gennaio 2008

A fronte di un disastro così totale come il (momentaneamente?) defunto Italia.it, viene la tentazione di chiedere a gran voce la rimozione dal ciclo decisionale tutte le persone coinvolte, fino al vertice.

Potrebbe anche essere una soddisfazione, ma di breve portata. Perché Italia.it è un problema sistemico, non solo di mancanza di competenze. In Italia.it tutti i passi del processo sono stati fallimentari (leggete pure la Relazione della Commissione di Indagine sul portale Italia.it):

  • chi (Innovazione Italia) doveva definire il progetto ha prodotto un bando e un capitolato lacunosi e generici (in particolare riguardo ai contenuti)
  • chi (il consorzio IBM/ITS/Tiscover) ha fatto il pesce in barile anziché esigere obiettivi precisi da raggiungere
  • chi (il Dipartimento per l’Innovazione Tecnologica) doveva controllare e dirigere non lo ha fatto.

Tutto, in Italia.it, meritava il macero. Tutto:

  • la tecnologia, non rispondente agli standard di settore
  • l’interfaccia scadente
  • l’accessibilità ignorata
  • il modello di interazione limitante, non aperto all’aggiunta di contenuti
  • l’immagine, di un Paese fermo agli anni ‘50
  • la comunicazione
  • i contenuti e tutto il processo editoriale
  • il marketing turistico
  • l’utilizzo e l’integrazione con le risorse locali

Il problema di Italia.it non è tecnologico, ma sistemico, e indica chiaramente che non solo non esiste una cultura di progetto, ma che nemmeno esistono le procedure con le quali implementarla. Siamo in presenza di un sistema privo di criteri di controllo condivisi, il cui risultato sono arbitrarietà e assenza di responsabilità.

Per quanto mi piacerebbe vedere molte teste rotolare, questa  non è la cosa più importante. La cosa più importante è  imporre al Dipartimento per l’Innovazione Tecnologica, e a cascata, a tutti i suoi fornitori i concetti di obiettivi, standard di riferimento e collaudo.
Non è pensabile che un progetto informatico possa essere non dico realizzato ma proposto senza mettere chiaramente per iscritto:

  1. a cosa deve servire
  2. con che criteri tecnici deve essere realizzato
  3. quali sono le cose che deve fare
  4. in che modo deve farle
  5. quali sono i criteri e i modi con cui posso accertarmi che le faccia
  6. in quale modo procederò al collaudo, per controllare che tutti i punti precedenti siano stati rispettati
  7. a quali condizioni il collaudo potrà considerarsi superato

Inoltre, trattandosi di danaro pubblico, aggiungo anche che:

  1. i criteri di realizzazione
  2. i criteri e i metodi di collaudo
  3. il bando e il capitolato d’appalto
  4. la documentazione tecnica relativa al progetto
  5. i risultati del collaudo

devono essere disponibili per il pubblico scrutinio. Prima dell’avvio del bando, per garantire che le scelte di progetti siano condivisibili; e dopo la chiusura del progetto, perché non possano sussistere dubbi sulla accettabilità del lavoro svolto.

La struttura di comando di Italia.it, così come mi è stata spiegata a suo tempo, era questa:

  1. il Vicepresidente del Consiglio (On. Francesco Rutelli)
  2. il Comitato Nazionale del Turismo (7 Regioni, 2 Province, gli Enti Autonomi e l’ENIT)
  3. il Sottocomitato tecnico per italia.it, (1 rappresentante per Regione)
  4. il consorzio fornitore (IBM, ITS, Tiscover)

Notate niente? Manca una terza parte che controlli che il fornitore abbia effettivamente fatto ciò che committente richiedeva. Manca una Commissione di collaudo, terza rispetto alla catena di comando, che garantisca il lavoro. Terza significa che non risponde al committente né al fornitore, e quindi non è parte in causa.

Il concetto di terzietà è fondamentale, e si esprime principalmente attraverso gli standard di riferimento. Esistono per qualsiasi cosa, dall’acciaio alle stoffe, ed esistono anche per l’informatica (il W3C è lì per quello). Per tutto quanto non può venire riferito a uno standard, vengono definiti, prima dell’avvio del progetto, criteri e modalità di collaudo. In questo modo, committente e fornitore sanno cosa dovrà fare il prodotto, e come si deciderà se lo fa davvero oppure no.

Il mondo dell’informatica non è il pianeta Marte, i test esistono e vengono pretesi tranne, a quanto pare, nel caso di Italia.it. E’ possibile definire dei test anche per un portale del genere, per tutto quello che non è riconducibile a degli standard di riferimento, sotto forma di casi d’uso sufficientemente vari e rappresentativi.

Il vincolo del pubblico scrutinio è fondamentale per evitare che qualche accidentale deficit di competenza possa tradursi in sperpero di denaro pubblico. Pubblico scrutinio non significa un forum aperto a ciclo continuo: significa che, per un periodo di tempo adeguato, chiunque può esaminare le carte ed esprimere la propria motivata opinione professionale. Allo scadere del periodo, la Commissione di Collaudo considera quanto è stato sottoposto e valuta, motivando, se il feedback ricevuto imponga delle revisioni. Tutto agli atti, ovviamente, e pubblicamente consultabile.

Tutto questo viene già realizzato quando si tratta di un ponte o di un edificio. Se sapremo applicare alle nuove tecnologie un poco della serietà professionale delle vecchie magari non raggiungeremo la perfezione, ma  forse riusciremo a evitare un pericoloso bis di Italia.it. E direi che ne vale la pena. Se invece di 45 milioni ne hanno spesi “solo” 7, vuol dire che ce ne sono altri 38 a rischio.

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Italia.it chiude. Avanti il prossimo?

Pubblicato da Walter Vannini su Lunedì, 21 Gennaio 2008

Così il mondo finisce
così il mondo finisce
così il mondo finisce
non con fragore ma con un gemito.

(T.S. Eliot)

E così, Italia.it ha chiuso. Requiescat. Ha chiuso tomo tomo cacchio cacchio, senza strombazzi, proprio come era stato avviato, finanziato e realizzato. Se non ci fosse stata la gag “biùtiful cauntri” di Rutelli forse manco ce ne accorgevamo.

Dice, sono contento? No, non sono contento. Non sono contento perché tutto (avvio, realizzazione e chiusura) è stato gestito come un fatto privato del Governo, su cui il Governo ha rifiutato la trasparenza cui invece è tenuto.

Italia.it se lo sono approvato, se lo sono finanziato, se lo sono fatto. Poi, di fronte al ridicolo che gli si è (giustamente) riversato addosso, si sono nominati la loro commissione di indagine, si sono letti il (desolante) rapporto e infine, non potendo nascondere l’elefante dietro i fili d’erba, si sono chiusi il progetto.

Io non sono contento perché tutte le condizioni che hanno portato a fare di Italia.it un disastro continuano a sussistere. Cito dal Relazione della Commissione di Indagine sul portale Italia.it (p. 46)

  • Innovazione Italia ha operato quale stazione appaltante, ed in quanto tale, ha predisposto il bando di gara e, soprattutto, il capitolato, non tenendo conto delle osservazioni formulate dal CNIPA, la cui correttezza è stata dimostrata dagli avvenimenti successivi: ha, inoltre, trascurato la necessità di intervenire con decisione una volta appurata l’impossibilità di rispettare il primo passaggio temporale nella realizzazione della fornitura;
  • il Dipartimento per l’Innovazione Tecnologica ha avuto il ruolo di sovrintendere ed indirizzare ‘attività della stazione appaltante; in tale veste, non può non essergli imputata la conduzione della fase critica, venutasi a creare nell’autunno del 2005;
  • il fornitore, dal suo canto, non può pretendere di giustificare il mancato rispetto delle obbligazioni assunte consapevolmente lamentando, a posteriori, la loro genericità ovvero, addirittura, l’impossibilità dell’adempimento

Tradotto in termini diretti, la Commissione dice che:

  • Innovazione Italia ha appaltato una cioféca
  • il Dipartimento per l’Innovazione Tecnologica non lo ha capito né saputo gestire
  • il fornitore ha fatto il pesce in barile.

E dovrei essere contento di vedere che Italia.it chiude mentre tutti quelli che l’hanno voluto e fatto sono tutti lì, già pronti al nuovo giro di giostra? Non mi consola sapere che (forse) solo 7 dei 45 milioni stanziati sono effettivamente stati spesi. Temo anzi, che essendo stati già stanziati sarà più difficile sapere che fine faranno. (TEMPO REALE: “siamo pronti a ricominciare in modo diverso” dice l’Ing. Ciro Esposito. Leggete qui.)

Non sono contento perché il problema è sistemico: le procedure, le strutture e le persone che hanno creato italia.it sono ancora tutte lì. E quindi un nuovo disastro sta solo aspettando di succedere.

Se il problema è nel manico, è il manico che bisogna cambiare:

  1. un bando di gara e un capitolato che non tengano conto delle indicazioni del CNIPA non devono essere accettati
  2. chi ha sovrinteso male deve essere rimosso. Le regole da rispettare c’erano. Chi ha accettato di ignorarle per quieto vivere può andare a fare altro, dove non spende soldi pubblici
  3. e da quando un fornitore può assumersi degli obblighi e poi sostenere che non sono realizzabili?
  4. la Legge continua a non prevedere il pubblico accesso e il pubblico scrutinio dei documenti per questo genere di progetti (vedi il report di Scandaloitaliano)

Mi sembra evidente che le regole (o la mancanza di regole) che hanno permesso questo porcaio devono essere riviste.

Inoltre, trovo inaccettabile una condotta così amatoriale, da parte di tutti i diretti interessati.

Gli Ordini Professionali dei dirigenti coinvolti non hanno nulla da dire?

Naturalmente in Italia l’Ordine degli Informatici non esiste. Ma quello degli Ingegneri, non ha nulla da dire sugli Ingegneri coinvolti, a partire dal Capo di Dipartimento Ingegner Ciro Esposito?

Ragazzi di Scandalo Italiano e di Ritalia, si riparte…

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DoJ a XXI secolo: grazie, sarà per la prossima volta

Pubblicato da Walter Vannini su Mercoledì, 12 Settembre 2007

Il mio amico Emanuele mi segnala questo articolo della Bbc. E dopo due giorni sono ancora stranito all’idea.

Ho già spiegato cosa sia la neutralità della rete, adesso vediamo di spiegare cosa è successo e perché me la prendo.

È successo che il DoJ, il dipartimento della giustizia statunitense, ha detto che sostanzialmente sì, non si vede perché i provider non dovrebbero poter applicare tariffe e trattamenti differenti a diversi tipi di traffico di rete. Vorrei dire che questa è un’idiozia tanto quanto gli esempi che facevo qualche mese fa qui.

Attenzione poi a come viene posta la questione: la libertà di cui parlano è quella del provider, ed è la “libertà” di decidere, un trattamento diverso a seconda dei contenuti, a parità di servizio offerto (banda). Questo non ha nulla a che vedere con la libertà questi sono diritti di passo medievali. C’è nessun paladino del libero mercato là fuori? Battete un colpo.

Ora, che gli Stati Uniti non abbiano memoria storica del diritto di passo si può anche capirlo. Ma qui stiamo assistendo a un Paese che butta a mare il futuro della propria economia per i profitti del prossimo trimestre di un paio di giganti delle telecomunicazioni (giustamente entusiasti dell’idea).

La Rete è diventata ciò che è diventata perchè era neutrale. E non mi pare che nessuno ci abbia rimesso. Vale anche l’opposto, come logica insegna: se la rete non fosse stata neutrale, non sarebbe diventata il motore dell’economia del XXI secolo.

Esagero? Giudicate voi, giudicate pensando alla libertà di impresa, ai mercati, al libero svilupparsi dell’economia. Diciamo che in nome del libero mercato versione Department of justice, la neutralità della rete è acqua passata.
Diciamo che per connettervi, da casa e dall’azienda, usate il provider PippoNet Italia.
Diciamo che PippoNet Italia ha un suo programma per VoIP, una sua piattaforma blog, un suo CMS, hosting, tutto quanto serve.

Ora diciamo che io sviluppo un programma alternativo, che sia per VoIP, o per blog, o un CMS. Non diciamo che sia migliore o peggiore, non importa. Siccome la neutralità di rete è storia, cosa pensate che faccia PippoNet? Darà al mio traffico un trattamento equo, o lo penalizzerà (per carità, con le migliori intenzioni di fornirmi il servizio migliore) facendomi pagare un prezzo più alto che, ammesso che io possa pagare, mi renderà non competitivo? Ecco la rete come la immaginano i Soloni del DoJ: chi ha i soldi si paga la quota di mercato che vuole. E chi non li ha, non li può fare. Non male come libero mercato, che dite?

Come dice il sempre pronto Marco Camisani Calzolari, finirebbe che quando ci connettiamo troviamo un bel portalone e possiamo navigare solo lì dentro.

Solo che quello sarebbe non un portale, ma uno stagno.

E guardiamoci bene dal non capire come funziona davvero il mercato: con buona pace dell’equilibrio che sognavano gli economisti classici, il mercato che si regola da sé, oggi sappiamo che un piccolo vantaggio iniziale anche casuale, qualche appoggio, qualche scelta legislativa miope, e le esternalità di rete (ossia usare un prodotto perché lo usano anche altri) fanno sì che il prodotto che vince non solo non sia il migliore ma che sia pressoché impossibile scalzarlo.

In termini più semplici: l’esistenza di un mercato libero ed equo per tutti i partecipanti deve essere garantita dall’esterno, non è un risultato delle dinamiche di mercato.

Gli Stati Uniti stanno barattando il futuro della loro economia con i profitti del prossimo trimestre. Esigiamo che l’Europa sappia vedere più in là. informatici, Internet researcher, docenti, imprenditori col sale in zucca, è ora di contarci e puntare i piedi.

Cosa si può fare di produttivo? Una petizione?  E se pensassimo a qualcosa di meno effimero? Io delle idee le avrei.

Stefano, batti un colpo, è pane anche per i tuoi denti.

Fabio, Luca, ne parliamo all’aperitivo del 13?

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Libri e lavandaie

Pubblicato da Walter Vannini su Martedì, 4 Settembre 2007

Tutto sommato non sembra male ritrovarsi in città la festa nazionale tematica “Informazione e “Comunicazione”.

Però, in questa edizione 1987 2007 non si parla di Internet.
Non si parla di mercato delle telecomunicazioni, o meglio della sua assenza.
Non si parla di divario digitale (che guardandoci attorno dovremmo pur cominciare a chiamare baratro).
Non si parla dello stato della nostra scuola e della nostra Università, che fra “tre i” e riforma Moratti ci sta facendo perdere una generazione.
Non si parla di come far sì che la nostra classe dirigente (politica e aziendale) possa uscire dalla palude dell’analfabetismo digitale, visto che dovrebbe dirigere il Paese.
Guarda caso, non si parla di Italia.it (ma questo me lo aspettavo).

In pratica, non si parla di niente?
Ma no, ma no. Questa edizione 1987 2007, stasera, raccoglie il ministro Gentiloni, il Presidente della RAI Petruccioli e il presidente di Mediaset, Confalonieri, e altri che non conosco a parlare di… “La riforma del sistema televisivo italiano”. Argomento bello fresco, complimenti. Magari ci vado perché coordina Curzio Maltese, che almeno non è sdraiato. Se poi ci fosse Travaglio…

Ma il meglio, dal mio punto di vista, è la serata finale, 8 settembre, che quest’anno è il V-day . L’otto settembre, dicevo, un dibattito imperdibile: “il futuro del libro nell’era digitale”.
Ora, finché si scherza si scherza, ma io sul futuro del libro ne saprei qualcosina, visto che mi occupo di media digitali dalla fine degli anni ‘80.

Ci ho fatto ricerca, ho pubblicato il primo titolo elettronico in Italia, mi sono sfinito nel vano tentativo di farmi sentire dai nostri imprenditori dell’editoria, quelli per intenderci che non solo hanno prodotto meraviglie del nulla come “Epoca online” (nei primi anni ‘90 richiedeva solo una linea ISDN), o hanno fallito miseramente nell’unico mercato “sicuro” di Internet, la vendita di libri oniline (ricordate Zivago?), ma adesso appestano l’etere con dei siti di informazione stantii, chiassosi, goffi, bolsi e paleolitici, e sto parlando solo della forma, per decenza. E un po’ di altre cose.

Ad ogni modo, a forza di lavorarci il discorso si è esaurito, l’ultima conferenza sul tema a cui ho partecipato, mi pare, fu “Il futuro del libro”, a San Marino, dove partecipava anche Eco. Da allora sono passati quasi quindici anni. Il pensiero che il libro come lo conosciamo sia un prodotto di un preciso periodo storico (a Roma e Atene non esisteva, e nemmeno in Cina. E dubito che fra due secoli esisterà ancora) non sembra sfiorare i nostri intellettuali, come non li sfiora il fatto che il libro sia un mezzo, non un fine, e come tale magari superabile.

Invece di chiederci dove stiamo andando, ci chiediamo cosa sarà delle nostre abitudini, ed è terribile. Come se all’arrivo dell’acqua corrente, in un paese ci si interrogasse sul futuro dei canti delle lavandaie al fiume. Allo stesso modo eccoci qui a parlare di Libro e televisione, le uniche cose che i nostri politici capiscono, perché sono rimasti alle equazioni “comunicazione ≡ propaganda” e “media ≡ mass-media”, come negli anni ‘50, e l’idea che esistano altri media, e che più dei media importi l’informazione da veicolare (e di quella sì che si dovrebbe parlare, e del fatto che oggi l’informazione e la comunicazione sono ricchezza) non li sfiora.

Allucinante, un po’ come sentire l’orchestra che suona sul Titanic che affonda. E affondare affondiamo, eccome.

Sono felice che l’edizione 1987 2007 della Festa de l’Unità tratti di questo argomento sempre interessante, il libro, ma mi chiedo: c’è qualche politico, di qualsiasi obbedienza, disposto a interessarsi di qualcosa che riguarda l’Italia di oggi, e possibilmente dei prossimi dieci anni? Perché se c’è, mi piacerebbe prendere un caffè assieme. Offro io.

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